Giochi Olimpici Invernali

Milano-Cortina: cosa ci insegna, vent’anni dopo, l’esperienza di Torino 2006

di Daria Capitani

Le Olimpiadi invernali di Torino sono state e ancora restano uno spartiacque per la città e il territorio circostante: un evento capace di generare orgoglio collettivo, trasformare l’immagine urbana e avviare nuove vocazioni, ma che ha lasciato anche un'eredità di impianti inutilizzati. Attraverso le testimonianze di chi c'era (volontari, intellettuali, studiosi) tornano a galla buone pratiche e un messaggio ancora in parte inascoltato

Ci sono due immagini che chiunque abbia vissuto Torino 2006 non può non avere in mente. La scritta rossa in corsivo che ancora campeggia sugli impianti sportivi – Passion lives here – e le giacche dei volontari, che dopo vent’anni non sono ancora del tutto sparite dalle strade. A leggere quella frase, all’inizio, veniva sorridere. Poi è esploso l’orgoglio per quelle Olimpiadi invernali che mostravano in tivù un paesaggio di cui forse, qui, non ci si era mai accorti fino in fondo. Una fierezza incontrollata sorprese persino i più sabaudi.

Il tempo ha lasciato indietro altro: un paesaggio di gusci vuoti e luoghi sospesi, in attesa di un futuro che non era stato messo in conto, ma anche il volto nuovo di una città che negli anni successivi avrebbe catalizzato grandi eventi e una vocazione turistica credibile. All’ombra della Mole (e non solo) c’è un prima e c’è un dopo Torino 2006, uno spartiacque che non si può ignorare guardando oggi i tanti tedofori che con la loro fiaccola puntano a Milano-Cortina 2026.

Dov’eri il 10 febbraio 2006?

«La mia storia professionale è nata con i Giochi invernali di Torino 2006: sono state le “sliding doors” della mia vita». Alessandro Isaia oggi è il segretario generale della Fondazione per la Cultura Torino. «Lavoravo alla Biennale internazionale Arte giovane diretta da Michelangelo Pistoletto, quando un’amica un giorno mi disse: “Il comitato organizzatore delle Olimpiadi (Toroc, nda) cerca una figura professionale che somiglia proprio a te”. Avevo appena terminato un master in Gestione e valorizzazione dei Beni culturali alla Normale di Pisa e la mia amica aveva ragione: dopo diversi colloqui, fui nominato Manager della cultura, con l’incarico di organizzare il programma culturale delle Olimpiadi. Avevo 30 anni».

Alessandro Isaia

Dov’eri il 10 febbraio 2006? La stessa domanda l’abbiamo posta a più persone. Egidio Dansero, professore del Dipartimento Culture, Politiche e Società dell’Università degli studi di Torino, era proprio lì, tra piazza Castello e Palazzo Nuovo, «molto emozionato». Stava studiando le Olimpiadi dal 2000, da quando, con altri colleghi, aveva organizzato un convegno dal titolo Come può una città vincere o perdere le Olimpiadi. Da lì era partita una serie di ricerche sul processo di costruzione dei Giochi nel loro rapporto con la società, l’economia, l’ambiente e il territorio. Sarebbe proseguita anche dopo, con la nascita del centro di ricerca interdipartimentale universitario Omero-Olympics and Mega Events Research Observatory, entrato tra i centri di studi olimpici e che tuttora esiste come centro di studi urbani e sugli eventi.

I torinesi per mesi avevano atteso i Giochi con il tipico pessimismo locale. Poi la reazione della città fu di grande entusiasmo

Ernesto Aloia

Lo scrittore torinese Ernesto Aloia di quei giorni ricorda «il repentino cambio di atteggiamento dei torinesi. Per mesi si erano attesi i Giochi con il tipico pessimismo locale e l’esasperazione per la durata eterna dei cantieri che strozzavano il traffico. Non era caduta neve, per cui l’idea di Torino come città delle montagne sembrava persino un po’ ridicola. Poi, all’improvviso, uno o due giorni prima dell’evento, nevicò. I cantieri vennero chiusi. Allora la reazione della città fu di grande entusiasmo. Io riuscii a procurarmi i biglietti per una partita di hockey tra Germania e Svizzera».

