Ci sono tante forme di violenza nel mondo. I media ci hanno ormai abituato – e, purtroppo, quasi assuefatto – a quella immediata, catastrofica, incidentale, spettacolare, quasi cinematografica, una visione a forte impatto emotivo, un colpo a cuore e mente.
Non ci si può però fermare a ciò che è visibile, diretto, limitato nel tempo. Esiste un’altra violenza, quella lenta, implacabile, inarrestabile, intangibile, fatta di una terra che muore soffocata o avvelenata e di popoli che, a causa di disastri ambientali provocati dalla cupidigia umana e dalle guerre, non hanno più alcun diritto sulla loro vita. Un dramma che colpisce sempre gli altri, questi sconosciuti. Finché, un giorno, quegli altri saremo noi.
Parliamo della Slow violence, di cui Rob Nixon, professore alla Princeton University, tratta nel suo libro uscito negli Usa nel 2011 e oggi presentato al pubblico italiano, in un’edizione condensata e arricchita di nuovi saggi, in Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale, edito da Wetlands, nella collana Environmental Humanities diretta da Shaul Bassi e Serenella Iovino, professoressa alla University of North Carolina, Chapel Hill, alla quale abbiamo chiesto alcune riflessioni.

del libro
L’ecocidio all’origine di ogni ingiustizia
Nella prefazione all’edizione italiana, Nixon ricorda come, nel suo percorso di studio sulla giustizia ambientale, sia stato necessario relazionare le questioni postcoloniali con quelle ambientali, partendo da, e giungendo a, un’unica e potente parola: “ecocidio”.
Negli anni ’90, Nixon aveva ammirato Ken Saro-Wiwa, poeta e scrittore nigeriano, che aveva vissuto gli orrori della guerra del Biafra (esperienza da cui era nato il libro Sozaboy, sulla nascita dei bambini soldato) e si era distinto come attivista politico in difesa del popolo Ogoni, nel Delta del Niger, minacciato da decenni di sversamenti di petrolio. Una “guerra ecologica sofisticata e non convenzionale”, condotta dalle multinazionali Shell e Chevron, che, oltre agli esseri umani, uccideva flora e fauna e avvelenava aria e acqua.
Promotore, nel 1990, del Movimento non violento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, Saro-Wiwa aveva usato, per primo, la parola “ecocidio”.
«A quanto mi risulta, la parola “ecocidio” viene usata per la prima volta in un libro oggi poco ricordato ma fondamentale per la storia della Environmental Justice e cioè Ecocide in Indochina, di Barry Weisberg, pubblicato nel 1967», ci dice Serenella Iovino. «Il sottotitolo – The Ecology of War – chiarisce subito il contesto: la guerra in Vietnam, i cui effetti però si estendono ben oltre i confini di quel paese, coinvolgendo gran parte del Sud-est asiatico.
Nel libro di Weisberg, “ecocidio” definisce con grande precisione il raggio d’azione di un’onda di morte: l’uso indiscriminato di armi chimiche e convenzionali altera, lui dice, “la chimica della giungla”, la biologia – e la biografia – degli abitanti, i fiumi, le montagne, gli ecosistemi e le comunità. È una violenza che agisce nella materia e si dispiega su tempi lunghissimi, con conseguenze profonde e persistenti, visibili ancora oggi. Ken Saro-Wiwa, che Nixon definisce giustamente un eco-martire, aggiunge al discorso una dimensione crudelmente coloniale: l’ecocidio come intreccio di distruzione ambientale, estrazione e dominio politico. Oggi vediamo convergere guerra, colonialismo, inquinamento persistente e una diffusa indifferenza verso il ristabilirsi degli equilibri di giustizia», conclude.
Violenza lenta e strutturale
Nella sua definizione di violenta lenta, Nixon si è ispirato alla nozione di violenza strutturale elaborata da Johan Galtung (1969) e alla “morte per negligenza” della biologa Rachel Carson, che, in Primavera Silenziosa, nel 1962, aveva portato all’attenzione dell’opinione pubblica la catastrofe prolungata e indiscriminata causata dal Ddt.
