Cardenia Casillo

Nel nostro Sud, puntiamo al globale nel locale

di Giampaolo Cerri

A tu per tu con la presidente di Fondazione Vincenzo Casillo che, da Corato, nel Barese, lavora per le comunità locali con uno sguardo aperto sul mondo. In una conversazione a tutto tondo si parla del senso della filantropia, del suo valore nel Mezzogiorno, dei modelli di riferimento e di rapporto con il Terzo settore. Versione estesa dell'intervista apparsa su VITA magazine di Ottobre: "Nella testa dei filantropi"

Nel nome di Vincenzo Casillo, industriale che 60 anni fa creo quello che oggi è un grande gruppo nel settore del food (grano e farine), a Corato (Bari), opera una delle poche fondazioni filantropiche del Mezzogiorno, la guida Cardenia, uno dei figli di quell’imprenditore illuminato, scomparso nel 2006.

Presidente Casillo, a che serve la filantropia?

La filantropia ha due obiettivi principali. Il primo è intercettare i bisogni di un territorio, soprattutto quelli più silenziosi, che spesso restano invisibili. Serve un “orecchio” attento e sensibile, capace di cogliere le reali necessità. Il secondo è favorire una crescita che non sia soltanto economica, ma soprattutto educativa e culturale, fatta di competenze, opportunità e relazioni. In questo senso, la filantropia è anche un ponte: mette in connessione pubblico, privato e comunità, assumendo il ruolo di corpo intermedio che rafforza il tessuto sociale.

Che genere di cultura?

Summer school del Progetto Caro Domani della Fondazione Vincenzo Casillo – foto di Christian Quatela

Una cultura del sociale e della convivenza, che affini la sensibilità delle persone e le porti a riconoscere il valore del bene comune. La filantropia non è un esercizio riservato a chi possiede grandi mezzi materiali: può diventare uno stile di vita condiviso, capace di generare comunità pacifiche e attente al benessere di tutti.

Perché una fondazione familiare e non una fondazione d’impresa?

La decisione è maturata quando mio padre è venuto a mancare, nel 2006. Per noi è stato naturale pensare a uno strumento che custodisse e tramandasse i suoi valori, che hanno segnato la sua vita personale e professionale. Non volevamo celebrarlo — era un uomo umile e non lo avrebbe gradito — ma trasmettere ciò che ci ha lasciato: la passione per il lavoro, la cura delle persone, la responsabilità verso il territorio. La Fondazione nasce quindi da un’eredità di valori più che da una logica aziendale, anche se esistono connessioni forti con il Gruppo, che la sostiene e ne accompagna alcune iniziative.

Essere una fondazione del Sud è una peculiarità?

Credo di sì. Il nostro agire nasce dall’osservazione del territorio circostante, ma lo sguardo è sempre aperto. Puntiamo a portare il globale nel locale e il locale nel globale, grazie alle reti che negli anni abbiamo costruito. E quando operiamo fuori dalla Puglia, cerchiamo di portare con noi anche il respiro e le istanze del Mezzogiorno.

Qual è il progetto che vi rappresenta meglio?

Negli ultimi anni abbiamo concentrato gli sforzi sulle nuove generazioni. Un esempio è Caro Domani, un’iniziativa natalizia in cui abbiamo invitato giovani pugliesi tra i 15 e i 25 anni a scrivere una lettera al futuro, esprimendo desideri e visioni professionali. È stato un momento intenso, culminato in un evento con lo scrittore Enrico Galiano e con la partecipazione di VITA come mediapartner.

È stata una bella intuizione nata della nostra responsabile comunicazione, Marilù Ardillo, per dare voce alle visioni inespresse dai giovani. Un altro progetto a cui tengo molto è Start che sta per Studenti Tenaci per un’auto-imprenditorialità innovativa, responsabile e trasformativa, un percorso Pcto cofinanziato dalla Fondazione Deloitte che ha offerto a tanti studenti sessioni di mentoring e laboratori creativi, aiutandoli ad affrontare complessità e cambiamento con pensiero critico e spirito di squadra.

Credo che le risorse vadano ottimizzate, accompagnando le realtà sostenute e conoscendole a fondo. Non basta erogare fondi “a scatola chiusa”, è importante seminare, ma anche verificare dove la pianta mette radici e cresce.

Cardenia Casillo

Perché è importante?

Perché restituisce voce e protagonismo ai ragazzi. Nel primo anno li abbiamo spinti a guardarsi dentro e a raccontare ciò che sentivano; ora stiamo rafforzando il dialogo con il mondo delle imprese locali, così che possano misurarsi con sfide concrete. Spesso li si giudica con troppa superficialità, ma abbiamo scoperto una generazione ricca di idee e sensibilità.

Avete investito 1,6 milioni negli ultimi cinque anni. Come guardate al tema della “filantropia basata sulla fiducia”?

Personalmente non mi ritrovo pienamente in questo modello. Forse per una mentalità che porto dentro: quella del mugnaio, abituato a non sprecare nulla e a trarre il massimo da ogni chicco di grano. Allo stesso modo credo che le risorse vadano ottimizzate, accompagnando le realtà sostenute e conoscendole a fondo. Non basta erogare fondi “a scatola chiusa”: è importante seminare, ma anche verificare dove la pianta mette radici e cresce. Noi cerchiamo sempre di essere vicini, di affiancare i progetti, di stimolare le persone a lavorare insieme.

Foto ricordo del festival Il Giullare, sotenuto dalla Fondazione. Al centro Cardenaia Casillo,
alla sua sinistra, il segretario Cosimo Zanna

In questi 10 anni avete visto cambiare il Terzo settore?

Sì, e molto. La tecnologia e i cambiamenti sociali hanno reso chiaro che da soli non si va lontano. Oggi vediamo più lavoro di rete: associazioni, scuole e Comuni si siedono allo stesso tavolo e costruiscono insieme. Si parla meno di “fare un progetto” e più di che risultato vogliamo ottenere e cosa resta.

Dove vi vedete tra 10 anni?

Mi auguro che anche le nuove generazioni della mia famiglia possano sentire propria questa responsabilità filantropica. Ci sono già sensibilità che vanno in questa direzione. Tra dieci anni ci vediamo più radicati e più aperti. Il sostegno del Gruppo c’è, ma vogliamo allargare le entrate: 5×1000, persone che donano, aziende amiche, progetti fatti insieme ad altre fondazioni. Non vogliamo essere più grandi: vogliamo essere più utili.

Il suo imprinting filantropico: ci sono letture, incontri, esperienze che l’hanno condotta sin qui?

Molti incontri mi hanno segnato, ma due in particolare. La spiritualità di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, che con il suo ideale di fraternità universale ha orientato profondamente la mia vita. Ho avuto la fortuna di incontrarla nella sua ultima uscita pubblica, e mi colpì la sua semplicità: una donna umile, una finestra aperta sul trascendente. L’altro incontro è quello con mio marito Cosimo Zanna, segretario della Fondazione. Da obiettore di coscienza, ha vissuto anni intensi di volontariato accanto a don Tonino Bello. Lui e la sua famiglia mi hanno insegnato la prossimità ai più fragili. Ecco, credo che proprio da queste esperienze sia nato il mio modo di vivere la filantropia: unire valori, prossimità e futuro.

Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi

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