Juliana Martínez Franzoni

L’America Latina, 162 milioni di poveri, è la terra delle diseguaglianze ma noi studiamo come vincerle

di Paolo Manzo

Pur essendo ai minimi storici, in America del Sud le disuguaglianze restano le più alte al mondo. Dai limiti del welfare frammentato al lavoro digitale, fino alle sfide dell’intelligenza artificiale, il futuro sociale del continente dipende da scelte politiche capaci di trasformare crescita e innovazione in inclusione. VITA ha analizzato il fenomeno, raccogliendo la testimonianza della professoressa Juliana Martínez Franzoni, una delle voci più autorevoli sul tema della protezione sociale nella regione

La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi a tutti nota come Cepal, da decenni lavora con numeri che raccontano storie e il suo ultimo rapporto ne contiene uno che merita una riflessione.

Nel 2024, la povertà nella regione è scesa al 25,5% della popolazione, il livello più basso mai registrato. In termini assoluti, ciò significa che ancora 162 milioni di persone vivono in povertà, un numero sempre altissimo ma rispetto a pochi anni fa diminuito drasticamente.

La sede della Cepal dell’Onu, a Santiago del Cile (Credits: Erik Cleves Kristensen)

Per arrivare a questo risultato, alcune scelte sono state determinanti, come l’aumento dei salari minimi, i maggiori trasferimenti sociali e le politiche pubbliche di inclusione. Questi segnali concreti confermano il ruolo delle politiche sociali e come esse possano influire sulle traiettorie individuali e collettive. Allo stesso tempo, però, la Cepal invita a non farsi illusioni. L’America Latina resta infatti la regione più diseguale del pianeta, accogliendo dieci dei quindici Paesi con i più alti livelli di iniquità al mondo. La povertà diminuisce insomma, ma la distanza tra chi ha molto e chi ha poco aumenta, un fenomeno recentemente registrato anche in Francia.

È in questa contraddizione che si gioca oggi il futuro sociale del continente. Non siamo di fronte a una crisi senza via d’uscita, ma a un passaggio delicato e le disuguaglianze, come ricorda la Cepal, non sono un destino scritto nella storia, ma il risultato di decisioni politiche, alcune delle quali stanno già mostrando che un cambio di rotta è possibile. 

Lavorare non basta più, il caso di El Agustino

Le difficoltà non mancano. Scene come quelle che si vedono ogni giorno nel quartiere popolare di El Agustino, nella zona est di Lima, la capitale del Perù, sono all’ordine del giorno in molti paesi della regione. Centinaia di persone in fila che aspettano l’apertura della mensa popolare senza la quale la loro sicurezza alimentare sarebbe  precaria se non a rischio. «Non siamo poveri perché non lavoriamo. Siamo poveri perché i nostri stipendi non bastano», spiega Luz Marina, 38 anni, addetta alle pulizie in un hotel del centro, in fila da ore. Le sue parole riassumono uno dei nodi centrali della questione latinoamericana, ovvero il lavoro c’è, ma non è uno strumento di ascensione sociale perché i salari sono bassi e non vi sono opportunità di crescita per la fascia della popolazione più povera.

Bassa crescita, alta disuguaglianza

A rendere il quadro ancora più fragile è la dinamica economica di fondo. Secondo la Cepal, tra il 2015 e il 2025, l’America Latina ha registrato il tasso di crescita medio più basso degli ultimi settant’anni, appena l’1% annuo. Il decennio, lo ricordiamo, è stato segnato soprattutto dalla terribile crisi indotta dai lockdown del Covid, ma anche dall’instabilità politica e dalla cronica corruzione, endemica a livello istituzionale. Questa combinazione di bassa crescita e altissima disuguaglianza finisce per erodere la fiducia sociale e ridurre le possibilità di mobilità, soprattutto per le nuove generazioni. Eppure, anche su questo punto, il rapporto invita a guardare oltre la diagnosi. Il continente dispone di risorse enormi – demografiche, tecnologiche e ambientali – che restano in gran parte inutilizzate e, dunque, in questa parte del mondo il problema non è tanto la scarsità, quanto l’incapacità di trasformare questi potenziali in politiche concrete.

