La questione organizzativa rappresenta un grande classico della dialettica rivoluzionaria che negli ultimi anni – sostanzialmente dalla caduta del muro di Berlino in avanti – ha visto prevalere movimenti e collettivi che vedono nell’organizzazione più una minaccia che un’opportunità per portare avanti le loro istanze di cambiamento sociale. Ma i limiti e i fallimenti che hanno caratterizzato le numerose forme di protesta anche di questi giorni riportano al centro il tema dell’organizzazione non tanto in termini di forma ma di processo. Organizzarsi quindi, come un’ecologia che mette in relazione cambiamenti quotidiani con innovazioni radicali.
Riproponiamo a tal proposito l’intervista realizzata da Paolo Morando per ilT quotidiano al filosofo brasiliano Rodrigo Nunes autore del libro “Né verticale né orizzontale” per edizioni Alegre che è stato presentato nei giorni scorsi alla libreria “due punti” di Trento. Un saggio eterodosso di teoria organizzativa che può essere letto come un manuale anche da parte di enti di Terzo settore e imprese sociali animati dalla ricerca di impatti autentici e al contempo stufi di trattare la questione organizzativa solo in termini di compliance normativa.
Flaviano Zandonai
Se i libri possono ancora plasmare il mondo “Né verticale né orizzontale” di Rodrigo Nunes potrebbe avere questo effetto, quantomeno sulla storia dei movimenti.

Il filosofo, con la precisione del chirurgo e la conoscenza del meccanico, si getta a capofitto nell’esperienza politica dei movimenti degli ultimi 25 anni per scoprire cosa si è inceppato, cosa non ha permesso a lotte che hanno coinvolto centinaia di migliaia, se non milioni di persone di diventare un’agente di cambiamento. Lo fa mettendo in mostra una delle qualità che fin dall’antichità contraddistingue i migliori filosofi, a partire da Socrate, quella di demistificare, di svelare le contraddizioni nel pensiero comune.
Un’arte che Nunes mette al servizio dei movimenti, mostrando la fallacità della contrapposizione tra organizzazione verticale e orizzontalismo puro, superando questa dicotomia proponendo una nuova prospettiva, quella della ecologia organizzativa, e facendo questo ricollega la cinghia di trasmissione tra movimenti e azione politica tout court.
Nunes che cos’è “Né verticale né orizzontale”?
Ho iniziato a lavorare a questo progetto nel 2014, dopo l’ondata di proteste dell’inizio del decennio scorso, in particolare Occupy. Mi sembrava ci fosse un’urgenza: i movimenti mettevano in discussione il tema dell’organizzazione, ma al contempo mi sembrava che il discorso fosse bloccato. C’era una sensazione diffusa di impasse teorica: si intuiva che l’organizzazione fosse un problema cruciale, ma mancavano le categorie per affrontarlo. Allora si descrivevano i movimenti come “orizzontali” e “senza leadership” in contrasto con le forme precedenti, presentando una contrapposizione che mi sembrava malposta. Più che chiarire, finivano per semplificare e irrigidire il dibattito. Da qui è nata l’esigenza di ripensare la teoria dell’organizzazione come lavoro teorico preliminare: ridefinire i termini del discorso, rimettere in movimento un problema che sembrava paralizzato. Questo è un libro che ho scritto per aiutare le persone a sbagliare. Guardando alle esperienze dei primi anni Dieci, vedevo che molti errori erano simili a quelli già compiuti nel ciclo di lotte precedente, quello del movimento no-global. L’idea non era offrire una soluzione definitiva o un modello ideale, ma creare le condizioni perché si potesse sperimentare in modo diverso, evitando di finire sempre negli stessi vicoli ciechi.
Perché i movimenti rifiutano l’organizzazione verticale e il dialogo con strutture consolidate?
Questo è un classico esempio di problema mal posto. Mostra come orizzontalisti e verticalisti siano in realtà d’accordo sui termini del problema, anche se in disaccordo su come risolverlo. Quando si dice che i movimenti degli ultimi vent’anni rifiutano l’organizzazione, si sottintende quasi sempre che “organizzazione” significhi una forma ben precisa: il partito. Ed è proprio questo il nodo. Molte persone rifiutano il partito per ragioni storiche comprensibili: il suo rapporto con il potere statale, le sue derive burocratiche, le forme di disciplinamento che ha spesso prodotto. Ma questo rifiuto viene spesso scambiato per un rifiuto dell’organizzazione in quanto tale. Il paradosso è che, così facendo, anche gli orizzontalisti finiscono per condividere l’assunto dei verticalisti: che organizzarsi significhi necessariamente organizzarsi come partito. Quello che cerco di sostenere è che l’organizzazione è sempre presente nei movimenti. Non è una scelta opzionale, ma una condizione di possibilità dell’agire collettivo. Possiamo immaginarla come uno spettro, con forme, gradi e livelli diversi: da quelle più informali, temporanee e fluide a quelle più strutturate, stabili e istituzionalizzate. Il problema non è se organizzarsi o meno, ma come, quando e a quale scopo. In questo senso, il problema dell’organizzazione coincide con il problema della capacità di agire insieme. È sempre stato questo il cuore dei movimenti politici: darsi i mezzi per raggiungere gli obiettivi che si pongono. Il modo in cui lo si fa può variare storicamente, ma il criterio dovrebbe essere pragmatico e strategico: cosa funziona? cosa ci aiuta davvero a ottenere risultati? Non un pregiudizio identitario del tipo “questo non si fa perché non corrisponde a ciò che siamo”.
