In questo inizio 2026, risuonano forti i tamburi di guerra che, d’altra parte, non hanno mai smesso di rullare, anche lontano dai racconti degli inviati e dai talk show.
Inevitabile allora pensare a chi, alla pace, non ha mai smesso di credere, come Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig di Torino, classe 1940. Uno che pensa, si impegna, lavora in un’ex-fabbrica di armi – si chiamava Regia Fabbrica delle polveri un tempo – oggi Arsenale della Pace.
Olivero, la sua storia personale è quella di una persona che ha lasciato tutto per dedicare la propria vita ai poveri, ai più fragili. Ci può ricordare che cosa la spinse a questa decisione?
Dico sempre che è colpa o merito di mia moglie Maria. Eravamo appena sposati e io ero impegnato in tantissimi gruppi. Impegnarmi per gli altri era il mio modo per costruire un mondo più giusto. Avevamo, però, una famiglia: così, mia moglie, un giorno mi chiese di scegliere un unico gruppo per impegnarmi e non disperdere energie. Aveva ragione. Non trovai un gruppo che avesse tutte le caratteristiche che cercavo: per me era importante che si impegnasse per abbattere la fame nel mondo aiutando i missionari di qualsiasi appartenenza, che non si occupasse di una categoria di persone ma fosse aperto a tutti con un’attenzione speciale ai giovani… così lo fondai. Il Sermig, il Servizio Missionario Giovani, è nato così.
Lei è stato amico personale di Madre Teresa di Calcutta e di Giovanni Paolo II. Cosa ha voluto dire per lei?
L’incontro con alcuni giganti della storia ha avuto il sapore di quel passo biblico che invita a consumare i gradini dei saggi. È stato fondamentale farsi consigliare, correggere, cambiare. Non si può vivere e camminare da soli. Alcuni loro inviti sono entrati nella nostra storia. Per esempio, durante la prima Guerra del Golfo, Giovanni Paolo II ci chiese di sostenere le popolazioni del Medioriente, un impegno che ci ha portato nel 2006 ad aprire l’Arsenale dell’Incontro in Giordania. Madre Teresa, negli ultimi anni della sua vita, rispose a una mia domanda con uno scritto che è diventato un mandato: “È tempo di prendere la Madonna con noi e andare alla ricerca dei bambini e dei giovani per portarli a casa”. Poterli frequentare è stata sicuramente una grazia e devo molto alla loro amicizia! Ma devo dire che ho ricevuto lezioni di vita anche da persone sconosciute, da bambini, da uomini e donne di Dio, da poveri che ho incontrato.
Ci sono altri incontri, frasi, parole anche di persone comuni, che l’hanno fatta riflettere in modo particolare o le hanno fatto palpitare il cuore?

Ricordo un bambino che tanti anni fa disse al suo educatore: “Tu non ci credi a quello che dici, perché mi vuoi convincere?”. Una frase potentissima che mi ha inchiodato alla responsabilità più grande: dire solo le cose in cui crediamo veramente. I giovani oggi non hanno bisogno di parole, ma di esempi credibili. Noi adulti non siamo perfetti, ma dobbiamo provarci.
Su cosa si fonda il suo pensiero di pace?
Sul Vangelo, su un Dio che ha dato tutto sé stesso per me. In Gesù vedo l’esempio credibile di cui parlavo. Ne sono innamorato. Se imparassimo dal suo modo di amare che è dare da mangiare agli affamati, accogliere lo straniero, vestire chi è nudo, visitare chi è malato, il mondo sarebbe già cambiato.
Come si può sviluppare un pensiero di pace non corrotto da posizionamenti politici?
Come si può restare oggi calmi davanti a tanta indifferenza nei confronti dei più fragili? Come si può parlare di pace oggi innanzi a tutto quello che accade nel mondo?
Credendoci ancora di più. Oggi viviamo in un’epoca tra le più complesse della storia. Parlare di pace viene visto da tanti come un atto di debolezza o come un cedimento al nemico. Non è così. L’alternativa è la distruzione, la logica del più forte, la cancellazione dei più deboli. Proprio quando la tenebra è più nera, dobbiamo avere il coraggio di proclamare che solo la luce annulla il buio attraverso concrete scelte e azioni di pace.