In America Latina esistono centinaia di programmi che funzionano come isole separate. Il salto di qualità è trasformarli in sistemi universali che accompagnino le persone lungo tutto il ciclo di vita

Per capire dove si inceppa il meccanismo, VITA ha analizzato da vicino le esperienze di chi vive ogni giorno le crepe dei sistemi di welfare in Perù, Costa Rica e Brasile, raccogliendo testimonianze di una delle voci più autorevoli sul tema della protezione sociale nella regione, ovvero la professoressa Juliana Martínez Franzoni, politologa dell’Università del Costa Rica. «Il problema non è l’assenza di politiche sociali», spiega, «ma la loro frammentazione. In America Latina esistono centinaia di programmi che funzionano come isole separate. Il salto di qualità è trasformarli in sistemi universali che accompagnino le persone lungo tutto il ciclo di vita».

Anche i modelli virtuosi mostrano crepe

Il Costa Rica è uno dei Paesi più avanzati in termini di protezione sociale, ma anche qui si notano segnali di affaticamento. Nella capitale San José, nel quartiere popolare di Hatillo, la direttrice di un centro per l’infanzia mostra i registri zeppi di nomi in lista d’attesa. «Liste così lunghe non si vedevano dagli anni Novanta». A Bogotà, in Colombia, nel quartiere di Ciudad Bolívar, il 27enne Andrés racconta un’altra forma di esclusione: «Sono dentro e fuori dal sistema. Per lo Stato o sei povero o sei stabile. Ma la mia vita non è mai stabile».

Lavoro digitale, opportunità o nuova trappola?

In questo spazio di incertezza si è inserita con forza l’economia delle piattaforme digitali. Trasporti, consegne a domicilio, servizi di cura: milioni di persone in America Latina generano reddito grazie a queste piattaforme che promettono flessibilità e accesso rapido al lavoro. In Brasile ci sono oltre 1,5 milioni di autisti di Uber, in Messico circa due milioni e in Colombia 1,8 milioni. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’Onu, l’Oil e la Cepal, questa forma di occupazione continuerà a crescere e rappresenterà una quota sempre più rilevante del lavoro nelle grandi metropoli latinoamericane entro il 2030.

Ma questa crescita, da sola, non basta. L’espansione delle piattaforme è avvenuta senza un quadro normativo solido, amplificando le disuguaglianze già profonde. Inoltre, il lavoro informale, che in Paesi come il Perù supera il 50% dell’occupazione, sfuma i confini tra lavoro autonomo e subordinato e, a pagare il prezzo più alto, sono sempre le donne e i migranti, spinti verso il lavoro digitale come strategia di sopravvivenza. Qui entra in gioco un’altra partita decisiva, quella dell’intelligenza artificiale. La Cepal, insieme al Centro Nacional de Inteligencia Artificial del Cile, ha pubblicato il terzo indice regionale sull’intelligenza artificiale che analizza il livello di preparazione di 19 Paesi. Il dato centrale è netto. L’America Latina investe nell’intelligenza artificiale quattro volte meno di quanto sarebbe necessario ed il rischio è quello di un ritardo strutturale che potrebbe cristallizzare nuove disuguaglianze tecnologiche, economiche e sociali.

Eppure, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento potente per l’inclusione. Dalla sanità alla gestione del rischio climatico, dall’istruzione personalizzata ai sistemi di welfare più efficienti, le possibili applicazioni sono molteplici. In una regione tra le più esposte al cambiamento climatico, un uso intelligente dei dati potrebbe rafforzare l’adattamento e la resilienza delle comunità più vulnerabili, ma sono necessarie politiche pubbliche lungimiranti e un settore privato disposto a investire non solo per competere, ma anche per includere.

