Una porta aperta. È l’immagine che più di tutte racconta la Consulta per le persone in difficoltà di Torino, per tutti Cpd. È al piano seminterrato nell’ala sud dei “Poveri Vecchi”, un edificio di 25mila metri quadri nato come Regio Istituto di riposo per la vecchiaia. Di proprietà del comune, ospita la Scuola di Economia e Management, il Consorzio per il sistema informativo piemontese Csi e diversi servizi socioassistenziali in una zona che è al confine tra Santa Rita, Borgo Filadelfia e Mirafiori. La porta è bianca: dal lunedì al venerdì bussa chiunque viva una situazione di fragilità economica, sociale o relazionale. Oltre la soglia, ci sono l’emporio solidale, lo sportello di ascolto, il banco del sorriso: «Se c’è un’emergenza, noi cerchiamo di risolvere», spiega il direttore Giovanni Ferrero.
Il numero di febbraio di VITA racconta come le diseguaglianze attraversino le nostre città e il nostro Paese in tante e diverse sfaccettature e contesti, generando crepe più o meno visibili. La Cpd è una delle tappe del racconto in presa diretta da Torino.
Un tenore dal carisma dirompente
Oggi conta 70 associazioni, 18 dipendenti, 8 collaboratori, 150 volontari e l’ultima nata: una fondazione di ricerca attiva da luglio 2025 come costola della consulta. In origine (correva l’anno 1988), era l’idea visionaria di tre figure di spicco della Torino anni ’80: Leone Spiccia, Rosina De Rossi e Maria Federica Albert. «Erano i tempi in cui si affacciavano nel panorama nazionale persone che sarebbero diventate veri e propri leader sui temi della disabilità, nascevano le prime normative e crescevano le grandi reti italiane», ricostruisce Ferrero. A Torino, quel movimento aveva stimolato la creazione di un coordinamento di associazioni per interfacciarsi in modo univoco nei confronti dell’amministrazione pubblica. Alla base, c’era il desiderio di contare di più nelle decisioni sul futuro della città.

«È proprio da qui, da questa urgenza di advocacy, che il coordinamento decise di rivolgersi a mio padre per un suo coinvolgimento attivo». Paolo Osiride Ferrero è un nome che in tanti conoscono, anche molto lontano dalla Mole. È morto a 79 anni nel 2017, ma la sua storia continua a ispirare tanti, con o senza disabilità. Dipendente del Comune di Torino, nel 1972 aveva preso aspettativa per tentare (e superare) il concorso al coro della Rai, di cui è stato tenore fino al 1993, anno del suo scioglimento. Dalla pensione in poi, ha dedicato la vita alla battaglia per il riconoscimento dei diritti e per l’integrazione delle persone con disabilità: «Tutti lo ricordano come un uomo carismatico, che amava viaggiare, pratico, allergico a pietismi e lamentele sterili». A parlare è suo figlio Giovanni, che oggi dirige quella Cpd che suo padre era stato chiamato a presiedere. «Già alla fine degli anni ’80 usciva sui giornali come una voce dirompente. Quando assunse il ruolo di presidente, di fatto diede il via alle attività della Consulta».
Un lavoro di squadra per l’autonomia
Definire eredità il passaggio di testimone tra padre e figlio, è riduttivo: questa è la storia di un lavoro di squadra. «La grande capacità di mio padre è stata quella di mettere insieme, allo stesso tavolo, realtà con posizioni anche molto divergenti tra loro. Nessuno ci era mai riuscito prima», racconta. «La sua personalità e la determinazione a procedere per obiettivi concreti e senza ideologie gli permettevano di raggiungere una sintesi e di essere il portavoce riconosciuto delle istanze della disabilità e della fragilità in generale. Lo chiamavano il frontman dei diritti, perché amava stare allo sportello». Giovanni è arrivato in Consulta dopo una carriera in azienda, nel settore commerciale: «All’epoca la struttura si reggeva sul volontariato. Ho iniziato a portare le mie competenze di progettualità e a poco a poco abbiamo iniziato a inserire collaboratori e dipendenti. Se mi avessero detto che sarebbe diventato un lavoro, non ci avrei creduto».

