Le fratture delle città

Milano, la città dei muri invisibili

di Francesco Crippa

Dalla divisione tra parte ricca e parte popolare di San Siro alla "segregazione scolastica" del Giambellino: tra affitti insostenibili e povertà ereditaria, una metropoli olimpica a due velocità che si guardano da una strada all’altra, mentre parrocchie e Terzo settore ricuciono relazioni per offrire un orizzonte comune

Alcuni lo chiamano il “muro invisibile”. È quella barriera sociale ed economica che da appena oltre lo stadio Giuseppe Meazza arriva poco più in là di piazzale
Segesta. Posati per unire due quartieri geograficamente distanti, San Siro e il
Corvetto, i binari del tram 16, qui, hanno finito per separare, metaforicamente, due zone contigue ma diversissime. Da una parte — a sinistra se dallo stadio si risale verso il centro — la “San Siro dei ricchi”: villette e condomini con muri puliti, bei giardini, quasi nessuna attività commerciale, il silenzio dei contesti residenziali. A destra, invece, l’altra San Siro: quella delle case popolari coi muri scrostati, senza ascensori, con un viavai ininterrotto e i mercati settimanali in cui si fanno acquisti in arabo, cinese e spagnolo più che in italiano. Ma per notare la distanza basterebbe aprire Google Maps: a sinistra l’occhio è colpito dal verde dei tanti alberi e dall’azzurro delle piscine private, a destra è catturato dai tetti rossi delle case e dal grigio dell’asfalto.

Non lo raccontano solo gli occhi, ma anche i numeri: secondo i più recenti dati
Istat (2021) relativi all’Indice di disagio socio-economico per ciascun quartiere (a
Milano sono 88), il 29,5% delle persone che abitano nel quadrilatero attorno a
piazza Selinunte — via Paravia, via Civitali, via Ricciarelli, via Mariotto-via Dolci — vive in famiglie a basso reddito. Appena fuori da questo quadrilatero, il dato cala al 15,4%. «Della differenza me ne accorgo tantissimo quando vado a benedire le case: passo da quelle dove c’è la servitù a quelle dove c’è una famiglia che vive in un monolocale», racconta don Fabrizio Bazzoni, il parroco della chiesa della Beata Vergine Addolorata, in piazza Esquilino. Non si tratta soltanto di una disuguaglianza economica, ma anche e soprattutto «di orizzonti di vita: nella parte popolare noto che si vive molto di più alla giornata, nel senso che si ha poca attitudine a scommettere sul proprio futuro».

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

Di nuovo, i dati Istat scattano due fotografie differenti: attorno a piazza Selinunte la percentuale di giovani under29 che non studia o non lavora è del 27,3%, mentre fuori dal quadrilatero è del 16,4%. Da questo punto di vista, l’oratorio della Beata Vergine Addolorata è una sorta di varco nel “muro invisibile”, perché vi si incontrano tutte le anime di San Siro. «Vengono i ragazzi della scuola francese di piazzale Segesta, i figli degli italiani benestanti e di quelli meno benestanti, quelli delle famiglie arabe e delle altre ottanta nazionalità circa che contiamo, anche quelli di rom o sinti», dice don Bazzoni. «L’importante è offrire un luogo dove poter stare con una presenza costante su cui fare affidamento e una proposta valoriale. Ci sono tanti bambini e ragazzi che, per un motivo o per l’altro, a casa vengono seguiti poco o ci passano poco tempo e questo comporta delle disuguaglianze educative evidenti. Qui trovano la possibilità di costruire relazioni di fiducia che li aiutano a immaginarsi orizzonti diversi da quelli a cui sono abituati».

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