L'arte circolare

Rifiuto sarai tu

di Simonetta Sandri

Da tempo, il mondo dell’arte incontra quello dei rifiuti. Tanti, troppi, invadenti, inquinanti. Gli artisti, d’altronde, sono, da sempre, precursori di bisogni ed emergenze delle società in cui vivono. Oggi, la consapevolezza ambientale e la sensibilità ecologica di molti creativi risvegliano le coscienze. Ecco la Waste Art, l'arte che nasce dagli scarti

La ricerca dei materiali su cui lavorare e plasmare è la prima esigenza di ogni artista, l’origine che diventerà elemento distintivo, ‘etichetta’ e radice. Ogni epoca ha la sua materia. Quella moderna ne ha molte, scarti e residui compresi.

È negli anni Sessanta che movimenti come quelli del Nouveau Réalisme francese danno vita ad opere che rappresentano una forte critica nei confronti della società consumistica. Essi operano attraverso un uso ‘diverso’ di oggetti d’uso comune: i prodotti dell’industria, ma soprattutto gli scarti, i rifiuti e tutti gli altri oggetti vissuti e rigettati, sono riproposti al pubblico sulla base di un’innovativa quanto provocatoria esthétique du déchet.

Tanti i passi fatti da allora, fino alla nascita di una vera e propria Waste Art.

Annarita Serra, il sogno di salvare il mare

Il mare è il grande protagonista del lavoro di Annarita Serra, artista sarda, milanese di adozione, molti i suoi lavori realizzati con la plastica che raccoglie sulle spiagge.

Diplomata al Liceo Artistico di Brera e con un passato nel marketing in una multinazionale americana, il suo cambio di vita la porta a coltivare la passione per l’arte, con il desiderio di creare consapevolezza sul problema della plastica.

Le spiagge della sua isola natale, cui si riavvicina, in inverno, dopo un viaggio dalla sorella in Nuova Zelanda, non ospitano più tronchi d’albero o conchiglie ma tonnellate di plastica. Così, raccolti i tanti oggetti abbandonati sulle rive, ripuliti uno ad uno e classificati per colore, inizia la sua opera creativa, apprezzata grazie a una galleria d’arte di Aix-en-Provence, cui invia le prime composizioni. Da allora seguono mostre in tutta Europa.

Fra le sue opere ci sono riproduzioni di quadri come La grande onda di Kanagawa di Hokusai, la Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer o la Marilyn Monroe di Warhol, in una sorta di mosaico moderno da osservare con attenzione per coglierne ogni dettaglio.

Sad man, di Annarita Serra, realizzato con pezzi di plastica restituiti dal mare

«All’inizio, sceglievo opere molto note, perché le icone piacciono a tutti e attirano l’attenzione”, racconta. «Solo quando lo spettatore le vedeva da vicino, capiva che era fatta da pezzi di plastica e restava a bocca aperta. Allora spiegavo che il mare ne è pieno».

Serra usa anche componenti elettronici, come schede madri e tasti del computer. «A volte sono attirata dal soggetto, a volte dal materiale», ci dice. «Ora lavoro con i jeans, ormai in vendita a pochi euro. Ognuno di noi ne ha molti nell’armadio, senza pensare che per ogni paio vengono consumati 10mila litri d’acqua e che i coloranti usati per tingerli finiscono nei fiumi e nel mare. La plastica inquina ancor di più quando si trasforma in microplastiche che entrano, subdolamente, in ogni organismo vivente», conclude.

Tanti gli eventi cui, da anni, Serra partecipa, luoghi dove racconta la sua passione per il pianeta. Da Re-Creation del Fuorisalone, venti opere realizzate con rifiuti e materiali di scarto ritrovati sulla spiaggia, alla personale Effetto Serra, presso la galleria Federica Ghizzoni, nel 2021. «Vorrei provocare un piccolo e personale effetto Serra», racconta, «che spinga le persone a costruire un futuro più sostenibile. Tra le opere esposte, quella realizzata con oltre tremila monetine da un centesimo che fanno da tela all’Onda di Hokusai e che rappresenta l’onda lunga del cambiamento climatico. Per sensibilizzare su un altro problema che affligge il pianeta», commenta.

Pulp cofee di Annarita Serra, realizzato con capsule usate di caffè

Fino alla recente personale Material Girl, una riflessione sul modo in cui l’immaginario femminile è stato storicamente associato alla superficie, all’apparenza, al decorativo. L’artista utilizza materiali di recupero, frammenti di plastica, scarti e oggetti domestici, per comporre figure femminili iconiche, potenti e ironiche, capaci di ribaltare il pregiudizio. Una donna fatta di materia resistente, stratificata, viva, che ha memoria e forza trasformativa.

Francesca Pasquali e la reinvenzione della materia

Materiali plastici anche nel lavoro di Francesca Pasquali, artista di fama internazionale, portatrice di una vera e propria ridefinizione dell’estetica dei materiali di scarto e industriali a favore della sostenibilità. Con lei, l’arte diventa un ponte tra natura e artificio, tra organico e industriale, un atto di cambiamento e rigenerazione.