Se i movimenti non risolvono questo problema, il rischio è di spegnersi?
Sì, esattamente. L’impostazione orizzontalista, che è stata egemonica dopo la caduta del Muro di Berlino, ha però ragioni storiche molto forti. Nel libro parlo di un “trauma dell’organizzazione su scala”, legato alle esperienze del socialismo reale, ma anche a quelle dei partiti comunisti e dei sindacati europei. È l’esperienza in cui i mezzi creati per organizzare la potenza collettiva diventano ostacoli a quella stessa potenza, trasformandosi in forme di oppressione. Per questo la critica orizzontalista è legittima e necessaria. Il problema nasce quando questo trauma porta a vedere l’organizzazione solo come rischio, dimenticando che è anche una condizione di possibilità. Se usiamo una metafora termodinamica, possiamo dire che si teme che l’energia del movimento rimanga intrappolata nei mezzi organizzativi. Ma l’alternativa è la dispersione. Senza forme di canalizzazione, senza strumenti che permettano continuità e accumulazione di forza, l’energia si disperde.
Qual è l’alternativa?
La prima cosa da fare è smettere di pensare che la soluzione stia in una mediazione tra le due. Questo significa continuare a dare per buona un’opposizione che, in realtà, è mal posta. Orizzontalità e verticalità non sono forme organizzative alternative, ma tendenze sempre presenti all’interno dei movimenti. Non esiste un movimento senza leadership, anche se questo non significa che debba esserci un leader carismatico o formalmente investito di potere. La leadership può assumere forme molteplici: iniziativa, capacità di orientare, di rendere visibile una possibilità. Fridays for Future è un esempio evidente: il movimento non sarebbe esistito senza l’iniziativa di Greta Thunberg. Questo non vuol dire che lei abbia creato tutto da sola, ma che ha indicato una direzione e molte persone l’hanno seguita. Questa dimensione verticale è inevitabile. Allo stesso tempo, anche le organizzazioni più strutturate hanno bisogno di momenti di orizzontalità, apertura e amplificazione della partecipazione. È spesso questo equilibrio dinamico, e non una forma pura, a determinare il successo o il fallimento di una mobilitazione.
Nel libro parla di «ecologia dell’organizzazione» e di «azione distribuita». Cosa intende?
Il punto centrale è che ogni movimento è sempre un’ecologia politica più ampia delle singole organizzazioni che lo compongono. Ci sono persone mobilitate che non fanno parte di alcuna struttura formale, reti informali, organizzazioni molto diverse tra loro, livelli di partecipazione intermittenti. Pensare l’organizzazione significa pensare i rapporti tra questi elementi, non scegliere una forma ideale. Per questo propongo il concetto di azione distribuita. Anche i grandi eventi storici che immaginiamo come altamente centralizzati, come la Rivoluzione russa, sono in realtà il risultato di una combinazione di azione collettiva e azione diffusa, che insieme sono azione distribuita. Accanto alle decisioni deliberate – assemblee, partiti, comitati – esistono trasformazioni che avvengono senza coordinamento: mutamenti nelle attitudini, nei comportamenti, nelle pratiche quotidiane. Dove c’è azione collettiva, c’è sempre anche azione diffusa, e viceversa. Ignorare questa ecologia significa non capire come avviene il cambiamento sociale.
Che ruolo hanno oggi i social network nei movimenti? Da una parte facilitano l’organizzazione, dall’altra sono mass media in mano a miliardari che sfuggono a ogni controllo…
Il ciclo di lotte dell’inizio degli anni Dieci è stato l’ultimo momento del tecno-ottimismo legato a internet. Dopo il 2016 non è più possibile essere ingenui. Internet ha permesso una crescita rapidissima dei movimenti e una mobilitazione su scala inedita, ma non ha fornito automaticamente le capacità organizzative necessarie per durare. Oggi i social network tendono a favorire l’individualizzazione, la frammentazione e la dipendenza da infrastrutture controllate da grandi piattaforme private. La piattaformizzazione di internet ha segnato la fine del sogno utopico degli anni Novanta.
Come è stato accolto il libro e che futuro vede per i movimenti?
In Italia ho trovato una cosa che mi colpisce sempre: un’ecologia locale dei movimenti estremamente ricca. Un’infrastruttura politica impressionante, che non esiste in molti altri Paesi. La vera sfida è trasformare questa ricchezza locale in un movimento nazionale. Il movimento pro-Palestina ha mostrato che è possibile, ma ha anche mostrato quanto sia fragile questo passaggio. Senza un lavoro consapevole di ecologia politica, i momenti di grande mobilitazione rischiano di non sedimentarsi. Ed è proprio su questo, credo, che si giochi una parte decisiva del futuro dei movimenti oggi.
In apertura ritratto di Rodrigo Nunes dal suo profilo Instagram
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