Volontario, perché lo fai?

Qui Roma, nella casa dove i detenuti si sentono a casa

di Ilaria Dioguardi

Nel quartiere Città giardino, l’associazione Volontari in carcere-Vic ha una casa che accoglie i detenuti in permessi premio o in situazione di misure alternative alla detenzione. Spazi a misura di relazione, dove possono trascorrere del tempo con i loro cari. Il racconto di una mattinata nella casa, con gli ospiti Ettore, Sandro, Anita (nomi di fantasia), l'operatore Maurizio e i volontari Gianfranco e Chiara. Lei fa volontario in carcere da 17 anni: la sua storia è una delle dieci che VITA ha raccolto in "Volontario, perché lo fai?", andando proprio là dove tutto farebbe pensare che "tanto non cambia niente"

È una splendida giornata d’autunno a Roma, la classica ottobrata romana. Percorro la stretta via che mi porterà a destinazione, nella zona nord-est della Capitale, nel quartiere Città giardino. Suono al citofono di un portoncino con la targa di Volontari in carcere – Vic. Mi apre con un sorriso Chiara Ioele, 50 anni, volontaria dal 2008 dell’associazione: «In 17 anni neanche un giorno ho pensato “ma chi me lo fa fare? Lascio stare”», dice subito. Chiara è una delle volontarie che si raccontano nel nuovo numero di VITA, titolato Volontario, perché lo fai? (se hai già un abbonamento, grazie e leggi subito qui il numero): uomini e donne impegnati in servizi “di confine”, là dove verrebbe più facile pensare che “tanto non cambia niente”. E invece…

Il senso di impotenza, confessa «lo provo tutti i giorni». Un po’ quando «vedo rientrare in carcere ragazzi che potrebbero avere altre prospettive di vita», un po’ per «la rigidità delle istituzioni, ogni cosa lì dentro diventa un problema enorme». Ma mai, appunto, ha pensato di mollare.

Al Vic come a casa, seppure “a tempo”, insieme ai propri cari

Nata dall’esperienza di un gruppo di volontari della Caritas diocesana di Roma, Volontari in carcere – Vic opera nei quattro istituti penitenziari di Rebibbia (tre maschili e un femminile) e nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Chiara mi racconta, con l’entusiasmo e la passione negli occhi, che, una volta alla settimana, da 17 anni va a fare attività di ascolto nella casa di reclusione del carcere romano.

La casa di accoglienza del Vic nella quale ci troviamo accoglie dal 2017 ristrette e ristretti in permessi premio o in situazione di misure alternative alla detenzione, offre ospitalità anche ai familiari che vengono da fuori. «È una delle poche strutture di accoglienza per detenuti che accoglie sia uomini che donne, offrendo la possibilità di trascorrere dei periodi di libertà con i propri cari in un ambiente familiare», dice Ioele. Su tre piani, in questo periodo la casa non è del tutto abitata: «Purtroppo è difficile che sia piena, non è facile ottenere i permessi premio».

La casa del Vic offre a detenuti e detenute in permessi premio la possibilità di trascorrere dei periodi di libertà con i propri cari, in un ambiente familiare

Melanzane alle 11

Mentre parliamo, saliamo le scale e arriviamo in cucina, un ampio ambiente che si affaccia su un grazioso giardino. Seduto al tavolo, davanti alla tv accesa, c’è Ettore (nome di fantasia). Avrà circa 40 anni, le braccia e il collo sono colorati da molti tatuaggi, sta mangiando delle melanzane. «Io pranzo tutti i giorni alle 11-11,30, in carcere sono abituato così». Sandro (nome di fantasia) è fuori, si concede qualche raggio di sole. Ci saluta con un sorriso, ogni tanto entra a controllare le pentole sui fornelli accesi, aspetta che il suo pranzo sia pronto. 