«Per Galtung, la violenza strutturale è una forma di violenza indiretta e invisibile, radicata nelle strutture sociali – economiche, politiche, legali – che impediscono agli individui di raggiungere il loro pieno potenziale», dice Iovino. «È una violenza senza un attore immediatamente identificabile, che si manifesta attraverso povertà, segregazione e accesso iniquo a risorse, istruzione e sanità, e che opera tramite repressione, sfruttamento e alienazione», continua.

«Nixon, che ha conosciuto da vicino questa forma di violenza nel Sudafrica dell’apartheid, ha fatto il passo che mancava al sistema di Galtung: ha chiamato nel perimetro di questa violenza non solo gli umani, ma anche l’ambiente e le nature non umane. La violenza ambientale non colpisce solo le società, ma le relazioni ecologiche nel loro insieme: attraversa corpi, acque, atmosfera e suoli. E per questo si riverbera nel futuro con una profondità ancora maggiore. È una violenza che agisce lentamente, ma con una persistenza quasi geologica», conclude.
Le facce della violenza che non si tocca e non si vede possono dunque essere infinite. Basti ripercorrere la Nota interna della Banca Mondiale del 1991, redatta da Lawrence H. Summers, all’epoca capo economista della stessa Banca, che rivelava come le “industrie sporche” potessero effettivamente trarre profitto dalle disuguaglianze globali e come si dovesse correggere “l’inefficienza dello squilibrio globale di tossicità”, per capire quale sia, e quanto sia stretto, il legame tra violenza lenta e ingiustizia ambientale.
Giustificare il trasferimento di rifiuti tossici in paesi che, per la loro a bassa densità di popolazione sono “sotto inquinati” o con un minor rischio di cancro a causa di un alto tasso di mortalità tra i giovani, è una forma atroce e inaccettabile di violenza.
Se Summers avesse sostenuto l’invasione dell’Africa con mezzi di distruzione di massa, la proposta sarebbe rientrata nelle definizioni convenzionali di violenza. Sarebbe stata percepita come un’azione militare, di tipo coloniale, un evento impattante, immediatamente condannabile, e degno, per questo, di attenzione mediatica.
La strada scelta, è, invece, più silenziosa, discreta e invasiva, e, nella sua logica studiata e subdola, rappresenta una vera e propria forma di razzismo ambientale.
Il racconto può e deve cambiare
«Una sfida importante», scrive Nixon, «è di natura rappresentativa: come ideare storie, immagini e simboli adeguati alla violenza pervasiva ma sfuggente degli effetti ritardati. Va sottolineato che la violenza lenta spesso non è solo logorante, ma anche esponenziale, agendo come un importante moltiplicatore di minacce; può alimentare conflitti a lungo termine che proliferano in situazioni in cui le condizioni per il sostentamento della vita diventano sempre più precarie, per quanto in modo graduale».
Se il tempo passa, il nesso causale fra l’esposizione a un fenomeno di violenza lenta e le sue conseguenze nefaste diventa sempre più irriconoscibile. Non è semplice capire come narrare oggi i disastri ad andatura lenta.
Se il tempo passa, il nesso causale fra l’esposizione a un fenomeno di violenza lenta e le sue conseguenze nefaste diventa sempre più irriconoscibile. Non è semplice capire come narrare oggi i disastri ad andatura lenta.
«La letteratura è da sempre alle prese con il tempo e con le rivelazioni», aggiunge Iovino. «Penso all’ultimo romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere. È un romanzo costruito attorno alla ricerca di un manoscritto perduto e a un leggendario convivio poetico. Non è un libro sulla violenza ambientale, ma è un libro sul tempo, sull’incredulità, sul modo in cui cambia la nostra percezione delle cose, sul fatto che il futuro, con la sua verità, precede in qualche modo il passato. McEwan racconta come la forma delle cose – lo sconvolgimento radicale del territorio britannico dovuto ai cambiamenti climatici – diventi un dato ineludibile, da cui tuttavia si può ripartire. Il focus non è l’ambiente, ma l’ambiente è dappertutto. Questo mostra, rispondendo ad Amitav Ghosh, come il cambiamento climatico sia ormai entrato nell’immaginario letterario, indipendentemente dall’argomento esplicito del racconto. Esistono naturalmente libri “a tema”, ma mi interessano soprattutto quelli che rendono visibili questi processi nella trama stessa della realtà, anche lontano dalle etichette», conclude.
