Sevda Kilicalp è la responsabile ricerca e programmi formativi di Philea, l’associazione della filantropia europea. Questo articolo ripropone il suo intervento alla recente Philantropy Experience di Lecco.
Quando parliamo di filantropia e futuro, la domanda che sorge spontanea è: cosa ci interessa davvero? Vogliamo sapere come sarà la filantropia nel futuro oppure come la filantropia potrà cambiare il futuro in modo positivo? La verità è che entrambe le prospettive sono fondamentali e strettamente collegate. Per esplorare questa relazione, è utile partire da un modello concettuale noto come Futures Triangle.

Il Futures Triangle descrive come il futuro sia influenzato da tre forze interconnesse: la spinta del presente, che comprende le tendenze attuali come tecnologia, globalizzazione e demografia; il peso della storia, che rappresenta i modelli profondi e le strutture radicate difficili da cambiare; e l’attrazione del futuro, che riguarda le immagini e le visioni dominanti del domani. A queste forze corrispondono tre concetti chiave: insight, che aiuta a comprendere le dinamiche del presente; hindsight, che offre una riflessione sul passato e sui vincoli storici; e foresight, che permette di immaginare scenari futuri. Tuttavia, secondo questo modello non basta concentrarsi solo sul foresight per costruire futuri plausibili, perché le visioni del futuro devono essere bilanciate con le forze del presente e i vincoli del passato. Il foresight fornisce immagini e aspirazioni, ma se queste non tengono conto delle tendenze attuali e delle strutture storiche, rischiano di essere irrealistiche o impossibili da realizzare. I futuri plausibili emergono dall’interazione tra ciò che desideriamo, ciò che è in corso e ciò che limita il cambiamento, creando scenari che siano ambiziosi ma anche attuabili. A questo punto, vediamo quali sono alcuni dei principali sviluppi del presente che influenzano la nostra capacità di progettare futuri migliori.

2025: una svolta politica e le sue conseguenze globali
È quasi impossibile non menzionare Donald Trump e le sue azioni che hanno segnato quest’anno. Dal momento della sua rielezione alla fine del 2024, l’amministrazione Trump ha avviato una serie di cambiamenti che hanno colpito duramente il settore non profit. Queste misure hanno modificato il quadro normativo e fiscale, creando nuove sfide per le organizzazioni filantropiche e ridefinendo le priorità strategiche a livello globale. Sono stati tagliati i finanziamenti per programmi umanitari e sanitari, gli Stati Uniti si sono ritirati da iniziative globali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gavi, e nuove tariffe hanno aumentato i costi per attrezzature mediche e tecnologia. Programmi dedicati alla diversità, all’equità e all’inclusione sono stati messi sotto indagine, mentre le organizzazioni progressiste subivano pressioni legali e verifiche fiscali più severe.
Queste decisioni non sono rimaste confinate agli Stati Uniti. Hanno avuto effetti anche in Europa. Molte ong europee che operano fuori dall’Unione hanno perso finanziamenti e sono state costrette a cercare nuove risorse. Le tariffe e le tensioni commerciali hanno reso più onerosi i progetti internazionali, soprattutto in ambito sanitario e tecnologico. Le fondazioni europee hanno dovuto coprire i vuoti lasciati dagli Usa. Questo clima ostile verso le fondazioni influenza il dibattito globale e crea rischi reputazionali anche per gli attori europei. Si tratta perlopiù di impatti indiretti, ma esistono anche conseguenze dirette. Alcuni think tank e movimenti americani, come la Heritage Foundation, collaborano con gruppi nazionalisti in Europa per esportare strategie politiche e culturali che limitano le politiche progressiste.

Spazio civico in contrazione e politiche autoritarie in crescita in Europa
Non pensiamo che la crisi dei finanziamenti riguardi solo gli Stati Uniti. Molti Paesi hanno ridotto gli aiuti esteri, seguendo la stessa tendenza. Nei Paesi Bassi il taglio è del 10%, in Belgio del 25%, in Francia del 37% e nel Regno Unito arriva al 40%. Inoltre, l’Ocse prevede una riduzione complessiva dell’assistenza ufficiale allo sviluppo (Oda) tra il 9% e il 17% nel 2025. Le ong europee devono fare di più con meno risorse, aumentando la competizione e riducendo la capacità di rispondere alle crisi globali.
Oltre alla crisi dei finanziamenti, il contesto politico europeo sta creando nuove sfide per la società civile. L’influenza crescente di forze di estrema destra e la normalizzazione di pratiche autoritarie stanno erodendo principi democratici e pluralismo. Crescono le tensioni sociali alimentate da disuguaglianze strutturali e precarietà economica, mentre si diffondono narrative che colpevolizzano i migranti per il calo del tenore di vita. Riemergono ideologie identitarie che ostacolano l’uguaglianza di genere, l’antirazzismo e la giustizia climatica, etichettate come parte di un’agenda “woke” divisiva. Allo stesso tempo, migrazione e dissenso vengono sempre più trattati come minacce alla sicurezza, con conseguente criminalizzazione degli aiuti umanitari, sorveglianza e restrizioni alla libertà di protesta.

