Jean-Michel Othoniel

La mia arte per cambiare il mondo. Ora

di Paolo Manzo

VITA ha intervistato a San Paolo del Brasile il celebre artista francese delle onde di vetro e delle scale luminose. Per lui l’arte rimane innanzitutto uno spazio di libertà capace di generare gioia e bellezza. E un gesto politico

A Jean-Michel Othoniel non piace dire di aver «scelto» di diventare artista. «Non credo che si scelga. L’arte sceglie te», racconta con la naturalezza di chi, dopo anni di pratica, ha imparato a riconoscere quel momento in cui una vocazione diventa destino. «A sei anni passavo le giornate nei musei. Ero affascinato. Ma credo di essere diventato davvero un artista a ventidue anni, quando l’arte è diventata predominante».

Il suo percorso sembra più simile a un lento avvicinamento all’arte che a una decisione improvvisa. Il tempo della formazione a Saint-Étienne, il desiderio di creare, l’aspirazione alla libertà sono stati le tappe decisive per l’inizio della sua carriera.

Il risultato è che il suo lavoro oggi è riconosciuto in tutto il mondo, dalle onde di vetro alle scale luminose, fino alle installazioni monumentali ospitate in musei e spazi pubblici. Ma per lui l’arte rimane prima di tutto uno spazio di libertà e di bellezza. «Se ho qualcosa da trasmettere, è questo: gioia e bellezza. In un mondo come il nostro, parlare di bellezza è un gesto politico».

Una dichiarazione che nel suo lavoro diventa concreta ogni giorno, nelle forme morbide, nei materiali sensuali, nella luce che si riflette sui mattoni di vetro che usa, provenienti da Firozabad, vicino al Taj Mahal, dove artigiani indiani li soffiano ancora come duemila anni fa.

La scultura di Othoniel a San Paolo

La bellezza come atto politico

Nella conversazione con VITA, Othoniel torna più volte sul rapporto tra arte e politica, non come militanza, ma come responsabilità. «La politica oggi non ha molta bellezza», osserva. «Eppure la bellezza può cambiare il mondo. Non siamo al potere, non dettiamo leggi. Ma possiamo portare speranza».

Questa idea di un’arte che restituisce ciò che la politica non sa più offrire — un orizzonte di senso, un gesto di cura — si riflette nella sua predilezione per lo spazio pubblico. «L’arte pubblica è gratuita. È per tutti. Non devi essere un collezionista, non devi sapere niente. È lì, sulla strada, per te».

Le sue installazioni diventano così architetture attraversabili, ambienti che invitano le persone a camminare, sostare, guardare. «Mi interessa l’idea di coinvolgere il corpo. L’arte deve essere sensoriale. In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, riportare le persone al mondo reale è urgente».

Le opere di Othoniel nel Palazzo dei Papi di Avignone (immagini per la diffusione)
Le opere di Othoniel nel Palazzo dei Papi di Avignone (immagini per la diffusione)
Opera di Othoniel
Othoniel (immagini per la diffusione)
Le opere di Othoniel nel Palazzo dei Papi di Avignone (immagini per la diffusione)
Le opere di Othoniel nel Palazzo dei Papi di Avignone (immagini per la diffusione)
Opera esposta alla Galerie Perrotin di Parigi (immagini per la diffusione)
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Il progetto scultoreo che sta per essere inaugurato in un grattacielo di San Paolo, in Brasile, il Plenitude sviluppato da Liv Inc – Kopstein, visibile dalla strada e immerso in un giardino verticale, è per lui la metafora perfetta di un’opera che riesce a dialogare con la natura restituendola allo stesso tempo alla città. «I proprietari dell’edificio permetteranno al pubblico di accedere alla mia opera. È un gesto generoso che mi entusiasma».

Othoniel sottolinea come la natura — specie quella brasiliana — sia una fonte di energia creativa. «Al mio arrivo in Brasile sono rimasto profondamente colpito dalla potenza della natura. Anche in città la senti. È qualcosa di unico». Secondo l’artista non si tratta solo di un’ispirazione estetica. Per lui la natura rappresenta un’idea pulsante di cosmo, un ordine che mette l’uomo davanti a un senso più grande contrapposto al caos.

