La cooperativa Rocinha Recicla (Credito Rocinha Recicla)

Economia circolare

Riciclare in cooperativa, così l’innovazione sociale cambia il volto delle favelas di Rio

di Paolo Manzo

La Rocinha, la più grande favela della capitale carioca, sta diventando un laboratorio di innovazione sociale guidato dai catadores, i raccoglitori di rifiuti che alimentano l’economia circolare dal basso. Cooperativa di punta è Rocinha Recicla, che grazie a Plastic Bank garantisce reddito, formazione e tracciabilità ai lavoratori, trasformando la plastica in opportunità. Accanto al riciclo nascono moda sostenibile, strumenti musicali creati dal riuso, progetti digitali, scuole di cinema e piattaforme per microimprese. Nel 2025 la comunità ha ottenuto 28 progetti dall'amministrazione locale, segno di un ecosistema vivo nonostante violenza, precarietà e scarsi servizi

Dalla Casa delle Canoe di Oscar Niemeyer, un’opera splendida del grande architetto che ha costruito Brasilia, si vede la Rocinha, la favela più grande di Rio de Janeiro. Dai suoi vicoli strettissimi ogni  mattina scendono con i loro carretti i catadores, i raccoglitori indipendenti di rifiuti, che iniziano la loro giornata ben prima che la città apra gli occhi. Sono loro – un esercito ancora di invisibili agli occhi del Brasile – a muovere la prima pedina della giornata dell’economia circolare brasiliana. Ma sono sempre loro che, da qualche anno, stanno trasformando la Rocinha in uno dei più dinamici laboratori di innovazione sociale dell’America Latina.

Alcuni dei lavoratori di Rocinha Recicla (Credito: Rocinha Recicla)

In questa favela, termine oggi sostituito dal più politicamente corretto «comunidade», dove disuguaglianza e violenza convivono con energia creativa e potenzialità imprenditoriali, stanno nascendo, infatti, soluzioni che parlano di futuro: biogas ricavato dai rifiuti, applicazioni per geolocalizzare i punti di raccolta, piattaforme di opportunità per microimprese locali, moda sostenibile ottenuta dal riuso di tessuti, scuole di cinema e spazi di tecnologia comunitaria. Tra gli attori più vivi spicca una cooperativa, la Rocinha Recicla, che ha trasformato i rifiuti in opportunità, la plastica in un lavoro dignitoso, reddito, formazione e speranza.

Una favela che cambia: 28 progetti d’innovazione sociale

Il salto degli ultimi anni non è casuale. Nel 2025 la Rocinha è stata la comunità con il maggior numero di progetti selezionati dal programma «PISTA» della Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di Rio de Janeiro, la FAPERJ, con ben 28 iniziative su 101 – dimostrando che la periferia è capace di generare conoscenza, tecnologia e impatto. Tra le idee premiate la  Conecta Rocinha, una piattaforma digitale di opportunità per microimprese; la Guida Gastronomica Digitale, per valorizzare la ristorazione locale; Rocinha Recicla App, un’applicazione sviluppata «in favela» per migliorare il riciclo;  NOMAD Rocinha, un progetto che integra manifattura additiva, economia circolare e design sostenibile; lAccademia del Cinema della Rocinha e la Scuola.Lab, che formano giovani nel settore degli audiovisivi e del  digitale.

A spingere questo ecosistema è un nuovo protagonismo delle organizzazioni comunitarie, come il giornale locale Fala Roça, selezionato dallo stesso bando per sviluppare un progetto di comunicazione rivolto agli imprenditori delle  favelas. «La scienza e la tecnologia – racconta una delle coordinatrici – hanno senso solo se dialogano con il territorio. Qui nessuna innovazione è calata dall’alto ma nasce da bisogni concretie da persone reali».

Rocinha Recicla: dove la plastica diventa reddito e dignità

Una lavoratrice (Credito: Rocinha Recicla)

Il cuore pulsante della rivoluzione verde della Rocinha è però Rocinha Recicla, una cooperativa nata per professionalizzare e dare valore al lavoro dei catadores, che raccolgono i rifiuti per poi riciclarli. Il loro è un lavoro duro, frammentato, spesso informale, spesso privo di diritti e fatto quasi sempre da persone ai margini della società o in stato di vulnerabilità che ora trovano in questa cooperativa un riferimento e maggiore tutela. Il progetto, sviluppato in alleanza con la canadese Plastic Bank, prevede la raccolta e la consegna mensile di 10 tonnellate di plastica destinate al riciclo. Ogni chilo di materiale consegnato è registrato tramite blockchain, garantendo pagamenti trasparenti e tracciabilità completa. Oggi la cooperativa coinvolge 105 raccoglitori che grazie a questo sistema di pagamenti hanno visto aumentare il reddito del 40%.