Uno dei flash mob per la candidatura di Torino 2026 (fotografia fornita dall’associazione Volo2006)

Michele Calleri il 10 febbraio aveva 29 anni ed era alla cerimonia di inaugurazione allo Stadio Olimpico. Nei giorni successivi, «trascinato da amici», avrebbe vissuto le Olimpiadi da dentro, come volontario del nucleo dei 200 Olympic family assistant che seguivano i membri del Cio durante le gare. Oggi è il presidente dell’associazione Volo2006, nata un mese dopo i Giochi per continuare a dare supporto agli eventi cittadini. Quel primo gruppo (all’inizio i soci erano 70) è diventato una realtà di volontariato civico da cui in vent’anni sono passate un migliaio di persone: sono registi dei volontari di Terra madre, Salone del Libro, Torino Spiritualità, Festival di Economia, Eurovision e l’elenco potrebbe continuare. Un bacino di passione e competenza a cui attingerà anche Milano-Cortina 2026: «Molti di noi saranno volontari anche questa volta».

Un’occasione straordinaria per osservare la società

Oltre le aspettative. È l’espressione corretta per raccontare quel momento. «Per noi scienziati sociali, il grande evento rappresentava (e rappresenta tuttora) un’occasione straordinaria per osservare come la società avrebbe reagito e come sarebbe stata capace di inserire la grande trasformazione per un evento effimero in trasformazioni strategiche e programmate», spiega Dansero. «Allo stesso tempo, buona parte degli studiosi pareva non considerare molto le Olimpiadi, un po’ perché le sottovalutava un po’ perché venivano percepite come un intermezzo non così degno di nota. Oggi la consapevolezza dell’importanza di un evento è molto maggiore».

Per la città fu una festa continua, l’esplosione di una gioia collettiva che cambiò nei cittadini la percezione di se stessi. Tutti si sentirono più sicuri, finalmente all’altezza

Alessandro Isaia

Per Isaia, quella conferma sulle scelte compiute nel percorso di studi fu un’iniezione di fiducia «soprattutto da parte delle persone che erano ai vertici del Comitato organizzativo. Negli enti culturali tout court, in Italia in quel momento c’era un certo conservatorismo: quell’esperienza mi mise a contatto con un processo produttivo e progettuale di stampo internazionale, fatto di monitoraggi e revisioni costanti. Per la città fu una festa continua, l’esplosione di una gioia collettiva che cambiò nei cittadini la percezione di se stessi. Tutti si sentirono più sicuri, finalmente all’altezza».

Il Palavela a Torino che durante i Giochi invernali del 2006 ospitò le gare di pattinaggio di figura e short track. Fotografia di Paolo Ferrero, autore del progetto fotografico realizzato nel 2024, “Luoghi sospesi”

Due facce della stessa medaglia

Per il Bollettino della Società geografica italiana, il professor Dansero ha scritto un contributo intitolato I “luoghi comuni” dei grandi eventi. Di quali ci dobbiamo liberare quando parliamo di Torino 2006? «Bisognerebbe capire dove guardiamo. Ci sono diverse narrazioni opposte che mettono in rilievo chi soltanto le ombre chi soltanto le luci. Ci sono aspetti critici, certo, ma un elemento non abbastanza evidenziato è che Torino 2006 è stato un grande evento organizzato senza incappare in scandali».

Tra gli impatti negativi, bob, trampolini e i tanti impianti di risalita. Tra quelli positivi, il Palazzetto olimpico e le residenze universitarie, costruite per le Olimpiadi ma già pensate per il dopo: uno dei casi migliori di programmazione dell’eredità

Egidio Dansero

C’è un impatto positivo e un impatto negativo. Quali spazi raccontano queste due facce della stessa medaglia? «Un esempio positivo è il Palazzetto olimpico, anche se è costato lo smantellamento dell’unica piscina olimpionica esistente a Torino, sostituito poi dallo stadio del nuoto. Reputo questo un atteggiamento non sterilmente conservativo: si può demolire e poi ricostruire altrove e meglio. E poi le residenze universitarie, costruite per le Olimpiadi ma già pensate per l’uso universitario, uno dei casi migliori di programmazione dell’eredità», riflette Dansero. «Tra gli esempi negativi, certamente bob e trampolini e anche i tanti impianti di risalita rifatti nell’ambito di Piemonte 2006 o l’incremento di urbanizzazione a Sestriere».

