Inclusione sociale

Non è mai troppo tardi per tornare al lavoro (e riprendersi la vita)

di Giampaolo Cerri

Grazie a un bando del Fondo per la Repubblica digitale di Acri, un gruppo di realtà profit e non profit, hanno formato 150 adulti inoccupati, molti dei quali riaccompagnati poi verso una nuova opportunità lavorativa. Parlano Luigi Mazza (Italiacamp), Stefania Grea (Fondazione Human Age Institute) e Roberta Solinas (ManpowerGroup)

Lo hanno chiamato, senza indugio alcuno, Non è mai troppo tardi, come la mitica trasmissione Rai del maestro Alberto Manzi, quella che, lungo buona parte degli anni ’60, “tirò alfabeti” moltissimi italiani che, pare impossibile a dirlo oggi, non erano riusciti a imparare a leggere e scrivere.

Lo hanno fatto perché il progetto di Associazione Italiacamp  con Fondazione Humanage Institute di Manpower e Fondazione Italia Digitale e con lo stesso Manpower Group per riportare al lavoro gli inoccupati 35-50enni, e che si chiama appunto così Non è mai troppo tardi, in qualche modo ha che fare con quella fase eroica di oltre mezzo secolo fa. Spesso chi si trova oggi fuori dal mercato del lavoro, magari prossimo ai 50, è privo di quelle competenze, soprattutto a livello digitale, che sono considerate strutturali in qualsia portfolio di saperi personali: oggi puoi essere laureato ma finire per essere un analfabeta della neolingua dei pacchetti di software, degli algoritmi, dei Crm e ora dell’Ai.

Fra profit e non profit

Lo hanno fatto grazie a un bando da 516mila euro, Prospettive, del Fondo per la Repubblica digitale, una delle imprese sociali che l’Associazione italiana delle fondazioni bancarie e casse risparmio – Acri ha messo in campo per indirizzare la filantropia su aree di sviluppo strategico del Paese.

In un pomeriggio romano, come sempre più mite, più luminoso e più gradevole di quello di qualsiasi altra città, incontro i partner di questo progetto, partito nell’aprile 2024 e chiusosi con l’anno scorso. Siamo proprio nella nuova, bella sede di Italiacamp, organizzazione creata da un gruppo di studenti della Luiss nel 2010, per generare impatto mettendo assieme profit e non profit.

Si chiama L’Opificio ed è un luogo che, in qualche modo, parla di quello stesso progetto: a due passi dal Mattatoio di Testaccio, con vista  sul Gasometro, e sorge nell’area dove la Mira Lanza, l’antica fabbrica dei saponi, lavorava appunto con gli scarti della lavorazione delle carni.

L’Opificio di Testaccio che c’entra con Calimero e L’Olandesina

Di Italiacamp Luigi Mazza è uno dei “ragazzi prodigio” di 16 anni fa: oggi è direttore generale e mi racconta che, in questo edificio di due piani, l’antica azienda dei detervisivi aveva realizzato l’asilo per i figli dei dipendenti: quel bel welfare “padronale” di una volta, che oggi, nei rari casi in cui torna in auge, e senza padroni ovviamente, festeggiamo con valanghe di comunicati stampa.

Luigi Mazza, direttore generale Associazione Italiacamp Ets

Ha un’età, questo giovane manager, che non gli consente di non aver vissuto l’epoca in cui il detersivo, divenuto Miralanza, nell’Italia di Carosello e del bucato “bianco più bianco”, concorreva coi giganti Dash e Dixan, e lo faceva con una sottile strategia di marketing che allora non si chiamava ancora così: puntare ai bambini per motivare all’acquisto le madri. Prime le figurine nascoste nella polvere dei detersivi (che oggi su eBay valgono un patrimonio) e poi un cartone animato pubblicitario: Calimero, il pulcino nero che tornava bianco grazie alle virtù del sapone, sostituito, quasi un ventennio dopo, da L’Olandesina, che lavava cantando con secchio e zoccoli di legno.

«Poi divenne il laboratorio della Ditta Medici, maestri marmorari di fama internazionale: insomma, da sempre, è stato un luogo di cura e competenze, valori che Italiacamp ha raccolto e reinterpretato per affrontare le sfide contemporanee», mi dice, accompagnandomi per tutto il perimetro prima di entrare.

L’innovazione sociale fra marmi antichi

Con Mazza c’è Stefania Grea, segretaria generale di Fondazione Human Age Institute e c’è Roberta Solinas head of Delivery large enterprise di ManpowerGroup: dalla sala riunioni si vedono, nei giardini che circondano L’opificio Italiacamp, i molti manufatti in marmo lasciati in eredità dei marmisti vecchi inquilini: capitelli, statue, colonne, iscrizioni «molte cose notificate dalla Sovrintendenza», spiega Mazza, «perché spesso sono originali e antichi: servivano a modello dei pezzi nuovi, che li hanno poi sostituiti».

