Nel nome di Vincenzo Casillo, industriale che 60 anni fa creo quello che oggi è un grande gruppo nel settore del food (grano e farine), a Corato (Bari), opera una delle poche fondazioni filantropiche del Mezzogiorno, la guida Cardenia, uno dei figli di quell’imprenditore illuminato, scomparso nel 2006.
Presidente Casillo, a che serve la filantropia?
La filantropia ha due obiettivi principali. Il primo è intercettare i bisogni di un territorio, soprattutto quelli più silenziosi, che spesso restano invisibili. Serve un “orecchio” attento e sensibile, capace di cogliere le reali necessità. Il secondo è favorire una crescita che non sia soltanto economica, ma soprattutto educativa e culturale, fatta di competenze, opportunità e relazioni. In questo senso, la filantropia è anche un ponte: mette in connessione pubblico, privato e comunità, assumendo il ruolo di corpo intermedio che rafforza il tessuto sociale.
Che genere di cultura?

Una cultura del sociale e della convivenza, che affini la sensibilità delle persone e le porti a riconoscere il valore del bene comune. La filantropia non è un esercizio riservato a chi possiede grandi mezzi materiali: può diventare uno stile di vita condiviso, capace di generare comunità pacifiche e attente al benessere di tutti.
Perché una fondazione familiare e non una fondazione d’impresa?
La decisione è maturata quando mio padre è venuto a mancare, nel 2006. Per noi è stato naturale pensare a uno strumento che custodisse e tramandasse i suoi valori, che hanno segnato la sua vita personale e professionale. Non volevamo celebrarlo — era un uomo umile e non lo avrebbe gradito — ma trasmettere ciò che ci ha lasciato: la passione per il lavoro, la cura delle persone, la responsabilità verso il territorio. La Fondazione nasce quindi da un’eredità di valori più che da una logica aziendale, anche se esistono connessioni forti con il Gruppo, che la sostiene e ne accompagna alcune iniziative.
Essere una fondazione del Sud è una peculiarità?
Credo di sì. Il nostro agire nasce dall’osservazione del territorio circostante, ma lo sguardo è sempre aperto. Puntiamo a portare il globale nel locale e il locale nel globale, grazie alle reti che negli anni abbiamo costruito. E quando operiamo fuori dalla Puglia, cerchiamo di portare con noi anche il respiro e le istanze del Mezzogiorno.
Qual è il progetto che vi rappresenta meglio?
Negli ultimi anni abbiamo concentrato gli sforzi sulle nuove generazioni. Un esempio è Caro Domani, un’iniziativa natalizia in cui abbiamo invitato giovani pugliesi tra i 15 e i 25 anni a scrivere una lettera al futuro, esprimendo desideri e visioni professionali. È stato un momento intenso, culminato in un evento con lo scrittore Enrico Galiano e con la partecipazione di VITA come mediapartner.
È stata una bella intuizione nata della nostra responsabile comunicazione, Marilù Ardillo, per dare voce alle visioni inespresse dai giovani. Un altro progetto a cui tengo molto è Start che sta per Studenti Tenaci per un’auto-imprenditorialità innovativa, responsabile e trasformativa, un percorso Pcto cofinanziato dalla Fondazione Deloitte che ha offerto a tanti studenti sessioni di mentoring e laboratori creativi, aiutandoli ad affrontare complessità e cambiamento con pensiero critico e spirito di squadra.
Credo che le risorse vadano ottimizzate, accompagnando le realtà sostenute e conoscendole a fondo. Non basta erogare fondi “a scatola chiusa”, è importante seminare, ma anche verificare dove la pianta mette radici e cresce.
Cardenia Casillo
Perché è importante?
Perché restituisce voce e protagonismo ai ragazzi. Nel primo anno li abbiamo spinti a guardarsi dentro e a raccontare ciò che sentivano; ora stiamo rafforzando il dialogo con il mondo delle imprese locali, così che possano misurarsi con sfide concrete. Spesso li si giudica con troppa superficialità, ma abbiamo scoperto una generazione ricca di idee e sensibilità.
Avete investito 1,6 milioni negli ultimi cinque anni. Come guardate al tema della “filantropia basata sulla fiducia”?
Personalmente non mi ritrovo pienamente in questo modello. Forse per una mentalità che porto dentro: quella del mugnaio, abituato a non sprecare nulla e a trarre il massimo da ogni chicco di grano. Allo stesso modo credo che le risorse vadano ottimizzate, accompagnando le realtà sostenute e conoscendole a fondo. Non basta erogare fondi “a scatola chiusa”: è importante seminare, ma anche verificare dove la pianta mette radici e cresce. Noi cerchiamo sempre di essere vicini, di affiancare i progetti, di stimolare le persone a lavorare insieme.

