L'ecologia della tradizione

Noi che portiamo al pascolo un miliardo di animali

di Simonetta Sandri

Tanti sono i capi di bestiame della pastorizia nel mondo. A questo comparto agricolo, la Fao dedica nel 2026 l'Anno internazionale. Un presidio economico ma soprattutto ambientale. In tutto il mondo, 500 milioni di persone vivono di pastorizia, attività presente in metà della superficie terrestre, rappresentando uno dei principali serbatoi di carbonio del pianeta e di biodiversità. La “ShepherdSchool” forma i pastori di domani. Incontro con Tommaso Campedelli, direttore della Scuola

La Fao ha scelto il 2026 come l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (#Iyrp2026), riconoscendone così il ruolo cruciale nella sicurezza alimentare e nella tutela degli ecosistemi e della biodiversità. Secondo i dati della stessa organizzazione, circa il 50% di tali ecosistemi, che rappresentano all’incirca il 30% delle riserve globali di carbonio organico nel suolo, risulta oggi degradato. Ci si pensa poco, ma le azioni sono urgenti.

Intervenendo all’evento di lancio, il direttore generale della Fao, Qu Dongyu, ha sottolineato che l’Anno internazionale è un momento di azione collettiva. La Fao lavorerà con governi e partner per promuovere il lavoro sui pascoli e sui pastori «nell’ambito dell’obiettivo generale dei Quattro Migliori: migliore produzione, migliore nutrizione, migliore ambiente e una vita migliore, senza lasciare indietro nessuno», ha detto.

Il pascolo, fra ecologia, identità e sviluppo rurale

Secondo i dati Fao, la pastorizia interessa fino a 500 milioni di persone e, in tutto il mondo, i pastori gestiscono circa un miliardo di animali, da pecore e capre a bovini, yak, renne e camelidi. Mentre i pascoli, coprendo circa la metà della superficie terrestre, in ecosistemi come praterie, savane e arbusteti, deserti, zone umide o montuose, rappresentano uno dei principali serbatoi di carbonio e di biodiversità del pianeta. Essi svolgono, anche, funzioni chiave di regolazione idrica e di prevenzione del dissesto idrogeologico, nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e nella salvaguardia delle comunità rurali.

Lezioni di pastorizia

Senza dimenticare il ruolo di identità culturale. «La progressiva riduzione del pascolo», spiega Tommaso Campedelli, coordinatore di Life ShepForBio (2021-2027) per la cooperativa capofila Dr.e.am Italia, che con il sostegno dell’Unione europea promuove il pascolamento come strumento di gestione sostenibile dell’ambiente, «sta portando all’avanzata del bosco, alla chiusura delle aree aperte e alla banalizzazione del paesaggio».

Molte specie animali e vegetali dipendono da ambienti aperti per sopravvivere: «Il pascolo è uno strumento ecologico fondamentale per garantire la funzionalità degli ecosistemi e per la conservazione della biodiversità», ci dice. «L’idea centrale del progetto Life, al cui interno si trova la scuola per pastori ShepherdSchool, è dunque quello di promuovere, proprio attraverso il pascolamento, il miglioramento dello stato di conservazione di varie tipologie di habitat di prateria, di importanza comunitaria ai sensi della direttiva Habitat», continua.

Progetto Appennino

«Il progetto interviene, infatti, nell’Appennino settentrionale, fra Firenze, Arezzo, Forlì e Cesena, dove sono presenti ambienti secondari generati dalle attività dell’uomo, rilevanti ai sensi della direttiva. L’Unione europea segnala che l’abbandono e la mancanza di gestione in termini tradizionali di quelle aree – ossia di una gestione che implichi la presenza di animali a pascolo con consumo di biomassa vegetale o di calpestio che mantenga le aree aperte – è uno dei motivi principali di perdita di biodiversità», prosegue.

«Il pascolo come strumento naturale e sostenibile per mantenere tali ambienti e salvaguardarne la biodiversità significa tante cose: una densità per animale non troppo elevata, una capacità di maggior immagazzinamento di carbonio nel suolo, un arricchimento del terreno che, così, trattiene meglio l’acqua, un effetto positivo sull’insorgenza e la diffusione di incendi», conclude.

Varie le azioni specifiche del progetto Life: interventi di ripristino delle praterie, definizione di piani di pascolo, sostegno allo sviluppo delle attività zootecniche presenti e alla nascita di nuove, anche tramite la scuola citata. Se la pastorizia non pare avere, in Italia, un ruolo economico così strategico (in molti Stati africani, secondo i dati Fao, la pastorizia contribuisce tra il 10% e il 44% del Pil), va però ricordato che essa rappresenta una delle poche attività attive delle zone rurali più fragili, collinari e montane, con un alto valore sociale.

