Stefano d’Errico lavora per la Chelsea foundation, la fondazione benefica ufficiale del club calcistico londinese. È dunque un esperto di responsabilità sociale “giocata” sul campo. Da alcuni anni, inoltre, ha dato vita, assieme a Valentino Cristofalo alla piattaforma Community soccer report. Uno strumento che studia e racconta l’impegno per la sostenibilità del calcio, con particolare riferimento a quello italiano. Uno degli esiti di questo lavoro è, per l’appunto, il report annuale “Csr in Serie A” la cui sesta edizione, relativa al 2024/2025 è stata appena pubblicata. Il report è una delle fonti utilizzate per lo Scudetto della Csr, che VITA assegna da tre anni a questa parte. La conversazione con D’Errico guarda all’Italia, ma parte da Londra.
Da quanto lavora in Inghilterra?
Vivo a Londra da dieci anni, con la prima parte della mia vita professionale in Uk passata all’Arsenal all’interno del loro dipartimento Community. Prima come studente e poi come staff, dove mi sono occupato direttamente dello sviluppo e della promozione di attività sport educative dedicate ai giovani.
A quando l’arrivo alla Chelsea foundation?
Nel 2022, dove ho iniziato ricoprendo vari ruoli all’interno del dipartimento education, uno degli ambiti operativi in cui è suddivisa. Oggi mi occupo di progetti legati alla youth employability, quindi di esperienze per ragazzi e ragazze dai 14 ai 25 anni con l’obiettivo di fornire loro opportunità di capire il mondo del lavoro e sviluppare competenze e abilità necessarie per essere pronti ad affrontare questa importante transizione personale e professionale.
Torniamo in Italia e al report Csr in Serie A 2024/2025. Cosa emerge dalla vostra analisi?
In generale, si registra qualche passo avanti, soprattutto sul fronte della governance. Cresce, anche se timidamente, il numero di club dotati di una formula strategica per la sostenibilità. Siamo a 12 su 20. È un segnale positivo, ma ancora insufficiente.
Che cosa manca?
Secondo i criteri delle licenze Uefa quasi tutti i club dovrebbero avere una formula individuabile (che è anche un documento formale) che regola l’impegno per la sostenibilità. In realtà, però, solo la metà, cioè dieci squadre, la comunica in modo trasparente. E rimangono soltanto due club che pubblicano un vero bilancio di sostenibilità.
A parte le “solite” Juve e Milan, ci sono altre squadre emergenti in questo campo?
Tra le novità della scorsa stagione spiccano Parma e Lazio, che hanno definito programmi strategici per la sostenibilità. I gialloblù hanno concluso un’altra stagione ricca di iniziative dentro un quadro operativo a medio termine, orientato al 2030 e rafforzato da percorsi di valutazione e certificazione. Analogamente, i biancocelesti, con la strategia Road to 2030 delinea linee guida e target ambiziosi, in continuità con le policy Uefa.
Ci sono aspetti marcatamente positivi che il mondo del calcio esprime?
L’area sociale continua a essere la più forte e strutturata. Il movimento delle Squadre special, ossia quello del calcio per le persone con disabilità, si conferma un terreno solido, condiviso e in crescita, così come l’impegno in beneficenza, territorio, scuole e sensibilizzazione. La presenza dei club in queste aree è ampia e completa, con iniziative spesso positive e replicabili.
Qual è il punto dolente, invece?
Il tema è sempre lo stesso, ma è decisivo. Ci sono tante attività, ma non sempre inserite in percorsi continuativi o orientati da una strategia. La continuità è un valore, ma rischia di diventare una “routine” se non accompagnata da una riflessione su come migliorare.
Il risultato più eclatante?
In positivo, emerge con chiarezza la crescita delle collaborazioni: aziende, associazioni, scuole, istituzioni, fondazioni. La sostenibilità, oggi, nei club di Serie A passa sempre più da partnership e sinergie esterne. È un elemento che caratterizza il movimento e probabilmente rappresenta la strada più solida, considerando natura e struttura delle società sportive. Un esempio in questa direzione proviene da Como e Roma, ma anche Bologna, Parma e Cagliari (e potremmo andare avanti). Dipende veramente dall’area di cui si parla, con esempi positivi in diversi ambiti.
Un altro punto che non va proprio bene?
Dobbiamo tornare al nodo principale della strategia. Come dicevamo, molti club – per regolamento Uefa – dovrebbero averne una. Ma solo una parte dichiara di averla rendendone pubblici contenuti e obiettivi. La domanda, allora, è inevitabile: la sostenibilità è vissuta dalle squadre come un obbligo o come un’opportunità?
La giriamo direttamente alle squadre. Dove emerge maggiormente questo limite?
Pesa soprattutto sugli ambiti più tecnici, come l’ambiente, che resta il punto più debole, anche perché improvvisare è impossibile. Qui la strategia rappresenta la condizione minima per lavorare con credibilità.
La novità del report di quest’anno è il confronto, attraverso un questionario, con i responsabili sostenibilità dei club, che cosa vi hanno risposto?
È stato un contributo prezioso, grazie anche al supporto del team Csr della Lega serie A. Il questionario ha permesso di tracciare un quadro delle figure incaricate di seguire la sostenibilità. Sono profili spesso giovani, provenienti in molti casi dai settori comunicazione e marketing. Questo è un dato che spiega anche l’impostazione di molte iniziative.
A chi riportano?
Molti riportano direttamente ai vertici societari, un segnale positivo per governance e decision making. Allo stesso tempo, più della metà ricopre altri ruoli oltre a quello della sostenibilità: una situazione che riflette ancora una volta il fatto che, in assenza di un reale riconoscimento del tema, il rischio è di relegarlo a una responsabilità aggiuntiva e non prioritaria.
Come vanno le cose negli altri campionati europei?
Un paragone che vorrei proporre viene dalla Germania. Nella Bundesliga oltre l’80–90% dei club di prima e seconda divisione pubblica un bilancio di sostenibilità. È l’effetto diretto delle linee guida introdotte dal calcio tedesco: regole chiare, criteri misurabili, aspettative precise. Uno studio recente ha mostrato che i club stessi riconoscono il valore di questo sistema, segno che approcci più strutturati generano crescita e non solo adempimenti burocratici.
Un secondo esempio, dalla “sua” Premier?
Segnalerei il recente lancio della Premier league foundation, rivisitazione della storica Premier league charitable fund che è ooperativa dal 2010). È uno dei modelli più avanzati al mondo di sport charity. Colpisce come un movimento già estremamente solido abbia deciso di rilanciare ulteriormente, accompagnando il tutto con una campagna molto forte, basata su dati, numeri e impatto.
È un contrasto evidente rispetto al contesto italiano.
Solo cinque club di Serie A hanno una propria fondazione e la Lega stessa non dispone di uno strumento simile. È chiaro che dotarsi di un simile veicolo non è la soluzione finale, anche perché questo deve poi diventare a tutti gli effetti uno degli ingranaggi della macchina Esg, sostenendo e allenandosi a questo percorso strategico. Ma appunto, è curioso rilevare questa differenza sostanziale rispetto a tanti altri campionati. La suggestione con cui apriamo il report di guardare al mondo del calcio come ad un treno è tutta qui: c’è un movimento che procede, ma con tante incognite sulla rotta. Il mezzo è sostenibile, il viaggio ha senso e direzione, ma non è sempre chiaro se stia davvero avanzando verso la destinazione giusta.
In apertura, Stefano d’Errico. Credits: Chelsea FC.
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