Le donne e gli uomini di Non è mai troppo tardi, invece, nessuno li ha sostituiti come pezzi vecchi ma, anzi, qualche volta la formazione li ha fatti nuovi, alcuni hanno ripreso il loro posto nel mondo del lavoro, altri lo faranno. In tutto parliamo di 150 persone.

Lo hanno fatto grazie a un lavoro che è durato due anni, «in tre grandi città, Torino, Milano e Roma, con 11 edizioni, ognuna di 56 ore di formazione digitale avanza e 16 dedicate alla formazione sulle cosiddette soft-skills», mi spiega. Tutto in presenza.

Un mese d’aula e competenze nuove per ripartire

 «Sì perché stiamo parlando», sottolinea, «di circa un mese d’aula, ossia 18-19 mattinate distribuite in quattro settimane. Significa tirare fuori un target fragile, da una zona paradossalmente di comfort, quella della casa, e mantenerla in aula». Non semplice, perché anche iniziative come queste, di re-avviamento a lavoro, conoscono i loro drop out: la sfiducia che germina nell’inattività è forte, la motivazione vacilla: «Sì, c’è chi si iscrive», conferma Grea, «magari non viene, o abbandona in seguito». 

Gli organizzatori sono allora giustamente fieri dei 150 formati, «significa che noi abbiamo intercettato, circa un migliaio di persone: a tutte dando un’informazione, mostrando percorsi, raccontando la possibilità di un aiuto».

Quello realizzato, concordano, è un partneriato, impegnato sulla frontiera di un bisogno sociale, talvolta silente e difficile da incontrare. «Un lavoro che comincia con l’intercettazione dei profili, come si dice in gergo, la loro formazione, il tutorato, il caring e poi, soprattutto, l’accompagnamento al lavoro», rilancia Mazza, «insieme ai colleghi abbiamo presidiato tutte queste tre fasi, perché è una filiera che ha delle delicatezze in ogni suo passo».

Mixare domanda e offerta di lavoro è alchimia,
non automatismo

Un lavoro che fa dire al team di Non è mai troppo tardi, «come l’incrocio tra domanda, offerta di lavoro non sia un automatismo, ma risulti appunto dal mix di tante variabili, un’alchimia perfetta».

Stefania Grea, segretario generale Fondazione Human Age Institute Ets di Manpower

E di come la motivazione, o la sua mancanza, siano decisive. I no preventivi o gli abbandoni arrivano dalle situazioni più diverse: a volte si è trattato di donne con figli piccoli e che non sono riuscite a conciliare l’impegno familiare con quello formativo; altre di chi non riteneva quella opportunità in linea con le proprietà competenze, altre ancora di chi si è trovato alle prese con sofferenze psicologiche latenti, «persino di un imprenditore che ha visto implodere la sua idea di business, rimanendo poi imprigionato nella storia di fallimento».

Come Neet anziani, talvolta mai entrati nel mercato del lavoro, oppure usciti da troppo tempo, gli uni e gli altri spesso imprigionati nei lavoretti, quel fare e disfare, quando è possibile e sempre in nero, sul filo del sostentamento.

«Abbiamo avuto un placement rate  e  un tasso di riattivazione, davvero elevato, intorno al 70%», spiega Mazza, «ma perché abbiamo avuto attenzioni e sensibilità nella gestione, anche nell’accompagnamento del loro lavoro, che questo profilo richiedeva».

La formazione sul digitale, molta e di buona qualità, è stata infatti solo una parte del lavoro: «Una delle cose più belle per molti partecipanti», conferma Grea, «è stata la relazione con la classe. Magari anche con una pizza insieme, a fine serata». 

Costruire relazioni nell’epoca della disaffiliazione

Nell’epoca della “disaffiliazione”, di cui una ricerca dell’Ocse di fine novembre ha dato conto – la crescente assenza di legami sociali, in paradossale contrasto con la pletora di esperienze social –  la relazione diventa un valore e non da poco: «Spesso la povertà economica, l’esclusione sociale, che cosa sono se non povertà relazionale?», mi dicono quelli di Non è mai troppo tardi in questo angolo, bello e suggestivo, di Roma, sconosciuto ai più, e io non posso non pensare a Giacomo Contri, un grande psicoanalista, allievo di Jacques Lacan, che una volta, in un’intervista, mi spiegò proprio che «è povero colui che non ha soci».

«Quello che abbiamo capito, che questo non è stato solo un progetto di formazione digitale, non solo di accompagnamento al mercato del lavoro, ma un progetto che contrasta anche la povertà relazionale», dice Mazza.

