Credito alle Comunità

Qui Bologna, pensare case nella casa di quartiere

di Giampaolo Cerri

Voci e volti del debutto della prima coprogettazione privato profit - privato non profit, a tema l'emergenza abitativa e l'housing sociale e promossa da Intesa Sanpaolo, Aiccon Research e SocioLab a Bologna. VITA c'era

Operai neoassunti per i cantieri di opere pubbliche importanti che non hanno fatto parola della loro precarietà abitativa e, piuttosto, vanno a dormire in alloggi di fortuna, se non sotto i portici: temevano di non essere selezionati. Altri giovani lavoratori stranieri, ottimi lavoratori, un tempo minori non accompagnati e ora neomaggiorenni, che fino a ieri vivevano in comunità e per i quali le aziende stesse chiedono alle associazioni che li hanno accompagnati: «E adesso dove andranno a vivere? Come possiamo dare loro una stabilità?».

La Salta della Casa di quartiere Katia Bertasi

Stranieri anche quei lavoratori che faticano, coi loro salari, ad affrontare un mercato abitativo sempre più esigente e spesso incrinato dalla mancanza di fiducia – di tornare in possesso della casa, di dover fronteggiare una morosità involontaria, di trovarsi a fare i conti con usi e costumi che magari indispongono il vicinato, che irritano il pianerottolo.

Lavoro povero che spinge anche le famiglie italiane fuori dalla città, magari in collina, ma con una mobilità così complicata che quelle occupazioni poi, nel tempo, inevitabilmente le mette a rischio.

Ascolta Piera Loffredo, responsabile Minori stranieri non accompagnati di Centro studi analisi di psicologia e Sociologia Applicate – Csapsa

Giampaolo Cerri · Credito_alle_Comunità_Piera_Loffredo_Csapsa

Dai gruppi di lavoro che SocioLab, realtà esperta nella facilitazione dei processi partecipativi, mette al tavolo dentro il salone della casa di quartiere Katia Bertasi, al Navile di Bologna, palazzoni cemento-vetro sul limitare della ferrovia, emerge anche questo.
Nessuno ci gira attorno: viviamo un tempo innervato di paura e chi è fragile paura un po’ la fa.

Coprogettazione privato-privato sociale

Benvenuti alla fase operativa di Credito alle comunità, prima coprogettazione privato con privato, una banca for profit, la prima d’Europa, con il privato-sociale, fatto di enti di Terzo settore, cooperative, associazioni. Certo, la banca ha un carattere sociale marcato, parla di lotta alle diseguaglianze fin dentro nel suo Piano di impresa, e scrive nero su bianco cifre importanti – 1 miliardo aggiuntivo nell’ultimo, 2026-2029, approvato a inizio mese – perché ha azionisti come le fondazioni che lavorano per la coesione; certo, a dar vita a Credito alle Comunità è la Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, che un tempo era Banca Prossima, e che lo scorso anno ha erogato finanziamenti per 360 milioni agli enti di Terzo settore, ma privato for profit rimane, e non si può dissimulare, per questo motivo, un certo piacevole stupore, saltando da un tavolo all’altro, osservando i post-it gialli che SocioLab appoggia, uno via l’altro, nei grandi tabelloni che raccolgono bisogni e criticità, come quelle citate in apertura: siamo nel cuore di uno dei dossier più urgenti del Paese, ad ascoltare le voci degli attori che su questo sono impegnati e al tavolo c’è una banca, cioè un soggetto che nel Piano nazionale dell’Economia sociale di recente recepimento, viene citato solo per una sola volta e per una problematica: la desertificazione degli sportelli, nelle aree a minore residenzialità. Visione (o miopia) che tradisce come un stigma ancora resista, potente.

Ascolta Maria Chiara Vita Finzi di Agevolando

Giampaolo Cerri · Credito_alle_Comunità_Agevolando_Maria Chiara Vita Finzi

Gli enti, dicevamo. Son quelli che stanno, a Bologna, sulla trincea della fame abitativa, quella temporanea dei caregiver che accompagnano a curarsi negli ospedali bolognesi o quella che ha il carattere più duro del lavoro povero o della povertà. Sono associazioni che rispondono a vari bisogni, come Ageop Ricerca, Agevolando, Centro Astalli, Dammi il tiro, Casa delle donne, Genitori ragazzi down; sono cooperative sociali, come Arca di Noè, Open Group, Centro Studi Analisi di Psicologia e Sociologia Applicate, Martin Pescatore, Lai Momo, Piazza Grande, Domani, Loto Dorato, Solare sociale; sono cooperative produttive, come la Giuseppe Dozza, che storicamente edifica, o di servizi, come Confcooperative Terre d’Emilia; sono le grandi realtà riconducibili alla Chiesa cattolica, come l’Arcidiocesi, l’Opera Padre Marella, l’Istituto di sostentamento del clero, la fondazione Santo Petronio, ossia la Caritas; sono le fondazioni che lavorano sulle residenze universitarie, come Camplus, o che gestiscono patrimoni che sono frutto di una generosità che arriva attraversa i secoli, come quello del Sant’Orsola e o dell’ex-Cassa di Risparmio di Bologna.