Francesca lavora con materiali plastici derivanti dal mondo industriale, quali il neoprene, il poliuretano espanso e oggetti come cannucce, elastici, ragnatori, «perché questa è la materia del nostro tempo» dice. «In un certo senso, si tratta di una scelta quasi forzata, perché la plastica si trova ovunque, utilizzata per un breve periodo. Mi interessa la materia abbandonata o scartata”, continua. “Perlustrando le zone produttive delle aziende con le quali entro in contatto, riscopro materiali che, se recuperati, possono avere una seconda vita. Il poliuretano, ad esempio, non avendo un valore estetico, lo impiego per opere a tinte neutre, mentre per opere colorate uso oggetti, come cannucce o setole», racconta.

L’artista è molto legata al territorio in cui è nata e cresciuta: ha, infatti, trasformato il podere di famiglia, sulle colline bolognesi, in una casa-studio, dove vive e lavora. E poi l’Emilia-Romagna ha dato i natali al polipropilene, la materia plastica inventata da Giulio Natta nel 1954 e prodotta a livello commerciale per la prima volta a Ferrara, nel 1957, col marchio Moplen (per l’invenzione, Natta ha ricevuto, nel 1963, il Nobel per la Chimica).

Parole chiave, dunque, ripensare la materia e armonia. L’oggetto o la materia vengono trasformati nel loro uso e forma. C’è, però, anche lo spazio. Realizzando in prevalenza grandi installazioni site-specific, è l’ambiente stesso che suggerisce la forma. Ad esso bisogna adattarsi, la materia deve incorporarsi allo spazio.

ScopaMi, un pavimento realizzato da Francesca Pasquali con le setole usate della scopa Pippo,
allestito alle Serre dei Giardini Margherita a Bologna_foto di Lorenzo Burlando

«In generale, preferisco realizzare installazioni perché uno stesso lavoro non avrà mai la stessa forma, dovendosi adattare a spazi diversi. Mi muovo sempre in base all’ambiente, perché contenuto e contenitore devono essere in armonia. Un materiale spesso dirompente deve sembrare nato nello spazio, per quello spazio», ci dice. «Mi piace sempre vedere lo spazio che accoglierà il mio lavoro, così che le opere possano adattarsi al meglio. È anche interessante poter agire sul dialogo fra passato e presente, come nel caso dell’installazione di poliuretano espanso, ospitata dalla sala degli specchi del cinquecentesco Palazzo Gnudi a Bologna», continua.

«Lavoro spesso con aziende, per le quali organizzo workshop, raccontando, a chi lavora ogni giorno con quei materiali, quanto gli scarti possano essere preziosi, che altro valore possano assumere grazie all’arte. D’altra parte, per me, quei materiali non sono mai considerati rifiuti, bensì risorse», conclude.

Potrebbe apparire strano, ma c’è un legame fra l’artificiosità e artificialità della plastica e l’armonia con cui la natura crea le sue forme organiche. L’uomo, in fondo, imita. Francesca osserva la natura, studia la materia al microscopio e vi ritrova texture simili. Così, ad esempio, le sue Straws hanno lo stesso tessuto compositivo degli occhi di una mosca, la Frappa haquello di un’epidermide di coleottero. L’idea è quella di ricostruire schemi che la natura già conosce e che, proprio per questo, sono familiari all’osservatore che viene coinvolto con tutti i sensi. Come natura crea, anche l’artista si adegua.

Fra le installazioni permanenti, incuriosiscono Licheni, del 2023, spazzole riciclate per autolavaggio, su 33 Cedri argentati dell’atlante della Riserva Sperimentale di Montebello a Modigliana, tra le temporanee Labirinto, del 2020, che occupava il 25° piano dell’edificio Cubo del complesso Unipol a Bologna, trasformando lo spazio in una sorta di foresta artificiale composta da morbidi filamenti di setola verde e piante rampicanti, che vibravano al passaggio dei visitatori, creando un’interazione diretta tra spettatore e opera. «Accavallatasi ai mesi di Covid, l’installazione è rimasta allestita per oltre otto mesi. Per questo, le piante, curate periodicamente, sono cresciute e si sono completamente avviluppate alla materia sintetica, creando un tutt’uno», racconta. «Era l’effetto sperato, reso possibile dalla durata dell’allestimento», conclude. Una perfetta fusione tra natura e artificio, tra sostanza vivente e plastica industriale, una quasi osmosi.

Le sculture di Punto plastico – progetto realizzato con la maestra artigiana di tombolo aquilano Simona Iannini per Louis Vuitton Mestieri d’Eccellenza – parlano, ancora, di intreccio fra passato e presente, fra modernità e tradizione: arte e artigianato dialogano. Le setole di Pvc colorato evocano fili e filati familiari all’arte del tombolo – antica tecnica di merletto a mano -, che si incontrano e si scambiano i saperi.