Un’edizione di Non è mai troppo tardi, con l’attestato di fine percorso – Foto Associazione Italiacamp

Dopodiché non si è certo desistito dall’insufflare nel percorso molte competenze: la segretaria generale di Fondazione Human Age Institute ricorda «il lavoro profondo e attento sulle proprie life skills, sulle proprie soft skills. E ancora, le testimonianze di role model, «una per ogni edizione, anche di manager importanti, come Mauro Gilardi di A2A o Andrea Pietrini di Yourgroup», ricorda Grea «che hanno mostrato come la vita poi professionale non sia semplice per nessuno, perché fatta di alte, di basi, di cadute e di salite per tutti». Per tutti i candidati, il lavoro ha condotto «a prendere consapevolezza del proprio desiderio professionale, a conoscere il mondo del lavoro, a costruire un curriculum, a simulare un colloquio».

In Job day dedicati, gli stessi specialisti di Manpower che li hanno conosciuti, intervistati, fatto il matching, come si dice in gergo, con le posizioni aperte delle aziende clienti.

Mi spiega Roberta Solinas, che in Manpower si occupa di tutta la parte di ricerca, selezione, amministrazione e del lavoro, tutti per i grandi clienti corporate appunto, mi spiega Solinas dicevo, come la fase di reclutamento sia stata particolarmente impegnativa. «Abbiamo utilizzato campagne di attraction multicanale: i nostri siti, LinkedIn, ma anche tanto associazionismo e tutti gli stakeholder che ci potevano dare supporto nel capire come avvicinare i candidati a questo tipo di percorso». 

«Il lavoro grandissimo che hanno fatto i nostri recruiter», racconta, «è anche quello di contattare immediatamente ogni candidato, di “colloquiarlo”, di validarne i requisiti richiesti dal bando, raccogliendo tutta la documentazione, e poi di tenerli ingaggiati fino all’avvio dell’aula».

Solinas mi dice che «c’è stato davvero un bel gioco di squadra tra Manpower e Italiacamp per la partenza ma anche a chiusura dell’aula: i colloqui sono stati moltissimi».

Un colloquio durante un’edizione di Non è mai troppo tardi – foto Associazione Italiacamp

Con quelli non ancora collocati «siamo ancora ingaggiati: chiudere una edizione ha voluto dire continuare a includere. Tutti i beneficiari, ancora oggi, seguiti in questo percorso di ricerca e di proposizione del lavoro».

In contatto con 1.800 recruiter

Sono nella banca dati e, ricorda, «i nostri recruiter in Italia, 1.800 persone, possono contattarli per offrire loro opportunità. Non saranno mai abbandonati».

Si capisce, ascoltando questa manager, quanto le competenze siano importanti ma come la relazione sia decisiva: «A volte quello che serve è anche una spinta: a provare, a tentare, ad accettare anche un’opportunità magari non perfettamente allineata ma capace di rimettere in moto la persona, di ridarle fiducia, motivazione e anche la gratificazione di poter andare a lavorare e portare a casa uno stipendio», osserva.

A proposito di remunerazione, quelli di Non è mai troppo tardi raccontano di sentirsi ripagati dalle tante, tantissime manifestazioni di gratitudine ricevute. «Abbiamo spesso creato un rapporto proprio personale con ciascuno di loro», dice Solinas, «ogni tanto i recruiter mi parlano dei messaggi ricevuti: a volte, anche chi ha rifiutato un’opportunità, ringrazia per averlo aiutato a riaccendere il loro motivazione, una voglia anche di riattivarsi».

Non solo Kpi

Il successo del progetto, osservano tutti sta proprio nell’impatto che quest’azione ha avuto nella vita di tante persone. «Indipendentemente poi dai Key performance indicators – Kpi, dal placement, o dal risultato finale», riprende Grea, «è un grande risultato umano che abbiamo raggiunto. Forse è impalpabile, ma resta grande».

Il podcast realizzato all’avvio dell’iniziativa nel 2024

Sì perché ci sono le statistiche ma anche le persone. Non che le prima non siano importanti: quelle di Non è mai troppo tardi parlano e ci dicono che ogni partecipante ha potuto fare almeno due colloqui (2,2 per l’esattezza), partecipare a due Job day, incontri più generalisti con molte aziende, uno su Roma o su Milano, e a 16 Recruiting day, più mirati a singole aree. Ma ci sono anche le persone, dicevo.

«Ma lei non è il dottor Mazza di Non è mai troppo tardi?», si è sentito chiedere il d.g. di Associazione Italiacamp poche settimane prima di questa conversazione: non capiva come la signora di una catena multinazionale della logistica, una persona non più giovanissima che lo seguiva nella conclusione dell’acquisto, lo conoscesse. Tanto che glielo chiese: «Chiedo scusa, dove ci siamo conosciuti?». E lei «Ho partecipato alla prima edizione, nella primavera del 2024».

E stava felicemente lavorando. No, non è mai troppo tardi, per fortuna.

La foto di apertura è dell’Associazione Italiacamp così come le altre foto, a eccezione di quelle con Luigi Mazza, dell’autore dell’articolo, e quella di Stefana Grea, dell’Ufficio stampa Manpower.

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