Lei era giovanissimo, solo 24 anni, quando ha fondato il Sermig. Con che tipo di visione?
Credo negli ideali, mai nelle ideologie. La giustizia non è un’opinione, come il diritto internazionale. Il criterio vero dovrebbe essere la regola de “L’altro sono io”. Se ci mettessimo davvero nei panni degli altri, se mettessimo davvero al centro la dignità umana, vedremmo il mondo con le sue ingiustizie e disuguaglianze con uno sguardo nuovo.
Credo negli ideali, mai nelle ideologie. La giustizia non è un’opinione, come il diritto internazionale.
Ernesto Olivero
Agli inizi eravamo un piccolo gruppo, senza competenze e risorse, ma con un grande sogno nel cuore: sconfiggere la fame nel mondo. Aiutavamo i missionari organizzando raccolte di denaro e materiali. Poi, piano piano, la nostra strada si è allargata. Noi siamo stati disponibili e ci siamo fatti interpellare dalle situazioni che arrivavano alla nostra porta. Così siamo cresciuti e la nostra avventura ha preso forma. Secondo noi, è un cammino guidato da Dio: mai, infatti, avremmo immaginato che potesse nascere qualcosa di simile.
Quali i più significativi risultati del Sermig in questi anni?
Il nostro bilancio parla da solo. Oggi gestiamo direttamente quattro Arsenali, due in Italia, uno in Brasile e uno in Giordania. Abbiamo promosso migliaia di progetti di sviluppo in tutto il mondo, accogliamo ogni notte quasi duemila persone nelle nostre case. Ma i numeri contano poco. Io credo che il risultato più bello sia rendersi conto, come diceva anni fa frère Roger di Taizé, che basta un pugno di giovani per cambiare il corso della vita di una città, di un Paese, del mondo. Senza trionfalismi, oggi posso dire che aveva ragione. Nel nostro piccolo ne siamo stati una prova.
La storia degli Arsenali ha insegnato tanto nel tempo. Luoghi di accoglienza, ma anche…?
Casa dei giovani, luogo di preghiera, di solidarietà, di cultura, di formazione. Gli Arsenali sono come le stanze di un condominio: tanti servizi, tante motivazioni diverse, tante provenienze diverse insieme, nel nome della bontà che disarma e che fa incontrare.
È significativo il fatto che l’Arsenale sia nato come fabbrica di polveri da sparo e nel tempo sia diventato luogo in cui si pratica la pace. Come ci si si riesce soprattutto in un momento in cui il dialogo tra culture, religioni, individui sembra così complicato?
Io credo che non esista una ricetta per dialogare. Noi ci proviamo e non siamo perfetti, nessuna realtà è perfetta. Siamo tutti in cammino. Di certo posso dire che il dialogo si fa dialogando, pronti anche a fare un passo indietro pur di lavorare per l’unità. Non è un gioco di parole, funziona proprio così. Bisogna allenarsi e non arrendersi, continuare anche di fronte alle difficoltà, agli insuccessi, ai fallimenti.
La Chiesa avrebbe potuto o potrebbe fare di più?
Una volta ho detto che nella Chiesa ho trovato le persone più belle che abbia mai conosciuto, ma anche le peggiori. Significa che la Chiesa è fatta anche di uomini e donne. Non l’ho mai vista come una struttura da aggiornare, ma come una Presenza a cui convertirsi. Questo richiamo vale per tutti. Detto questo, conosco tantissime realtà ecclesiali che, magari in silenzio, continuano ad essere segno di una profezia di pace. Basta cercarle e volerle vedere.
Perché sembra sempre più difficile parlare di pace e non di guerra?
Perché fare la pace è difficile, così come costruirla e mantenerla. È una responsabilità individuale, un lavoro quotidiano, direi quasi artigianale. Un artigiano fa spesso fatica, a volte si ferisce, ma la strada è questa. Parlare di guerra è più facile, ma la guerra rimane la follia più grande.