«Una delle opere che amo di più è ScopaMI, un pavimento realizzato con le setole della scopa Pippo», racconta. «Nel 2019, avevo recuperato dall’azienda produttrice 2 quintali rimasti di questo materiale. Volevo dargli una seconda vita, anche in omaggio alla pubblicità che sentivo sempre da piccola. Un caro ricordo. La prima volta che ho allestito la mia monografica a Bologna, chiedevo al pubblico di camminare su questo grande pavimento nero», continua. «Chiedere oggi a un adulto di partecipare con il corpo è difficile ma, superata la ritrosia e percepita la materia, lo spettatore si scioglieva. Spesso tornava, per cogliere un momento di relax. A differenza delle opere d’arte che non si possono toccare, io invito sempre a farlo, è fondamentale la sintonia», conclude.

Labirinto di Francesca Pasquali, nel 2020 occupava il 25° piano del Cubo Unipol a Bologna
foto di Fabio Mantovani

Non da ultimo, la solidarietà. A marzo scorso, Francesca ha creato, presso il Bam di Milano, l’installazione Legami Unici, riallestita a settembre a Napoli, parte della campagna Tumori eredo-familiari. Conoscerli è il primo passo, percorso informativo su neoplasie a componente ereditaria, realizzato da Msd e Astrazeneca. Qui, le setole in materiale riciclato, avvolgendo delicatamente gli alberi, simboleggiavano il profondo legame tra l’uomo e la natura, nonché le radici familiari e la propria storia genetica. Perché natura e uomo sono una cosa sola e l’arte lo ricorda a tutti.

Stefano Brocca, l’alchimista che guarda il sociale ai raggi X

Art invader, o Stefano Brocca l’Alchimista. Così si definisce questo eclettico artista pavese che, dopo anni di studi e sperimentazioni, crea il suo stile pittorico, il Cromocoat.

Stefano Brocca, Riflessi realizzato su una radiografia

Non vi sono disegni o volumi particolari ma pure fusioni di colori. «Brocca ha approfondito con sensibilità e genialità la lezione dell’espressionismo astratto», scrive il critico e pittore Rosario Ticli, «grazie alla tecnica del dripping, ossia l’intervento del colore che viene fatto colare direttamente sullo spazio della tela e che crea particolari effetti dinamici».

«Ho creato quadri, con questa idea di colore, approfondendo le lezioni di Pollock e della scuola di New York, la prima a usare vernici industriali», racconta, “ma poi anche sculture e oggetti tridimensionali, iniziando, nel 2012, a inserire materiali di riciclo. Uso polistirolo, materiale plastico, alluminio, ceramica, legno, carta e cartone. Recupero tutto a casa mia o da amici. Ho creato pure un oggetto con un raccordo di canna fumaria», continua.

Il lavoro di Brocca si contraddistingue, però, per l’uso delle lastre radiologiche, impiego tanto originale quanto unico. «Chiedo ad amici e parenti di donarmi le loro vecchie lastre radiologiche, ormai obsolete e introvabili perché oggi i referti viaggiano su dvd», ci racconta. «Do loro una nuova esistenza pittorica. Inizialmente ho fatto un esperimento con lastre illuminate da dietro, colorandole con smalti trasparenti, creando un effetto giorno e un effetto notte, quando la luce si accendeva o spegneva», continua. «Poi le ho usate come vere e proprie tele. Le lastre hanno il vantaggio di non avere bisogno di preparazione particolare. Dipingo direttamente sulla lastra, con ogni tipo di colore».

Stefano Brocca, Picture of you

Da alcuni anni, l’artista collabora con Maugeri in Arte, progetto dell’Irccs Maugeri di Pavia, dove lavora, «nato, nel 2017, dall’idea di fare dell’ospedale un luogo di vita e cultura oltre che di cura, ma anche da consapevolezza e conoscenza, ormai scientifica, che la bellezza possa contribuire al positivo decorso di una malattia» come ricorda Annalisa Andaloro, direttore procurement e supply Chain Maugeri e storica animatrice dell’iniziativa.

Dopo l’esposizione di Pavia, Il riciclo in arte, nel 2020, l’artista, dal 27 novembre, torna all’Irccs Maugeri di Montescano, con la mostra Due cuori e un guinzaglio, organizzata con la fotografa Laura Dellisanti e che durerà fino all’11 gennaio 2026.

La collezione raccoglie opere fotografiche e pittoriche che ritraggono il cane accanto al suo padrone. Per rappresentare tale legame di amicizia e fedeltà, «ho preparato un’opera fatta su una lastra radiologica. Sono partito da una lastra di torace dove si vede il cuore. Da esso fuoriesce il padrone e il cane che si aggrappa al lui. Pochi i colori, solo l’arancio, l’azzurro e il rosso per il guinzaglio».  

Perché una lastra con una sua storia crea un’altra storia. Rivoluzionario.

Nella foto di apertura, Second life, opera realizzata con schede madri di personal computer da Annarita Serra, foto dell’artista.

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