A due ore di barca da Belém, tra mangrovie e igarapés, che nella lingua indigena tupi significa «sentiero di canoa», ovvero corsi d’acqua stretti, spesso navigabili, l’isola di Combu è un mondo a parte. Qui non ci sono strade, ma fiumi. Le case di legno poggiano su palafitte e il rumore dei motori delle lance si mescola al canto degli uccelli.

È qui che vive Isete dos Santos Costa, per tutti Dona Nena, fondatrice del progetto Filha do Combu, un’impresa di bioeconomia al femminile che produce cioccolato artigianale al 100% amazzonico. «Il cacao è molto importante per me», racconta a VITA, «non solo per il reddito, ma anche perché è un alimento, una risorsa per la riforestazione e un modo per preservare la foresta. Lo coltiviamo alternandolo ad altri prodotti stagionali: un anno cacao, l’altro açaí, poi palmito. Così garantiamo sempre una fonte di reddito».
Il cacao cresce nella foresta, non al posto della foresta. È una filosofia agricola che Dona Nena ha trasformato in impresa: una piccola fabbrica, un caffè, un laboratorio e una rete di quindici donne e quattro uomini che producono, confezionano e vendono cioccolato in barrette o sotto forma del famoso brigadeiro do Combu, un dolce delizioso che è diventato un’icona della gastronomia sostenibile brasiliana.

Nel cortile di casa sua, tra gli alberi di cupuaçu (un frutto dal sapore misto di cioccolato e ananas) e di cacao, Dona Nena mostra con orgoglio le mani segnate dal lavoro: «Ogni frutto che raccolgo porta la mia storia. Quando apro una cabossa, la grande bacca ovale che contiene i semi del cacao, penso a mia madre, che mi insegnò a non tagliare mai un albero vivo. È così che la foresta continua».
La produzione di cacao qui consente di destinare il reddito direttamente alle famiglie, sostenendo la rete di donne e uomini del progetto.
La foresta come bar: la rivoluzione di Kaori
Nel vicino Porto Combu, l’indigena Kaori Letícia Freitas accoglie i visitatori dietro un bancone di legno decorato con foglie di cacao e fiori di açaí, una bacca viola scura. «Lavoro nel cuore dell’Amazzonia, sull’isola di Combu, e sono una barista», racconta offrendo il suo segreto, un liquore di cacao fatto in casa, servito in cocktail che cambiano con i ritmi della natura.

«Quando gli alberi di cacao hanno bisogno di riposo — spiega — sospendiamo la produzione del liquore e dei drink. Riprendiamo solo quando il cacao è nel suo tempo giusto». Un gesto semplice ma carico di significato: rispettare i cicli naturali senza forzarli. «Riutilizziamo bucce, semi, tutto. Così diamo nuovo senso agli ingredienti e viviamo in armonia con l’ambiente».
Kaori, come molti giovani amazzonici, vede nella Cop30 una possibilità storica: «Con la Cop a Belém il mondo vedrà che noi viviamo con la foresta, non contro di essa. Mostreremo la nostra cultura, il nostro modo di convivere con la natura e nutrire le persone con rispetto».









