«A me è come se avessero strappato un braccio, ma a mia madre il cuore. Come descrivere un dolore che ti penetra sempre più dentro, una spada che non puoi estrarre dal petto?».
Parlare con Nicola Di Matteo è doloroso, ogni parola esce fuori con fatica, con quella pesantezza che porta con sé il dolore di una famiglia distrutta. Non aveva ancora 13 anni, Giuseppe Di Matteo quando, il 23 novembre del 1993, viene rapito dal maneggio di Villabate dove trascorreva tutti i suoi pomeriggi. Un ordine dato da Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato, mandando un gruppo di mafiosi che, spacciandosi per agenti della la Direzione Investigativa Antimafia – Dia, lo portarono via con la promessa di fargli rivedere il padre, Santino Di Matteo, ex mafioso e collaboratore di giustizia. Era stato uno degli esecutori materiali della strage di Capaci, ma si era pentito e stava rivelando i nomi dei killer del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Difficile e doloroso anche solo scriverne, cercando di restituire una sofferenza che scava dentro giorno dopo giorno e che non trova il termine giusto per essere descritta. Come si può raccontare l’orrore di chi ha avuto un figlio o un fratello sequestrato per 779 giorni e poi, l’11 gennaio del 1996, ucciso nel modo più brutale che si possa immaginare, strangolato e poi sciolto nell’acido?
Per lei, Nicola Di Matteo, un’efferatezza che non trova giustificazioni…
Esatto, anche perché Giovanni Brusca da noi era di casa, con noi bambini in giro. La mia rabbia verso di lui è qualcosa di veramente immenso. Come si può pensare e ordinare quel che ha fatto?
Cosa ricorda di quei giorni?
Ricordo che Giuseppe prese il motorino per andare come al solito al maneggio. I cavalli erano la sua vita. Era molto bravo, aveva già partecipato ad alcune gare regionali. Aveva una strada segnata. So solo che il saluto che ci scambiammo quel pomeriggio fu l’ultimo. Ultimo fu anche il mio compleanno che festeggiammo il giorno prima, con una festa con la mamma e il nonno. Io compivo 12 anni, li ricorderò per sempre.
Quando lo rapiscono, cosa succede?
Credo che la denuncia fu fatta dopo una settimana, i ricordi sono lontani, ero troppo piccolo per capire bene tutto. Ho ricostruito gli eventi attraverso i verbali che ho poi voluto leggere. Ricordo che il nonno provò a fare di tutto per riportare a casa Giuseppe, ma niente è andato per come doveva andare. So solo che, da quel momento in poi, i giorni scorrevano lentissimi, uno dopo l’altro, sino alla notizia che ancora oggi sembra impossibile da credere. Neanche un film avrebbe mai potuto scrivere una tale storia.
In tutto 779 giorni, segnati dalla speranza di un segnale che riportasse a casa Giuseppe…
So che ci arrivavano dei bigliettini, che ci rassicuravamo sul fatto che mio fratello stesse bene. Mandavano delle foto di Giuseppe con il giornale del giorno per farci capire che era ancora in vita. Un monito per mio padre. Pressavano Giuseppe: “Devi dire a tuo padre di stare zitto, per evitarti una brutta fine”. Tutto questo me lo porterò dietro a vita perché, a parte la mostruosità di quel che gli hanno fatto fisicamente, non potrò mai perdonare a mio padre di averci di fatto costretti a scegliere la sua vita, pagando la sua scelta con il sacrificio di uno dei suoi figli.
Lei diceva che ha voluto leggere tutti i verbali, le testimonianze dei collaboratori. Perché?
Volevo sapere come aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita mio fratello, quello che gli hanno fatto, se gli davano da mangiare, se gli tagliavano i capelli, se lo lavavano, se lo coprivano dal freddo. Mi ricordo tutto. Dove l’hanno tenuto, cosa gli hanno fatto, cosa non gli hanno fatto. Tutto, tutto, tutto. Ho parola per parola scolpite nella mente, non andranno mai via dalla mia memoria.
Suo fratello è ormai per tutti «il piccolo Giuseppe Di Matteo».
È stata una persona che si è sacrificata, come del resto tanti altri – giudici, persone delle forze dell’ordine – per sconfiggere una mafia spietata, che sparava, uccideva. Lui ha dato la sua vita, per lasciare il segno. Sono felice che lo si ricordi da trent’anni a questa parte con la stessa intensità di sempre. Si capirà bene che per noi queste giornate sono molto difficili, cariche di emozioni, come non fosse passato neanche un giorno.
Lei oggi ha 44 anni e due figlie, di 11 e 13 anni. Quanto sanno di questa storia?
Diciamo che la conoscono, ma le tengo al di fuori tutto. Giuseppe per loro è lo zio, ora sanno che cosa è successo ma senza troppi particolari. Ho dovuto parlare con loro perché a scuola hanno fatto dei progetti sulla legalità e le insegnanti ci hanno chiesto – ovviamente prima – se e come affrontare il discorso. Sino ad allora sapevano solo che lo zio aveva avuto un incidente e che, quindi, non era più in vita. Certo, un giorno magari faranno delle domande e risponderemo: nel momento in cui capiremo che sono psicologicamente pronte, affronteremo noi stessi il discorso.
Nicola, quando lei sente la parola mafia, che cosa pensa, che reazione le suscita?
Guardi, a me viene solo da ridere quando sento questa parola: mafia. Perché? Perché, per tutto quello che hanno commesso, non sono certo uomini d’onore. Si riunivano, parlavano, decidevano e si ammazzavano tra di loro. L’onore è altro. La verità è che bisogna scegliere da che parte stare. Se, infatti, qualcuno oggi si definisce mafioso, ripeto, mi metto a ridere. Se lo fossi io, non saprei come giustificarmi con la mia famiglia, con i miei figli, tornando la sera a casa e magari dando loro anche il bacio della buonanotte. Non c’è prezzo all’essere una persona semplice, normale, libera.
A trent’anni di distanza, si può pensare di perdonare ?
Come dicevo prima, non perdono mio padre per la sua scelta che ha coinvolto tutti noi, ma non posso perdonare neanche chi ha pensato e chi ha agito. Giuseppe l’hanno ucciso psicologicamente e poi, non contenti, l’hanno strangolato e sciolto nell’acido per non lasciare traccia. E qua scoppia la mia rabbia. Per tutto questo non c’è pena che tenga. Il fatto che Brusca sia tornato libero mi indigna ancora di più. Io dico che non si può perdonare una cosa del genere. Non posso accettare il fatto che mia madre non dovesse nemmeno sapere dove fosse la tomba di Giuseppe. Neanche un fiore doveva poter portare a suo figlio e infatti non ha mai potuto farlo. Chi mai potrebbe perdonare tutto ciò?
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