Che cosa non è mai cambiato? «A Torino la Cpd è ed è sempre stata il centro in cui qualsiasi persona in difficoltà può costruire un percorso per una soluzione». Ambizioso? «Tutt’altro. La verità è che detestiamo accompagnare all’uscita qualcuno senza avergli prima aperto anche soltanto una minuscola possibilità. Se non abbiamo gli strumenti per rispondere a un bisogno, cerchiamo insieme l’ente preposto, fissiamo l’appuntamento e seguiamo l’iter dall’inizio alla fine. È una presa in carico che somiglia a un abbraccio: chi entra deve avere la percezione di non essere più solo».
Una questione di cultura…
E poi c’è la comunicazione, tutt’altro che comoda. «Più è pungente, più ci somiglia», scherza Ferrero. Lo scorso anno, la Consulta ha tappezzato la città di manifesti con frasi esplicite: “Nonostante tutto, sono anche simpatici” oppure “Non mi guardare perché sono in carrozzina”. «Un esercizio di realtà che è anche una questione di cultura. Il nostro è un invito a non guardare alla disabilità ma alla persona».

Autonomia e autodeterminazione: sono i due valori attorno ai quali ruota ogni progetto di sostegno. Sono 600 i nuclei familiari che accedono a questo spazio luminoso per la distribuzione alimentare. Nell’ultimo anno sono partiti 160 percorsi individuali con interventi economici. «Prima dei diritti, ogni cittadino, qualunque diffioltà stia attraversando, ha dei doveri. È una frase che ci guida da sempre», continua Ferrero: «negli anni ’80 e ’90 suonava indubbiamente forte».
…e di incontri
C’è una piccola storia che è diventata una delle fondamenta su cui si regge l’ecosistema Cpd. Risale al 2007, quando a Torino venne nominato presidente dell’aeroporto di Caselle Maurizio Montagnese, una figura di alto profilo manageriale che aveva già ricoperto importanti incarichi nel mondo dell’industria e della finanza. «Venne Paolo Osiride Ferrero in visita per far conoscere le attività della Consulta», ricorda Montagnese. «Mi elencò le principali criticità in termini di accessibilità della struttura, una su tutte l’impossibilità di parcheggiare l’auto nei posti riservati perché occupati impropriamente. Qualche settimana dopo lo chiamai per informarlo che avevo fatto portare via dal carro attrezzi tutte le auto sprovviste del contrassegno disabilità».

Da quell’episodio è nata un’amicizia profonda: «Quando Paolo Osiride è mancato, d’istinto ho chiamato Giovanni per mettermi a disposizione della Consulta», continua. Oggi è il presidente. «Di solito, si avvicinano al nostro mondo persone che hanno una relazione quotidiana con la disabilità: genitori, fratelli, figli», aggiunge Ferrero. «Montagnese non aveva alcun legame se non quello con mio padre. Ha portato un approccio manageriale, di pianificazione e gestione che ha cambiato la Consulta: l’anima è rimasta intatta, lo spirito è imprenditoriale».

La Cpd è cresciuta e nel frattempo ha cambiato anche un po’ Torino. «Se oggi i turisti in sedia a rotelle possono salire sull’ascensore panoramico del Museo del Cinema è grazie alla determinazione di mio padre, che testò il piano di evacuazione cantando il Requiem di Mozart», ricorda Ferrero. «Abbiamo atteso per anni le rampe d’accesso al Duomo: quest’anno i lavori finalmente partiranno e noi siamo pronti per la prossima battaglia. Piccola o grande che sia».
Le fotografie sono state fornite dalla Consulta per le persone in difficoltà
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