Alcuni raccoglitori di plastica della Rocinha (Credito Fala Roça)

Solo negli ultimi due anni la Rocinha ha destinato al riciclo oltre 90.000 tonnellate di plastica, con una previsione di raggiungere le 240 tonnellate, l’equivalente di 12 milioni di bottiglie PET, entro la fine del prossimo anno. «I raccoglitori vivono qui, conoscono ogni vicolo e ogni famiglia, e stanno trasformando la comunità dal basso», spiega Ricardo Araújo, direttore di Plastic Bank Brazil.
«Ogni pezzo di plastica che non finisce in mare è un pezzo di futuro salvato».

La Carta del Riciclaggio, la nuova moneta sociale

La cooperativa è stata inaugurata ufficialmente nel 2025 con il sostegno della Segreteria dell’Ambiente e della Sostenibilità dello stato di Rio de Janeiro, la Seas, e rappresenta uno dei primi passi verso la creazione di un Polo di Reciclaggio vicino allo storico quartiere di São Conrado, struttura che permetterà di ricevere rifiuti da tutta la Zona Sud della città e di aumentarne il valore attraverso la pressatura e lo stoccaggio.

Lo stoccaggio dei rifiuti riciclati (Credito: Rocinha Recicla)

Parallelamente è nata anche la «Carta del riciclaggio», una moneta sociale che permette ai catadores di scambiare il materiale raccolto con credito spendibile in negozi convenzionati all’interno della favela. Una forma concreta di inclusione economica che rinforza l’autonomia dei lavoratori.

Dal rifiuto alla moda: l’economia circolare che cambia la narrazione

Nel tessuto della Rocinha scorrono anche altre forme di sostenibilità. Il progetto De Olho no Lixo, attivo da diversi anni, ha rimosso oltre 600 tonnellate di rifiuti da aree degradate come Roupa Suja e Lajão trasformando parte del materiale in strumenti musicali e pezzi di abbigliamento.

Nell’atelier di Ecomoda, lo stilista Almir França insegna a giovani – e non solo – a creare accessori e vestiti usando jeans, tessuti scartati e materiali raccolti nei vicoli della favela. Ogni bottone, ogni fibra, ogni scampolo racconta una storia di resilienza.
«La sfida», dice, «è non produrre nuovo rifiuto. Qui tutto deve trovare una seconda vita».

Poco distante, il collettivo Funk Verde costruisce tamburi, chocalhos e strumenti di percussione con lattine, secchi, tappi e alluminio. Per produrre dieci chocalhos servono circa 800 lattine: una quantità che dà l’idea del potenziale di trasformazione ambientale del progetto.

I programmi Pro-Recycler e Pró-Catador

Il lavoro delle cooperative non sarebbe possibile senza una rete di sostegno istituzionale. Negli ultimi mesi, l’Istituto di Diritto Collettivo (IDC) e il Sebrae, Servizio brasiliano di supporto alle micro e piccole imprese di Rio de Janeiro, hanno lanciato due programmi di portata storica. Il primo si chiama Pro-Recycler che offre formazione tecnica e manageriale, rafforzamento amministrativo alle cooperative sociali e le collega con nuovi mercati e appalti pubblici. Il secondo si chiama Pró-Catador, dura inizialmente 12 mesi, e supporta 500 raccoglitori indipendenti di rifiuti, 25 cooperative selezionate con criteri socio-economici, offrendo piani personalizzati ad ognuna di loro per migliorare la gestione, la sicurezza, le infrastrutture e le relazioni istituzionali. La cooperativa può diventare un modello per l’intero Brasile e l’obiettivo è chiaro, ovvero trasformare un lavoro storicamente marginalizzato in una professione riconosciuta, dignitosa e fondamentale per la sostenibilità del gigante latinoamericano.

Innovazione sì, ma con ostacoli reali

Nonostante i progressi, la vita quotidiana dei raccoglitori resta, comunque, durissima. Molti lavorano in situazioni precarie e, a contatto diretto con la violenza delle favelas dove narcos armati e la presenza intermittente dei servizi pubblici complicano la logistica della raccolta differenziata, ostacolando regolarità e redditività. La disuguaglianza urbana, inoltre, pesa come un macigno perché le comunità che generano soluzioni sostenibili sono le stesse che poi ricevono meno investimenti infrastrutturali. Eppure, paradossalmente, è proprio in questo contesto che l’innovazione riesce a trovare terreno fertile.

La favela come laboratorio urbano

Il sociologo brasiliano Ernani Fagundes, che studia i processi comunitari nella metropoli, sintetizza così questo «miracolo» dei paradossi: «Oggi le favelas non sono solo territori vulnerabili, sono il primo luogo dove si sperimentano risposte reali a problemi che il resto della città non riesce più a gestire». Per alcune ONG locali, la Rocinha è un «hub di innovazione popolare», ovvero una città dentro la città, con un’economia propria, un mercato creativo in crescita, un ecosistema digitale sorprendente e una rete di solidarietà che compensa ciò che la politica spesso non garantisce.