La sua storia è anche quella di una generazione che ha deciso di restare. «Molti miei amici sono andati via per cercare lavoro in città. Io ho scelto di restare qui, perché credo che il futuro sia nella foresta. Se impariamo a usarla con intelligenza, ci darà tutto: cibo, lavoro, dignità». Ogni giorno Kaori si alza alle sei, raccoglie foglie di menta, petali di jambu, erba nativa della regione amazzonica nota per la sua caratteristica capacità di provocare una sensazione di formicolio e intorpidimento nella bocca, un ingrediente fondamentale in molti piatti tipici della cucina di questa parte di Brasile, e semi di cacao essiccati, preparando ingredienti conservati in barattoli di vetro, pronti a trasformarsi in bevande e cocktail. «Non è solo lavoro, è dialogo con la natura. Ogni ingrediente ha la sua storia, basta solo ascoltarla».
Il volto femminile della bioeconomia
Accanto a Dona Nena lavora Fabiane Malato, padre italiano, da cui il cognome, e mamma indigena, imprenditrice e guida locale. «La foresta ci ha insegnato che si può avere reddito e, allo stesso tempo, preservarla. La nostra base è il turismo sostenibile. Le persone vengono per conoscere il cacao di Dona Nena, ma anche il lavoro di altre comunità».
Oggi Filha do Combu dà lavoro a circa trenta persone, quasi tutte donne. «Gli uomini fanno il lavoro più pesante», spiega Fabiane, « ma sono le donne a portare avanti la produzione, la cucina e la vendita. L’Amazzonia ha un volto femminile».
Nel piccolo laboratorio, l’odore del cacao appena tostato si mescola al suono del fiume. Le donne lavorano chiacchierando, con una calma antica. «Non corriamo dietro al tempo», dice Fabiane, «lo seguiamo. La foresta ha i suoi ritmi, e noi impariamo da lei».
I dati confermano l’impatto della bioeconomia femminile: le barrette artigianali vendute in Brasile e all’estero generano un guadagno medio di 8.000 reais al mese, pari a circa 1.310 euro per famiglia, finanziando la formazione di giovani donne e rafforzando le reti comunitarie.
La cultura che cura: il bagno amazzonico
All’ingresso del ristorante dove Kaori fa la barista, il profumo di erbe e fiori annuncia un rito antico. È il banho de cheiro, il bagno amazzonico, custodito da Lúcia dos Anjos, giovane erborista della comunità. «È una tradizione dei nostri antenati indigeni e africani», racconta a VITA, «un bagno di energie e protezione. Quando abbiamo bisogno di rinnovare le forze, chiediamo aiuto alla natura».

Il rituale unisce spiritualità, ecologia e identità culturale. «Chi fa il bagno porta con sé un po’ dell’energia dell’Amazzonia. È un modo per riconnettere il corpo alla foresta». Le piante vengono raccolte con permessi comunitari e ripiantate dopo l’uso. «Tutto qui viene dalla natura e torna a lei», spiega Lúcia, mescolando acqua di rio e petali di jambu. «È come se la foresta ci lavasse via la stanchezza del mondo».
Ogni sessione dura circa 40 minuti e coinvolge cinque-dieci persone e viene offerta gratuitamente ai bambini e agli anziani per trasmettere la conoscenza delle piante medicinali locali.
Tomé-Açu: il Giappone che rifà la foresta
A duecento chilometri da Belém, la città di Tomé-Açu racconta un’altra faccia della stessa visione. Qui la foresta non è più confine dell’agricoltura, ma la sua forma più evoluta. Negli anni Settanta, dopo il crollo del mercato del pepe nero, i coloni giapponesi reinventarono il proprio destino introducendo sistemi agroforestali innovativi.
Tra loro, Mineshita Júnior mostra con orgoglio la piccola proprietà di famiglia. «Mio padre arrivò dal Giappone nel 1962 con un dizionario in mano e senza sapere una parola di portoghese», racconta sorridendo, «piantava pepe, ma decise di cambiare. Oggi coltiviamo cacao, açaí, limone, rambutão (frutto con una buccia rossastra, coperta di “peli” o spine morbide, e una polpa bianca e succosa all’interno), banana… più di dieci specie nella stessa area».

L’agricoltura qui è cooperativista, spiega, «ed è sociale, ecologica e umana». Protegge il microclima, mantiene la biodiversità e garantisce reddito tutto l’anno. La produzione comunitaria di açaí coinvolge oltre 300 famiglie. «Non vogliamo essere solo produttori di materia prima», aggiunge Mineshita, «ma protagonisti di una nuova economia amazzonica».
Dendê e riscatto: la voce dei Sem Terra
A sud di Tomé-Açu, lungo le strade di terra rossa del Pará, l’agricoltura rigenerativa assume un’altra forma: la palma da olio integrata, coltivata in piccole parcelle dai contadini dei movimenti sociali. «Mi chiamo Raimundo Ferreira Lima Júnior, piccolo produttore dell’insediamento Abril Vermelho», racconta un uomo dai tratti marcati dal sole. La coltivazione di dendê (olio di palma) con la Denpasa (l’azienda di cui avevano occupato i terreni e che li ha coinvolti nella produzione) ha portato reddito e lavoro, ma soprattutto preserva il suolo e impedisce la deforestazione».