La sindaca e le risposte

La vicesindaca Clancy, il direttore di Aiccon Research Paolo Venturi, Giampaolo Cerri di VITA

Non che manchi il coté pubblico, intendiamoci. La municipalità bolognese ci mette il volto giovane e determinato di Emily Clancy, assessora alla Casa oltre che vice del sindaco Matteo Lepore e che arriva sapendo di aver dato segnali forti: ha censito con un Osservatorio dedicato gli alloggi sfitti, quasi 12mila, e ha costituito una fondazione dedicata, quella “Per l’abitare”, che ha proprio il mandato di intermediare coi proprietari e fornire loro garanzie addizionali quando il potenziale locatario non può offrirne, fino a rimborsare per intero l’Imu per chi affitta e recuperando il patrimonio pubblico in questa direzione. E poi, ancora, sostegni mirati a dare supporto a chi, negli alloggi pubblici, ha redditi ridotti ai minimi termini: «Stiamo parlando di Isee bassissimi, dell’ordine di 2-3mila euro». Clency risponde che «sì, il Piano metropolitano per l’Economia sociale è la cornice in cui anche questo intervento può essere ricompreso», e lo dice al tavolo con gli altri player dell’iniziativa, Aiccon Research, centro studi delle centrali cooperative con l’Università di Bologna, e le già citate SocioLab e Direzione Impact.

Ownership comunitaria

«Il cuore dell’innovazione», le fa eco Paolo Venturi, che di Aiccon Resarch e che di quel Piano è stato consulente e adesso lavora con expert advisor di quello regionale «sta nell’assumere l’economia sociale non come cornice retorica ma come orizzonte economico operativo, e nel co-produrre nuovi strumenti finanziari che non si limitino a far convergere le comunità attorno a temi comuni, ma producano un mutuo riconoscimento e una responsabilità condivisa rispetto al rischio legato al credito dato alla comunità stessa».

Spiega che il mercato da solo ovviamente non basta, che non si può parlare seriamente di abitare senza avere il coraggio di dire, con chiarezza che le ricette adottate finora non hanno funzionato. «L’idea che una marea crescente — Pil in salita, prezzi delle case in rialzo — faccia sollevare tutte le barche si è rivelata una narrazione comoda per chi stava già in alto, ma smentita dai fatti per tutti gli altri. Le disuguaglianze non si sono attenuate: si sono esasperate, e si sono strutturate»

Guarda lontano questo economista, parla di ownership comunitaria: «Le comunità non sono semplici richiedenti di credito o beneficiari passivi di politiche progettate altrove. Diventano istituzioni che si fanno interlocutrici, che co-investono nello sviluppo del proprio territorio, che si assumono una parte del rischio. I soggetti detentori di asset si trasformano in co-produttori insieme ai beneficiari di nuovi strumenti finanziari».

Andrea Lecce, con la coprogettazione
facciamo tutti un passo indietro, per collaborare

Andrea Lecce, che della Direzione Impact è il responsabile, è persona che il sociale lo incontra da tante parti d’Italia, rapportandosi al Terzo settore nelle sue varie articolazioni territoriali: clienti o potenziali clienti di Intesa Sanpaolo. A Bologna spiega il senso di questa coprogettazione: «Quando parliamo di coprogettazione intendiamo un percorso in cui ciascun attore è disposto a fare un passo avanti. Mettiamo a disposizione competenze, e risorse, ma prima di tutto ci poniamo in ascolto, per convergere insieme su bisogni reali e soluzioni sostenibili», aggiunge, «vogliamo superare un approccio puramente finanziario, in cui si valuta un’idea solo sulla base della sua tenuta economica: il nostro obiettivo è costruire progettualità che integrino impatto sociale e solidità finanziaria, in una logica di corresponsabilità».