Il lavoro, la libertà, il denaro

L’intervista scivola poi verso il valore economico dell’arte. In Europa si discute sempre più spesso di un salario minimo per gli artisti, una forma di tutela per chi lavora nella cultura. Othoniel non respinge l’idea, ma esprime le sue riserve. «Dipende dai Paesi. E dipende dalla libertà dell’artista. Quando sei giovane non è facile guadagnare, è vero. Ma puoi lavorare part-time, come ho fatto io. Era il mio modo di essere libero. Non volevo essere un funzionario».

Un sostegno economico è utile, ma non deve trasformare l’artista in un dipendente. L’arte ha bisogno di libertà

Othoniel a San Paolo (foto di Paolo Manzo)

Non è una difesa romantica della precarietà, anzi. È la consapevolezza che l’arte ha bisogno di uno spazio di indipendenza. «Un sostegno economico è utile, ma non deve trasformare l’artista in un dipendente. L’arte ha bisogno di libertà».

A volte ho l’impressione che gli artisti siano ai margini. Come se non avessero nulla da dire sul mondo reale. Ma l’arte e la vita sociale dovrebbero dialogare di più

Un equilibrio complesso, che richiede politiche culturali innovative e un riconoscimento del ruolo sociale degli artisti. «A volte ho l’impressione che gli artisti siano ai margini. Come se non avessero nulla da dire sul mondo reale. Ma l’arte e la vita sociale dovrebbero dialogare di più».

Natura, cosmo, sacro: una spiritualità senza religione

A questo punto, la conversazione prende un’altra direzione. Gli chiedo se la sua arte sia influenzata da una dimensione spirituale, se creda in Dio o in qualcosa “dopo”. La risposta è netta, ma non materialista: «No, non credo in una vita dopo. Penso che ciò che è importante sia cercare di cambiare il mondo in cui ci troviamo ora. È la cosa più urgente».
Eppure la sua opera è attraversata da un costante riferimento al cosmo e alla sua contemplazione.

«Credo che il concetto di cosmo giochi un ruolo significativo nel mio lavoro. E questo crea una connessione molto forte con il Brasile, con la potenza della natura. È un modo per connettersi con le emozioni delle persone». In questo, il sacro — pur senza religione — trova spazio. «La speranza è un tema fondamentale. E forse questa sensazione di speranza è collegata al sacro. Alla possibilità di fermarsi, respirare, entrare in uno spazio diverso. È importante avere qualcosa di bello da contemplare. Un luogo in cui senti una riserva di energia».

Dalle onde di vetro a Versailles al Brasile

Gli ultimi anni sono stati intensi per Othoniel. Una grande mostra al Museo Oscar Niemeyer di Curitiba ha consolidato la sua relazione con il Brasile. «La prima volta, negli anni 2000, visitai Niemeyer. Aveva 96 anni. Il suo studio guardava il mare, il cielo, le stelle. Non l’ho mai dimenticato».
Da allora, il Paese è diventato un riferimento affettivo e creativo: un territorio dove la natura non è sfondo, ma presenza.

Parallelamente, Othoniel sta lavorando ad alcuni dei progetti più ambiziosi della sua carriera: nel 2025 ha «occupato» dieci musei di Avignone con oltre 240 opere, mentre nei giardini di Versailles sta installando la prima opera permanente realizzata dal XVI secolo. «È un onore immenso. Ci abbiamo lavorato quattro anni. Come artista francese, è forse il massimo».

Restituire al mondo un luogo di respiro

In tutto ciò, rimane costante un’intuizione semplice: la bellezza come forma di speranza. Non una fuga dalla realtà, ma un modo per tornarci con uno sguardo più lucido.

Alla fine della nostra conversazione, quando gli chiedo se le persone debbano “entrare” nelle sue opere, sorride. «Sì. Mi piace pensare che le attraversino. Voglio che si sentano parte di qualcosa. Che trovino un momento di sospensione».

In un mondo accelerato, iperconnesso, governato da algoritmi e conflitti, l’arte di Othoniel sembra proporre un’altra logica, quella della riflessione, del passo lento e del respiro dell’uomo. «La bellezza», ripete, «è una forma di speranza. E ne abbiamo davvero bisogno».

La foto in apertura è dell’autore, le altre appartengono all’artista dal suo profilo Instagram.

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