alla sua sinistra, il segretario Cosimo Zanna
In questi 10 anni avete visto cambiare il Terzo settore?
Sì, e molto. La tecnologia e i cambiamenti sociali hanno reso chiaro che da soli non si va lontano. Oggi vediamo più lavoro di rete: associazioni, scuole e Comuni si siedono allo stesso tavolo e costruiscono insieme. Si parla meno di “fare un progetto” e più di che risultato vogliamo ottenere e cosa resta.
Dove vi vedete tra 10 anni?
Mi auguro che anche le nuove generazioni della mia famiglia possano sentire propria questa responsabilità filantropica. Ci sono già sensibilità che vanno in questa direzione. Tra dieci anni ci vediamo più radicati e più aperti. Il sostegno del Gruppo c’è, ma vogliamo allargare le entrate: 5×1000, persone che donano, aziende amiche, progetti fatti insieme ad altre fondazioni. Non vogliamo essere più grandi: vogliamo essere più utili.
Il suo imprinting filantropico: ci sono letture, incontri, esperienze che l’hanno condotta sin qui?
Molti incontri mi hanno segnato, ma due in particolare. La spiritualità di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, che con il suo ideale di fraternità universale ha orientato profondamente la mia vita. Ho avuto la fortuna di incontrarla nella sua ultima uscita pubblica, e mi colpì la sua semplicità: una donna umile, una finestra aperta sul trascendente. L’altro incontro è quello con mio marito Cosimo Zanna, segretario della Fondazione. Da obiettore di coscienza, ha vissuto anni intensi di volontariato accanto a don Tonino Bello. Lui e la sua famiglia mi hanno insegnato la prossimità ai più fragili. Ecco, credo che proprio da queste esperienze sia nato il mio modo di vivere la filantropia: unire valori, prossimità e futuro.
Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi”
Leggi anche:
Franco Parasassi, presidente Fondazione Roma
La filantropia deve essere educativa, per questo il nostro orizzonte è il mondo
Carlo Rossi, presidente Fondazione Monte de’ Paschi
Abbiamo cambiato pelle per essere sempre al servizio della comunità
Alberto Anfossi, segretario generale Compagnia di San Paolo
Accompagnare il Terzo settore ma senza paternalismo
Arianna Alessi, vicepresidente Otb Foundation
Quei profughi ucraini in pericolo ci spinsero ad avere coraggio
Peter Thun, presidente Fondazione Thun
Dall’amore per la ceramica al sollievo per i bambini, nel segno di mia madre
Susan Carrol Holland, presidente, Maria Cristina Ferradini, consigliere delegato Fondazione Amplifon
Relazione e gentilezza in dono alla comunità
Marina Nissim, presidente Bolton for Education Foundation
Donare è uno spazio di libertà ma richiede competenza e fiducia
Giuseppe Maino, presidente Fondazione Bcc Milano
Ho voluta una fondazione per far meglio la banca sociale
Allegra Caracciolo Agnelli, presidente Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro
Conoscere i malati di cancro ha reso forte la mia voglia di donare
Andrea Orcel, presidente Unicredit Foundation
Resilienza e talento, credo che investire sui giovani sia il meglio che si possa fare
Giovanna Ruda, chief corporate officer Italy Covivio
Ci piace il non profit he lavora “con” i giovani e non “sui” giovani
Anna Maria Poggi, presidente Fondazione Crt
Non ho smesso di fare volontariato: così resto nella realtà
Maria Olivia Scaramuzzi, vicepresidente di Fondazione Cr Firenze
La sfida? Saper leggere i bisogni della comunità
Stefano Consiglio, presidente di Fondazione Con il Sud
Ascolto e dialogo con gli stakeholder e i territori. Anche nel sud dell’Italia
Roberto Reggi, presidente di Fondazione Piacenza e Vigevano
La filantropia? Ormai può fare meglio della politica
Cristina Di Bari, presidente di Fondazione Cottino
Da mio zio ha imparato che la filantropia deve essere generativa
Sara Doris, presidente di Fondazione Mediolanum
Mio padre mi insegnò che volersi bene vuol dire farne agli altri

17 centesimi al giorno sono troppi?
Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.