Le prime risposte normative

Qualcosa sul fronte del lavoro si sta comunque muovendo. Il Cile ha approvato una delle leggi più avanzate della regione sull’occupazione online mentre in Uruguay, in casi specifici, si riconoscono elementi di subordinazione ed il Messico ha avviato un progetto pilota per garantire l’accesso alla sicurezza sociale ai lavoratori delle app. Insomma, la precarietà non è un destino inevitabile e quest’anno l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha avviato un percorso verso standard vincolanti sul “lavoro dignitoso nell’economia delle piattaforme”. La scadenza chiave sarà il 2026 ed in gioco ci sono le regole sulla classificazione lavorativa, i diritti collettivi, la protezione sociale e la gestione degli algoritmi. Se adottato, il trattato potrebbe offrire ai Paesi latinoamericani una solida base per riforme capaci di trasformare l’innovazione tecnologica anche in giustizia sociale.

La stessa logica vale per la fiscalità. Senza sistemi fiscali progressivi, la disuguaglianza continuerà a rappresentare il principale freno allo sviluppo. Il Brasile ha recentemente approvato all’unanimità una riforma che riduce la pressione fiscale sulla classe media, finanziata da un aumento delle imposte sull’1% più ricco della popolazione, che possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. La misura interessa circa 15 milioni di persone e segna un cambio di approccio all’insegna dell’inclusione.

Accanto agli indicatori economici, cresce l’attenzione verso dimensioni meno visibili, ma decisive, del benessere. Da oltre dieci anni, l’Onu misura la “felicità” dei Paesi considerando la salute, la fiducia sociale, la solidarietà, la qualità delle relazioni e la percezione della corruzione. Nel World Happiness Report 2025, i Paesi nordici continuano a dominare la classifica, ma al sesto posto compare il Costa Rica, unica nazione latinoamericana nella top ten. Un segnale chiaro di quanto coesione sociale e inclusione siano importanti almeno quanto il reddito.

Il rapporto evidenzia alcune tendenze significative. Le persone tendono a sottovalutare la solidarietà altrui. Le buone notizie sulla cooperazione riducono il pessimismo e la felicità è più alta dove esiste una forte coesione sociale. Durante la pandemia, la solidarietà è aumentata mentre condividere momenti quotidiani, come mangiare insieme, protegge dalla solitudine.

Capitale sociale, una risorsa non infinita

In America Latina, dove le reti familiari e comunitarie sono storicamente forti, questo capitale sociale rappresenta una risorsa straordinaria ma non è inesauribile e se non verranno messe in atto politiche pubbliche inclusive, rischia di logorarsi, lasciando spazio alla rabbia e alla disperazione.

Le soluzioni sono note a tutti gli economisti, ovvero salari dignitosi, sistemi fiscali più equi, servizi integrati e politiche del lavoro in grado di riconoscere le nuove forme di occupazione. A Cartago, in Costa Rica, un progetto pilota offre in un unico spazio assistenza sanitaria, educativa e sostegno al reddito per le famiglie monoparentali. «Il segreto è semplificare la vita delle persone», spiega la coordinatrice del progetto. Non bisogna costringerle a inseguire diritti frammentati. A Lima, nel quartiere di Villa María del Triunfo, un gruppo di giovani ha trasformato un terreno abbandonato in uno spazio educativo autogestito. Si tratta di una risposta dal basso alla lentezza dello Stato, ma anche di un laboratorio di cittadinanza. «Quando le politiche funzionano, la fiducia ritorna», afferma Jesús, uno dei promotori.

Nel silenzio che cala sulla mensa di El Agustino dopo il pranzo, Luz Marina ripone i piatti e si prepara a tornare al lavoro. Le chiedo cosa chiederebbe allo Stato. «Solo una cosa: che non ci trattino come casi, ma come persone». Forse è qui la chiave della speranza latinoamericana, ovvero passare da politiche che riparano a politiche che accompagnano. Come ricorda Martínez Franzoni, «l’universalismo non è un’utopia: è la capacità di costruire sistemi che funzionano per tutti». La strada, insomma, è aperta e adesso sta solo alla politica decidere se percorrerla o meno.

Nella foto di apertura, la professoressa Juliana Martinez Franzoni, foto di sua proprietà.

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