Le voci della cooperativa

Carlos Pedro da Silva, presidente di Rocinha Recicla, spiega il progetto a VITA. «Vogliamo che la raccolta differenziata diventi cultura, non eccezione. La Rocinha può cambiare il modo in cui tutta  Rio vede i rifiuti. Possiamo creare lavoro, reddito, educazione ambientale, arte. La favela ha una forza che l’esterno ancora non capisce». Accanto a lui c’è Miriam, 47 anni, che ha imparato a leggere e scrivere da adulta e oggi partecipa ai corsi di musica del progetto De Olho no Lixo. «Sto imparando una cosa alla volta», dice. La sostenibilità, qui, passa anche dall’autostima ritrovata.

Oltre la narrativa della povertà

Tutto questo dimostra che la sostenibilità urbana può germogliare proprio nei luoghi più marginalizzati attraverso il protagonismo dei residenti, la costruzione di reti tra istituzioni, imprese e comunità, e la valorizzazione dei catadores come agenti ambientali essenziali. La Rocinha – come Paraisópolis ed Heliópolis a San Paolo – sta raccontando una storia diversa del Brasile: non solo violenza, non solo precarietà, ma capacità collettiva di reinventarsi. Un modello di economia circolare che nasce dal basso e che potrebbe, un giorno, contaminare il resto del Paese.

Di questo è convinta Irlaine (Tita) Alvarenga, la Sovrintendente alla Sostenibilità del Governo dello Stato di Rio de Janeiro, che VITA ha intervistato

L’intervista

Irlaine (Tita) Alvarenga

Quali sono oggi le principali innovazioni sociali e ambientali nelle comunità di Rio?

«Alla Segreteria dell’Ambiente stiamo lavorando molto sull’innovazione sociale applicata ai territori. Promuoviamo e finanziamo imprese a impatto, che poi incubiamo direttamente nelle comunità: il nostro programma di punta è il PISTA, il Parco Tecnologico a vocazione sociale. Parallelamente investiamo su comunicazione ed educazione ambientale, con il progetto Educando per la Sostenibilità, e sosteniamo iniziative come Comunità Ricicla, attive a Rocinha e Vidigal».

Come è nata l’idea e quali materiali riciclate?

«Comunità Ricicla nasce da un’esigenza molto concreta: ripulire la scogliera, invasa per anni da bottiglie di plastica. Il primo nucleo del progetto risale al 2014 e si chiamava De Olho no Lixo. Da lì abbiamo creato una cooperativa, attivato orti comunitari e ampliato la raccolta. Oggi recuperiamo circa 10 tonnellate di plastica al mese – che arrivano a 30 nel periodo di Carnevale – tra Rocinha e Vidigal. I surfisti ci segnalano già un miglioramento evidente, e dove sono nati gli orti sono tornate tartarughe e piccoli pesci: segnali concreti di rigenerazione».

Quali sono i maggiori ostacoli?

«La sfida più delicata resta l’accesso ai territori controllati dalle fazioni. Possiamo entrare solo grazie alla mediazione dei residenti e, in alcuni casi, dobbiamo andare personalmente a negoziare con chi gestisce il territorio. È complesso, ma necessario. Diverse difficoltà emergono anche nelle aree rurali interne a Rio, dove la comunicazione è più fragile, e nelle comunità indigene e dei pescatori, dove stiamo costruendo ora un percorso stabile di educazione ambientale».

Di cosa avete più bisogno per far crescere questi progetti?

«Servono più centri comunitari presenti fisicamente sul territorio: gli spazi sono cruciali per garantire continuità. Il principale ostacolo è la sostenibilità istituzionale: la politica, a volte, rende difficile mantenere i progetti nel lungo periodo. Il PISTA, grazie alla governance multilivello, è un esempio virtuoso; ma negli altri programmi entriamo soprattutto tramite i consigli comunali e le reti locali. Abbiamo un Consiglio statale per l’educazione ambientale che dialoga con i consigli dei quartieri e con i comitati di bacino, strumenti importanti per arrivare alle comunità. Collaboriamo anche con associazioni di quartiere, con la FAFES – la Federazione delle Favelas dello Stato di Rio – e con diversi attori comunitari».

Le favelas sono davvero laboratori sperimentali per la sostenibilità?

«Assolutamente sì. Nei progetti di Educando per la Sostenibilità utilizziamo molto materiale audiovisivo, totem elettronici e strumenti di visualizzazione 3D che portiamo direttamente nelle comunità. Sono risorse che chiamiamo “educomunicazione”: informazione, tecnologia e pedagogia insieme. La comunità risponde con grande partecipazione. Le favelas non sono solo luoghi che ricevono interventi: sono spazi dove si testa il futuro».

Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
Alcuni dei progetti sociali di Rio (Credit: Irlaine “Tita” Alvarenga)
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