Il suo collaboratore più prossimo, sul territorio, si chiama Alberto Neri, ed è responsabile per Direzione Impact per l’area Emilia Romagna e Marche, e questo processo l’ha seguito passo passo.. Ascoltiamolo.

Giampaolo Cerri · Credito alle_Comuità_Alberto Neri_Intesa_Impact — Modifica

Guardando alle soluzioni abitative al centro del progetto, Lecce evidenzia una visione:

Risposte intergenerazionali

«Ci aspettiamo modelli capaci di favorire integrazione e coesione, favorendo ogni forma di  inclusione, in ogni suo aspetto. Immaginiamo spazi aperti a tutte le categorie – studenti o anziani – in contesti che promuovano intergenerazionalità e relazioni di comunità. All’interno di questi progetti, la presenza di servizi comuni può rappresentare un elemento distintivo. Penso, ad esempio, a esperienze come il “Maggiordomo di quartiere” sviluppato a Parigi: un presidio di prossimità che offre supporto quotidiano alle persone e rafforza i legami di vicinato, contribuendo a costruire comunità più inclusive e solidali».  

Andre Lecce

In questa prospettiva, la Direzione Impact opera infatti per lo sviluppo di soluzioni finanziarie orientate all’impatto sociale, affiancando gli enti del Terzo settore e gli attori territoriali con strumenti di credito dedicati, accompagnamento specialistico e valutazioni che tengono insieme sostenibilità economica e valore generato. «Il nostro impegno», conclude Lecce, è mettere il credito al servizio delle comunità, sostenendo iniziative che rafforzino la coesione e producano benefici misurabili e duraturi nel tempo».

Arrivano gli stakeholder

Dopo i tavoli al mattino, la raccolta dei bisogni e delle proposte di soluzione – «abbiamo accompagnato qualche giovane lavoratore alla sottoscrizione di mutui, necessariamente con percentuali ampie», dice qualcuno – nel pomeriggio ci si riunisce in plenaria, con gli stakeholder nel frattempo arrivati.

Francesco Ranghiasci con Lorenza Soldani, entrambi di SocioLab, ricorda il metodo di lavoro applicato, utilizzando la metafora dell’arancia e la necessità di mettere insieme chi opera e porta bisogni con chi intravede soluzioni e con chi, come stakeholder – ci sono tra gli altri il Forum per il Terzo settore dell’Emilia Romagna, con Alberto Alberani, c’è la Fondazione Unipolis con la direttrice Marisa Parmigiani, c’è il Consorzio Cgm con la presidente Giusy Biaggi –  è pronto a mettersi in dialogo.

«È complicato, forse è impossibile, mangiare un’arancia tutta insieme in un unico morso», osserva Ranghiasci, «ma se la dividiamo in spicchi è più semplice, alla fine ci si riesce. Così, queste sfide sulle quali ci siamo confrontati questa mattina sono dei pezzi molto specifici del problema dell’emergenza abitativa che però abbiamo formulato sulla base delle candidature, delle proposte, delle informazioni che ci sono venute e dalle realtà dell’economia sociale presenti e che poi hanno preso parte a questi gruppi di lavoro. Un lavoro che abbiamo facilitato ai tavoli, dove si sono sedute anche persone di Intesa Sanpaolo e sono venute fuori tante cose, che sono lì (indica i tabelloni con i post-it, ndr), ce le siamo dentro e abbiamo un po’ provato ad affinare».   Il lavoro continua, dunque.

To be continued

Uscendo alla chetichella, dove la luce bassa di uno spettacolare tramonto petronianio si staglia dietro la galleria dove i giovani fanno rumorosamente skate, gli uomini e le donne delle organizzazioni e delle realtà portatrici di interesse ragionano già sulla prossima tappa, ché i bisogni non aspettano.

Anche il vostro cronista lo fa, non senza aver googlato il nome della donna che dà il nome a quella struttura, così tanto simile a una casa del popolo dismessa, con la cooperativa sociale che gestisce con cortesia bar e ristoro e le persone ai tavoli che sfogliano il Carlino e Corriere dello Sport – Stadio e no, L’Unità non c’è.

Katia Bertasi faceva la contabile in un’azienda e all’interno della non lontana stazione di Bologna lavorava quel 2 agosto del 1980. Morta anche lei, insieme ad altri 84, nella strage: una casa lei ce l’aveva – e non ce la fecero tornare, in quel maledetto sabato – ma una casa ce l’avrà per sempre qui, nella memoria di tanti, compresi quelli che, si dirà un giorno, studiarono di come dare casa ha chi non l’ha.

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