Le catastrofi progressive e atemporali favoriscono, poi, la perdita della memoria: i luoghi diventano inaccessibili per chi li abitava un tempo e per chi avrebbe dovuti abitarli, in futuro. Luoghi non raccontati e, per questo, come se non fossero mai esistiti, invisibili. Senza la dignità del ricordo. E con il rischio di un pericoloso ‘effetto spettatore’ a livello globale, con un’inerzia sociale come esito comportamentale. Forse è arrivato il tempo di chiedersi come far fronte all’indifferenza e al ‘tanto non mi riguarda ora’.

«Non ho una risposta definitiva su come far fronte a questa indifferenza», dice Iovino. «Credo che una certa perdita di memoria sia parte inevitabile dell’evoluzione della coscienza storica. Ciò che mi preoccupa davvero è la damnatio memoriae: il rifiuto deliberato di ricordare e, prima ancora, di vedere. Questa non è una dinamica spontanea, ma il risultato di scelte politiche precise. È lì che la violenza si ridefinisce: non solo come distruzione o danno, ma come cancellazione attiva delle tracce, delle responsabilità, delle possibilità stesse di riconoscere ciò che è accaduto», conclude.
Tempo, anche, di domandarsi che ruolo abbiano le istituzioni nel fronteggiare questa grave perdita di memoria.
«Le istituzioni hanno un ruolo cruciale in questa dinamica ma, molto spesso, sono parte del problema», chiarisce Iovino. «In questo momento di crisi profonda delle istituzioni democratiche, credo che le vere ancore di salvezza della memoria siano le comunità: comunità locali, epistemiche, culturali, capaci di custodire e trasmettere storie, luoghi, saperi che altrimenti verrebbero cancellati. La memoria, oggi, è sempre più un atto collettivo di resistenza», conclude.

Spazio alla giustizia ambientale
Oggi, più che mai, serve, dunque, parlare di giustizia ambientale, sia come settore interdisciplinare che come insieme di strategie in grado di incidere sulle politiche pubbliche. Ciò è possibile. È un dato di fatto che la Generazione Z colleghi la crisi ambientale con altre crisi sociali: quella degli alloggi, delle carceri e una generale crisi del concetto di cura, dove per cura Nixon intende sia quella per le comunità più vulnerabili che quella per le ecologie sotto assedio, in un’epoca dove il neoliberismo abbandona il sociale.
Se il ruolo della comunità, come sottolinea Serenella Iovino, è, dunque, il cardine e motore di ogni cambiamento, ecco che la giustizia ambientale diventa il terreno dove la questione ecologica diventa sociale.
Rob Nixon, Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale, traduzione di Luca Cosentino, Wetlands editore, Venezia, 2025, 152 p.
Chi sono autore e curatrice
Rob Nixon è Barron Family Professor in Humanities and the Environment alla Princeton University. Con il libro Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, uscito negli USA nel 2011, ha vinto l’American Book Award, il premio Sprout 2012 dell’International Studies Association per il miglior libro di studi ambientali, il premio Interdisciplinary Humanities 2012 per il miglior libro a cavallo tra le discipline umanistiche e il premio ASLE 2013 per il miglior libro di studi letterari dedicati all’ambiente.
Serenella Iovino è James Gordon Hanes Distinguished Professor alla University of North Carolina at Chapel Hill. Tra i suoi libri: Ecocriticism and Italy (2016, vincitore del Book Prize dell’American Association for Italian Studies e dello MLA Aldo and Jeanne Scaglione Prize for Italian Studies), Paesaggio civile (2022, menzione speciale al Premio Mazzotti-Gambrinus), Gli animali di Calvino (2023, Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, sez. Scienze Umane) ed Ecologia letteraria (2006, nuova edizione ampliata 2025). Ha presieduto la European Association for the Study of Literature, Culture and Environment. Oltre a “Barene”, collana di Wetlands, dirige i Cambridge Elements in Environmental Humanities. Scrive regolarmente per Repubblica.
Nella foto di apertura, di Lee Jin-man per ApPhoto/LaPresse, proteste coreane contro lo sversamento nell’Oceano delle acque radioattive delle centrale atomica giapponese di Fukushima.
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