Negli ultimi anni, l’influenza dei partiti di estrema destra è arrivata fino alle istituzioni dell’Ue, condizionando politiche e decisioni che riguardano la società civile. Nel giugno 2025, il Parlamento europeo ha creato il Gruppo di lavoro per il controllo dei finanziamenti alle ong, prendendo di mira organizzazioni nonostante audit trasparenti e politicizzando i fondi. La Commissione europea ha introdotto linee guida che limitano i finanziamenti alle ong di advocacy, rischiando di escludere voci critiche e favorendo organizzazioni “neutre” o orientate ai servizi. Tra il 2024 e il 2025, la trasparenza sui criteri di finanziamento Ue è stata ridotta, aumentando gli ostacoli burocratici per l’accesso ai fondi. Alcuni gruppi parlamentari (Ppe, Conservatori e riformisti) hanno persino proposto il congelamento dei fondi del programma Life, colpendo ong ambientali e sociali per motivi politici. Nel Consiglio dell’Ue, alcuni Stati membri hanno sostenuto proposte simili alle leggi sugli “agenti stranieri”, imponendo regole di registrazione restrittive ispirate a modelli autoritari. Infine, il pacchetto Difesa della Democrazia della Commissione include una direttiva contro le “interferenze straniere” che potrebbe stigmatizzare le ong con finanziamenti extra-Ue, minacciando libertà di associazione ed espressione.
Anche le politiche europee stanno cambiando direzione, influenzate dalle stesse forze che abbiamo visto prima. Negli ultimi anni, l’Ue ha fatto marcia indietro su temi cruciali come il clima e la regolamentazione dell’intelligenza artificiale. La procedura accelerata per gli obiettivi climatici 2040 è stata bloccata, rallentando l’azione climatica e aumentando l’influenza dei gruppi conservatori. Il Pacchetto di Deregolamentazione Omnibus ha ridotto le norme sulla sostenibilità aziendale, mentre la sospensione della direttiva sulle dichiarazioni ambientali e il sostegno alla riduzione del reporting Esg hanno indebolito la trasparenza e il monitoraggio degli impatti sociali.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, la definizione degli standard tecnici in Europa è stata fortemente influenzata dagli interessi industriali, mentre la resistenza all’AI Act da parte di deputati di centro-destra e lobby economiche ha ridotto il peso della società civile, favorendo le grandi imprese e indebolendo le garanzie per i diritti fondamentali. A questo si aggiunge la decisione della Commissione europea di proporre un rinvio di un anno per l’applicazione delle norme sull’Ai ad alto rischio, con l’obiettivo di mantenere la competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Tale scelta segna un arretramento rispetto all’ambizione iniziale dell’Ue di essere leader globale nella regolazione dell’Ai, sollevando preoccupazioni sul bilanciamento tra innovazione, tutela dei diritti e spazio civico
Come reagiscono le fondazioni
Di fronte a questa crisi, le fondazioni europee stanno reagendo con azioni su più livelli, articolate in cinque aree complementari.
Risposte immediate: molte fondazioni hanno attivato misure d’emergenza per garantire la continuità operativa dei beneficiari, riprendendo strategie già sperimentate durante la pandemia. Tra le azioni più comuni: accelerazione dei pagamenti, concessione di prestiti ponte e fondi straordinari, allentamento delle scadenze di rendicontazione, copertura dei costi generali e supporto a ristrutturazioni o fusioni. Tuttavia, la realtà impone scelte difficili: non tutte le organizzazioni sopravviveranno.
Rafforzamento della resilienza organizzativa: cresce l’attenzione verso finanziamenti flessibili e pluriennali, investimenti nello sviluppo interno, riserve e piani di emergenza, benessere del personale e protocolli di sicurezza. Alcune fondazioni hanno aumentato la spesa per sostenere meglio i partner, come nel caso di Oak Foundation o City Bridge Foundation.
Gestione del rischio politico e difesa dello spazio civico: Le fondazioni stanno adottando strategie di advocacy discreta, quadri legali di protezione, comunicazione prudente e, in alcuni casi, contenziosi strategici. Si moltiplicano le iniziative congiunte per difendere la filantropia e la pluralità, anche tra attori con visioni diverse.
Trasformazione strategica e strutturale: Mmolte fondazioni stanno ripensando governance e modelli operativi, adottando partnership decentralizzate, strumenti tecnologici (inclusa l’Ai), meccanismi di regranting e sponsor fiscali per gestire rischi e complessità.
Collaborazione e cambiamento narrativo: Oltre alla risposta immediata, si punta a rafforzare l’ecosistema filantropico e la leadership locale, riducendo la dipendenza dai fondi del Nord globale. Si investe in piattaforme di apprendimento condiviso e nel sostegno a movimenti e organizzazioni di raccordo.
Foresight: oltre la fuga dalla realtà
Alla luce delle sfide che abbiamo analizzato, oggi si parla tanto di futuro e di foresight perché vogliamo credere che sarà migliore. Ma non possiamo saltare dal presente al domani per evitare i problemi di oggi: questo sarebbe escapismo. Il futurismo non è una novità: è sempre esistito, cambiando forma nel tempo, dagli oracoli e le profezie dell’antichità alla fantascienza, fino alle previsioni strategiche di oggi. Il foresight non è un fine in sé: è uno strumento per costruire il futuro. Come ricorda il triangolo visto all’inizio, costruire il futuro richiede affrontare il peso della storia, gestire le forze del presente e alimentare la trazione del futuro con idee e azioni coraggiose.
Per usare bene il foresight serve partire da una base solida: le prove. I dati sono centrali perché riducono l’incertezza e permettono di costruire scenari plausibili. Il processo inizia dall’analisi dei dati grezzi per individuare trend, forze trainanti e incertezze critiche, che poi si trasformano in scenari utili per guidare decisioni strategiche.
Esistono moltissime tecniche, alcune storiche e altre più recenti. Le metodologie quantitative includono strumenti come data mining, benchmarking, bibliometria, analisi dei brevetti e modellizzazione, ideali per fenomeni misurabili. Le metodologie qualitative, invece, comprendono brainstorming, interviste, scenari, analisi di segnali deboli e persino wild cards, utili per affrontare contesti complessi e incerti. Ci sono anche approcci integrati, come il metodo Delphi, le roadmaps tecnologiche, l’analisi Steepv e lo stakeholder analysis, che combinano rigore analitico e intuizione esperta. Non possiamo dire che un metodo sia migliore di un altro: spesso vengono combinati per ottenere una visione più completa. La scelta dipende dall’obiettivo e dal tipo di dati disponibili.
Oggi, l’integrazione di big data e machine learning sta rivoluzionando il foresight: algoritmi avanzati analizzano enormi quantità di informazioni per scoprire pattern nascosti e anticipare cambiamenti non ancora visibili. Questo consente di passare da semplici previsioni a analisi predittive e prescrittive, migliorando la pianificazione strategica e rendendo il foresight uno strumento potente per affrontare l’incertezza e orientare il futuro.
La parte ironica è che i dati spesso ci sono… ma non li usiamo per orientare il futuro. Li abbiamo davanti agli occhi, eppure li ignoriamo. È come avere il navigatore acceso e continuare a girare a caso. Avete visto il film Don’t Look Up? È una metafora perfetta: tutti sanno che la cometa sta arrivando, i dati sono chiari, ma nessuno vuole guardare in alto. Lo stesso accade oggi: abbiamo tutte le evidenze sul cambiamento climatico, ma non agiamo abbastanza per fermarlo. Il declino della democrazia non avrebbe dovuto sorprenderci: i segnali erano chiari, ma non abbiamo preso misure per prevenirlo. Questo dimostra che i dati da soli non bastano.