Il trampolino di Pragelato in un progetto fotografico realizzato nel 2024 da Paolo Ferrero, dal titolo “Luoghi sospesi”

Lo scrittore Aloia rievoca un sito che esisteva all’epoca: Panoramio. «Gli utenti caricavano le foto e queste finivano geolocalizzate su Google Maps. Torino era uno spazio bianco, non esisteva. Ricordo di essermi collegato qualche mese dopo le Olimpiadi e le foto erano letteralmente migliaia: persone che erano state qui per qualche giorno erano tornate a casa, avevano caricato le loro foto di luoghi che ritenevano degni di nota. Prima Torino era la città industriale, poi è diventata la smagliante ex capitale dall’affascinante architettura barocca, piena di musei. Attenzione però: ora che l’industria automobilistica è praticamente sparita ci stiamo rendendo conto di quanto l’approccio esclusivamente turistico sia fallimentare».

Passaggio di testimone

Le due Olimpiadi invernali italiane, a vent’anni di distanza, hanno almeno un punto di contatto: «Le accomuna il rapporto città-montagna, vissuto però diversamente», spiega Dansero. «Già Torino 2006 ha avuto una doppia dimensione: urbana e alpina, con una notevole estensione territoriale. Milano-Cortina la enfatizza ancora di più questa (tra Milano e Anterselva c’è una distanza di quasi 400 km)».

Con quale sguardo, da Torino, si osserva oggi Milano-Cortina 2026? «Con un po’ di invidia», scherza Dansero. «E l’amarezza di una possibile alleanza territoriale poi svanita. Ma soprattutto con la sensazione che su alcuni aspetti non si sia voluto imparare nulla: mi riferisco ai problemi legati a impianti per sport poco praticati dagli altissimi costi di costruzione e gestione, veri e propri “white elephants”». Secondo Isaia, «il limite di Torino 2006 è stato quello di non riuscire, come è accaduto in altri luoghi nel mondo, a progettare il post-olimpico. Se dovessi avere la responsabilità di decidere come organizzare una competizione per i Giochi, metterei in piedi da subito un modello di governance per il dopo».

Con quale sguardo, da Torino, si osserva Milano-Cortina? Con la sensazione che su alcuni aspetti non si sia voluto imparare nulla: penso agli impianti per sport poco praticati dagli altissimi costi di costruzione e gestione, veri e propri “white elephants”

Egidio Dansero

Se con la fiaccola si potesse trasmettere anche il know how, Torino avrebbe qualche buona pratica da consegnare ai colleghi di Milano-Cortina? Il presidente di Volo2006 non ha dubbi: «Investire su un volontariato civico con la stessa lungimiranza di Torino». «L’aver messo insieme tutte le eccellenze e i linguaggi della città per cucire il programma culturale ha permesso di dare concretezza al fare rete. Un approccio che Torino ha introiettato e che ha costituito un vantaggio duraturo rispetto ad altre realtà», dice Isaia. Per Dansero, «sarebbe bello che potesse nascere dopo Milano-Cortina un centro interuniversitario tra Torino e Milano, raccogliendo l’esperienza di Omero e creando un unico centro di studi olimpici federato».

Se tutta questa storia fosse un romanzo, che colore avrebbe? Risponde Aloia: «Non è una storia romanzesca. Ci vorrebbe tutta una serie tv, di quelle con cento personaggi. Il sindaco, gli sportivi, gli sponsor, la politica…».

In apertura, cerimonia di Apertura delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, con il tedoforo Alberto Tomba e gli ultimi tedofori. Foto di Giorgio Perottino / LaPresse 

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