Come parlare di pace a popolazioni la cui quotidianità è a continuo pericolo per la propria vita…
Non disgiungendola mai dalla giustizia. La vera pace passa da lì, passa anche dal riconoscimento dei torti e delle ragioni, del dolore subito, delle ferite inferte. La pace non si impone, va seminata, custodita, difesa. Solo così l’odio forse incontrerà conversione.
Come ha accolto i messaggi che ci sono giunti da Papa Leone XIV e dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ci hanno parlato di “pace disarmata” e del fatto che la pace, in realtà, è un modo di pensare?
Sono due giganti del nostro tempo, due autentici punti di riferimento che riescono a parlare con fermezza, senza cadere nelle polarizzazioni che contraddistinguono questo nostro tempo. Ringrazio che ci siano figure così illuminate. Sono sinceramente più preoccupato dal fatto che tante persone, anche con responsabilità, fatichino ad ascoltarli.

Foto Paolo Giandotti/Ufficio Stampa Quirinale/LaPresse
Qual è il futuro che dobbiamo aspettarci, ma soprattutto quale futuro stiamo preparando, se lo stiamo preparando, per i nostri giovani?
Non lo so, dipende da noi. Nulla è scritto. La speranza in cui credo mi ricorda che il mondo è nelle nostre mani. Dipende da quale strada sceglieremo. Da parte mia, so che il male non avrà mai l’ultima parola, però è doveroso che tutti facciano la loro parte. Rispetto ai giovani, sono convinto che, se noi adulti non cambiamo il nostro linguaggio, le nostre relazioni, la nostra mentalità, lasceremo ai giovani un mondo polarizzato, violento, impaurito, arrogante. Non tutti gli adulti sono così, è importante che tutti coloro che hanno a cuore il futuro dei giovani facciano rete, non possiamo più rimanere soli.
L’Arsenale ha sempre aperto le porte a tutte le fragilità? Ci sono emergenze che non sono più tali? Quali sono e quali saranno le categoriea cui dobbiamo guardare perchè più a rischio?
Le emergenze cambiano, ogni epoca è segnata dalle sue. Oggi mi preoccupa molto la fragilità dei giovani, la loro paura per il futuro, a volte quasi l’annichilimento che li prende. Li capisco perché il mondo di oggi non aiuta a sperare, a costruire, a credere in grandi ideali. Mi unisco al presidente Mattarella quando li invita a non arrendersi. I giovani possono fare davvero la differenza. Io credo in loro.
Chi ha ispirato la sua vita?
All’inizio del Sermig il cardinal Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, ha saputo capirci e ha avuto fiducia in noi: io dico che ci ha riconosciuti prima ancora che noi capissimo chi eravamo. L’amicizia con dom Luciano Mendes de Almeida, vescovo brasiliano di cui è in corso la causa di beatificazione, mi ha sostenuto negli anni fondamentali. Eravamo così uniti che gli chiesi di scrivere una regola di vita per la nostra Fraternità, ma invece aiutò me a scriverla, parola per parola. Con lui mi confrontavo su ogni problema e decisione. Era la prima persona con cui condividevo una gioia o un dolore. Ci spinse a vivere la missione e trent’anni fa con lui aprimmo l’Arsenale della Speranza a San Paolo. Ma ho nel cuore anche i miei amici, compagni di strada durante tutta la mia vita. Senza di loro il Sermig non sarebbe cresciuto. Ho visto davvero tanti di loro togliersi il pane di bocca per accogliere un povero. Credo che persone e gesti così continuino a dare speranza al mondo.
Che messaggio lancerebbe per il 2026 ai politici, agli uomini di Chiesa, agli uomini e alle donne comuni?
Il mio augurio è che ognuno, là dove è, nel ruolo che ricopre, nella responsabilità che riveste, possa guardare negli occhi la pace che ancora non c’è facendole una domanda semplice e rivoluzionaria: “Pace, cosa posso fare per te?”. Chi avrà il coraggio di rispondere a questa domanda, avrà già cambiato un pezzo di mondo, almeno quello delle persone che incontra.
Nella foto in apertura, di Ruggero Romano Reina per LaPresse, Ernesto Olivero alla marcia per la pace organizzata a Torino dal Sermig nel 2022.
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