Pastore, custode di paesaggio

E poi c’è il grande valore identitario del pastore: basti pensare a regioni come l’Abruzzo o la Sardegna, dove questa figura resta custode di paesaggi. Opere come il documentario Abele (2025), del regista sardo Fabian Volti, mostrano come il mestiere di pastore, da millenni, vada avanti immutato. «L’idea di un film corale che offra una visione contemporanea sul pastoralismo nasce in Sardegna, in una società radicata culturalmente ed economicamente nel mondo agro-pastorale», ha dichiarato il regista.

Sul punto, però, Campedelli ha alcune osservazioni: «Bisogna lavorare molto sulla comunicazione. L’immagine del pastore deve cambiare, allontanarsi da quella stereotipata e distorta che circolava fino a poco tempo fa. Il pastore non è un uomo isolato che vive sulla montagna a contatto con la natura ma un imprenditore, con un ruolo fondamentale anche dal punto di vista ambientale», dice.

Lezione di mungitura

«Perciò, serve un forte impegno da parte delle associazioni di categoria. E poi, oltre ad aiuti economici, urgono semplificazioni burocratiche», continua. «Bisognerebbe portare avanti una battaglia in favore di un allevamento estensivo che mantenga il paesaggio, presidio in zone come quelle montane oltre che fonte di benessere per gli animali», conclude.

E poi c’è la transumanza, inserita nel 2019 nella Lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

Dalla parte dei giovani: si torna a scuola

Spirito di sacrificio, duro lavoro, fatica fisica e psicologica sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano il mestiere di pastore. Pur con una concezione più moderna, la scelta di vita resta impegnativa.

Qualcuno c’è – come Mariafrancesca Serra, ingegnere edile-architetto, oggi presidente di Donne Coldiretti, che è tornata a Usellus, il paesino in provincia di Oristano in cui è nata, per guidare l’allevamento di famiglia. Ma se l’arrivo dei giovani su questo mercato non è la norma, c’è chi si dedica a insegnare il mestiere.

Ed ecco iniziative come la ShepherdSchool, che dà l’opportunità gratuita a 32 nuovi pastori di potersi formare attraverso quattro diversi cicli formativi. «L’obiettivo principale della scuola», sottolinea Campedelli, «è quello di contribuire a risolvere il problema del ricambio generazionale, che è molto basso».

«In Europa esistono due modelli di scuole: quello francese, fatto di istituti tecnici agrari, e quello spagnolo, costituito da realtà private-pubbliche», commenta. «In Italia siamo molto indietro. Il primo passo, che stiamo portando avanti con la Regione Toscana, partner del progetto Life ShepForBio, è quello di definire la figura professionale del pastore. Il sogno è che un ente pubblico investa per la creazione della scuola di pastori per garantirne continuità», conclude.

Il programma della scuola casentinese è molto ampio e include nozioni di base su biologia, anatomia e alimentazione degli animali. Importanti le collaborazioni con alcune università italiane, come quella di Firenze e di Roma, La Sapienza, a testimonianza di un’esperienza a respiro nazionale.

In Italia, esistono alcune esperienze simili. Oltre al citato progetto Life, c’è la Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio, nata da un’idea di Slow Food Italia e Dr.e.am Italia. La Scuola è finanziata con il contributo del progetto pilota di rigenerazione culturale, sociale ed economica “Rocca Calascio – Luce d’Abruzzo” del Comune di Calascio, selezionato dalla Regione nell’ambito delle misure Pnrr (“Attrattività dei borghi”), gestite dal ministero della Cultura e finanziato dall’Unione europea.

Ci sono anche la Scuola sarda di pastorizia, organizzata dal Gal Anglona Coros con il sostegno finanziario della regione Sardegna, o la Scuola Giovani Pastori – Rete rurale nazionale, diretta da Daniela Storti, ricercatrice del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agrariaCrea.

«Forse anche per questo la presenza femminile è maggioritaria, sia nel Casentino che in Abruzzo», commenta Campedelli. «Forse perché le donne hanno maggior empatia con tale tipo di situazione, forse per il maggior coraggio nel cambiamento o forse perché sono spesso più concrete e pratiche». Di certo, il ritorno a uno stile vita semplice potrebbe essere una delle motivazioni di un cambiamento tanto radicale.

Le foto di questo servizio, di cui ai credit dei singoli fotografi, sono della Scuola di pastorizia ShepherdSchool.

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