Cosa serve oltre ai dati? Visione, non solo per contrastare ciò che non vogliamo, ma per immaginare cosa vogliamo costruire al suo posto. Creatività, per trovare soluzioni nuove invece di ripetere schemi che non funzionano più. Collaborazione, in modo radicale e profondo, perché il futuro si costruisce insieme, non in silos. E soprattutto coraggio politico e sociale, per trasformare le evidenze in azioni concrete. Senza questi elementi, il foresight rischia di restare un esercizio teorico, incapace di incidere sulla realtà.
Foresight come uno sturumento di giustizia
Sono sicura che molti di voi conoscono la frase di William Gibson: «Il futuro è già qui, solo non è stato ancora equamente distribuito». Il futuro non è qualcosa di lontano: è già presente in molte forme, ma non per tutti. Alcuni hanno accesso alle tecnologie, alle risorse e alle opportunità, altri no. Per le fondazioni, questo è cruciale: se il futuro è già qui, il loro compito non è solo immaginarlo, ma renderlo accessibile e inclusivo. Il foresight non serve a creare scenari astratti: serve a capire chi rischia di restare indietro e come colmare i divari. Tecnologie, intelligenza artificiale, transizione verde: sono realtà che stanno cambiando il mondo, ma possono ampliare le disuguaglianze se non interveniamo. Per questo, il foresight deve diventare uno strumento di giustizia: anticipare i rischi, investire dove il futuro non è ancora arrivato e garantire che i benefici siano condivisi.
Un altro mondo non è impossibile
Vi ricordate questo slogan? “Un altro mondo è possibile” nasce nei primi anni 2000, durante il movimento altermondialista e i Forum sociali mondiali. Era il tempo delle grandi speranze: giustizia sociale, pace, sostenibilità. Oggi, più di vent’anni dopo, quella frase è ancora valida. Non è solo un sogno: è un invito all’azione. Ci servono azioni coraggiose, pensiero a lungo termine e collaborazione profonda. Ma serve anche flessibilità: non solo nell’adattarsi ai cambiamenti globali, ma nel modo in cui le fondazioni sostengono i loro partner, con finanziamenti non vincolati, fiducia e spazio per innovare. Perché il futuro non si costruisce con progetti frammentati, ma con relazioni solide e visioni condivise.
Nella foto di apertura di Mark Schiefelbein per Ap Photo/LaPresse, il presidente americano Donald Trump.
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