Chiara, volontaria, e Maurizio, operatore, nel giardino della casa del Vic


Nella stanza adibita ad ufficio dell’associazione incontro Maurizio, operatore della casa di Vic, e Gianfranco, marito di Chiara e volontario anche lui, intento a lavorare. «Ci siamo conosciuti grazie all’associazione. Il “lavoro” ce lo portiamo anche a casa, è inevitabile», dicono Chiara e Gianfranco. «Nostro figlio di 11 anni ci sente sempre parlare di cosa succede in carcere; pochi giorni fa ha conosciuto un suo coetaneo che gli ha detto che abita a Rebibbia, lui è rimasto sorpreso: pensava che così si chiamasse solo il carcere e non anche una zona di Roma. A casa nostra è capitato anche di ospitare, in emergenza, alcuni parenti di detenuti». Alla parete, sono appese le chiavi delle stanze e, sopra, una foto che colpisce la mia attenzione: una mamma e una bambina dietro le sbarre di una finestra del carcere.

La prima notte fuori, dopo sei anni

«Questa notte un “permessante”, dopo sei anni in carcere, ha trascorso la prima notte fuori Rebibbia», mi racconta Maurizio, che prende una delle chiavi appese nell’ufficio e mi porta a vedere una delle stanze. «Questa mattina mi ha confessato di aver passato tutta la sera fuori in giardino, di essere rimasto per un’ora a fissare le luci degli appartamenti intorno che si accendevano e si spegnevano. Mi ha detto: “Mi mancava vedere la vita della gente nelle case. Amo immaginare da chi sono abitate, cosa succede all’interno. In carcere c’è poco spazio per l’immaginazione”».

Nelle stanze della casa ci sono letti singoli: «All’inizio c’erano letti a castello, ma li abbiamo tolti perché ai nostri ospiti ricordavano troppo il carcere: almeno quelle poche notti che possono passare fuori, hanno voglia di sentirsi come a casa. Anche le grate alle finestre danno loro fastidio, spesso le spalancano per avere tutta la finestra libera da sbarre, che in carcere sono ovunque», racconta Maurizio. Piccoli dettagli, che fanno la differenza.

Mi mancava vedere la vita della gente nelle case. Amo immaginare da chi sono abitate, cosa succede all’interno. In carcere c’è poco spazio per l’immaginazione

Un ospite della casa

A “casa” con la nonna

Mentre parliamo sento che, al piano di sopra, ci sono dei bambini che corrono e ridono. Salgo a conoscerli, sono i nipoti di Anita (nome di fantasia), che giocano e si rincorrono dentro e fuori la casa, mentre la loro nonna e la loro mamma stanno cucinando una minestra. Il maschio avrà quattro anni e la femmina otto-nove, si stanno rincorrendo in giardino. Hanno potuto trascorrere la notte qui insieme alla nonna, li ha raggiunti la mamma e tra poco pranzeranno. li incontriamo di lunedì: Anita potrà stare nella casa fino a venerdì, per poi tornare in carcere.

Dai suoi occhi già si intravvede un velo di tristezza al pensiero che, tra quattro giorni, non potrà più trascorrere le giornate con la figlia e i nipotini, per un po’ di tempo. Mi confida che, quando può uscire in permesso premio, non vede l’ora di passare qualche giorno con loro. Stanotte hanno dormito poco, si sono raccontati tante cose. Ma adesso i ditalini rigati sono cotti e si siedono a mangiare tutti e quattro insieme.

Gli ospiti della casa sono autonomi, di giorno ci sono i volontari a loro disposizione, di notte sono soli. «Ci sono state delle evasioni, è capitato. Ma non è mai successo nulla, né alla casa né a ciò che c’è dentro. Chi viene qui sa che, se si comporta bene, potrà tornarci, a discrezione del magistrato di sorveglianza. Se fa qualcosa di sbagliato potrebbe non avere più permessi premio».

Esco dalla casa, in punta di piedi come ci sono entrata. So già che questa mattinata mi resterà nei ricordi e nel cuore.

Impotenza è la cifra del nostro tempo, ma in Italia ci sono 4,7 milioni di persone che si spendono per gli altri.
Qual è il senso di questo impegno? Le risposte all’interno del magazine ‘‘Volontario, perché lo fai?

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Foto dell’autrice

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