Come lui, Regina da Silva Alves ha visto cambiare la propria vita: «All’inizio pensavo ci sarebbero voluti almeno quattro anni per vedere i risultati, ma è cambiato tutto subito. Abbiamo ricevuto piantine, fertilizzanti e supporto tecnico. Oggi ho indipendenza e consiglio il progetto (della Denpasa) a tutte le donne del mio villaggio».
La produzione sostenibile di dendê garantisce circa 2.500 litri di olio all’anno per ettaro, permettendo ai piccoli produttori di vivere dignitosamente senza deforestare, con impatto diretto sul lavoro, sulla formazione e sulla sicurezza alimentare locale. La loro richiesta alla Cop30 è chiara: «I leader devono ascoltare i piccoli agricoltori. Siamo noi a mettere il cibo sulle tavole e a prenderci cura della terra. Vogliamo politiche pubbliche, credito e visibilità».
La scuola della foresta
Lungo il Rio Solimões, nello stato dell’Amazonas, i bambini della scuola indigena Kanata T-Ykua imparano due alfabeti: quello del portoghese e quello delle piante. «Vogliamo che i giovani sappiano leggere e scrivere, ma anche ascoltare la foresta», spiega a VITA l’insegnante Yapira Kambeba. Gli studenti qui coltivano orti agroecologici, studiano le piante medicinali e alimentano l’aula comunitaria con pannelli solari. È un laboratorio vivente di rigenerazione culturale e ambientale. «La foresta non è solo il nostro passato — dice Yapira — ma la nostra scuola per il futuro».

La bioeconomia come riscatto
C’è una parola che unisce Combu, Tomé-Açu, gli insediamenti Sem Terra e la scuola indigena Kanata T-Ykua: rigenerazione. Non solo ecologica, ma anche sociale. Secondo il Ministero dell’Agricoltura brasiliano, migliaia di famiglie amazzoniche oggi aderiscono a sistemi agroforestali che rigenerano il suolo e migliorano i redditi.
L’obiettivo del governo Lula, alla Cop30 di Belém, è farne un modello globale: il “Green Deal tropicale”. Ma per i protagonisti dell’Amazzonia non è solo politica: è un modo di vivere. «La foresta ci dà tutto — ripete Dona Nena —, ma chiede cura. Se ci prendiamo cura di lei, lei si prenderà cura di noi».
Numeri e radici: la bioeconomia che cresce
Oltre alle storie personali, l’Amazzonia rigenerativa ha numeri concreti. Le piantagioni di cacao agroforestale, come quelle di Combu, producono in media 700–900 kg di frutti per ettaro, con una resa di 200–250 kg di cacao fermentato e tostato all’anno. Il brigadeiro do Combu rappresenta solo una parte del valore aggiunto: le barrette vendute in Brasile e all’estero generano reddito diretto per le famiglie e promuovono la conservazione della foresta.
La coltivazione rispetta i cicli naturali: gli alberi di açaí crescono accanto a cacao, limone, banana e altre specie, creando un mosaico che aumenta la biodiversità e la fertilità del suolo. La palma da olio, spesso al centro di polemiche per la deforestazione, qui diventa sostenibile: coltivata in piccole parcelle integrate garantisce reddito senza compromettere la foresta.
I movimenti sociali parlano di “agricoltura con gli occhi aperti”: ogni albero piantato è accompagnato da monitoraggio tecnico, raccolta responsabile e dal reinserimento di specie autoctone nelle zone circostanti.
«I numeri sono importanti», ricorda Fabiane Malato, «ma ciò che conta davvero è l’equilibrio. Possiamo produrre, vendere e vivere dignitosamente senza distruggere. Questo è il messaggio che vogliamo portare alla Cop30: l’Amazzonia non è un ostacolo, è una soluzione».

In questo intreccio di persone, cifre e foresta emerge un quadro chiaro: la bioeconomia amazzonica non è solo speranza, è già un modello in atto. Il cacao di Combu, l’açaí di Tomé-Açu, il dendê degli insediamenti dei Sem Terra dimostrano che conservazione e sviluppo possono camminare insieme. E mentre Belém accoglie i leader mondiali alla Cop30, Dona Nena guarda il fiume che scorre lento e sussurra: «L’Amazzonia non è solo foresta. È gente. È futuro».
Le foto sono dell’autore.
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