Viaggio nell’impatto sociale

Under30, over impact: i nuovi linguaggi dell’economia sociale

di Daria Capitani

Il Piano metropolitano per l’economia sociale di Torino sottolinea l’urgenza di un ricambio generazionale per rinnovare strumenti, linguaggi e approcci alla sostenibilità. Siamo andati nei luoghi in cui germoglia e cresce l'impatto dei giovani: storie di cerniera tra più fasce d'età, spazi di sperimentazione under30 e passaggi di testimone, con un’innata attenzione alla diversità, all’inclusione e all’ambiente

Una città per giovani. Quando a giugno Torino ha approvato il Piano metropolitano per l’economia sociale, un passaggio nel documento ha dato corpo a questa immagine: «Tutti i modelli di sviluppo, per proiettarsi sul futuro ed essere abbracciati dalla società, richiedono nuove competenze e un ricambio generazionale. Il Piano è disegnato attorno all’idea che questo possa avvenire attraverso il protagonismo dei giovani in un nuovo modello di economia sociale di mercato». Ma come si costruisce il passaggio di testimone? Dove cresce? E come viene declinato dai giovani il concetto di impresa sociale?

Le risposte sono contenute, in parte, nello stesso Piano: «Puntando l’orizzonte al 2030, sottolinea l’urgenza di favorire l’ingresso di nuove generazioni di imprenditori sociali, capaci non soltanto di interpretare le sfide del presente, ma anche di rinnovare strumenti, linguaggi e approcci». A parlare è Irene Maddio-Rocco, responsabile area Engagement e progetti di Torino Social Impact, l’ecosistema territoriale che unisce oltre 400 attori pubblici e privati, profit e non profit, attorno a una stessa idea di impatto. «Senza un ricambio generazionale, l’economia sociale non è in grado di garantire l’innovazione, la capacità di cambiamento e la lettura dei nuovi bisogni che la trasformazione dell’attuale modello di sviluppo richiede».

All’interno delle sue sei aree tematiche, il Piano definisce una serie di azioni concrete dedicate ai giovani e alla nascita di nuove imprese sociali, dalla formazione alle competenze, dalla facilitazione dei percorsi di avvio fino agli strumenti finanziari e all’apertura di nuovi spazi di mercato. Sono iniezioni di fiducia per una Torino che sta già prendendo forma: dialoga con i giovani, li sostiene e li accompagna nel dare sostanza alle idee. Storie di cerniera tra più generazioni, spazi di sperimentazione under30 che mettono in circolo un nuovo  modo di intendere la sostenibilità.

La rete che crede nello scambio tra generazioni

La prima tappa di questo itinerario è in Piemonte ma ha un respiro francese. «Réseau Entreprendre è un ente non profit nato in Francia nel 1986 che negli anni è diventato uno dei modelli più forti e rappresentativi di accompagnamento alla nascita di nuove imprese», spiega la direttrice della sezione piemontese Lisa Orefice. «In un momento di grande crisi del settore tessile, l’industriale del nord della Francia André Mulliez, per rispondere alle sfide poste dalla disoccupazione, ebbe l’intuizione di creare una rete per l’accompagnamento imprenditoriale da pari a pari».

Quella stessa rete è cresciuta tanto da approdare in altri Paesi. «Dal 2010 siamo a Torino, dove la formula di mentoring con cui un imprenditore di successo affianca nuove leve, ha trovato un terreno molto fertile. Abbiamo 70 associati che nel tempo hanno supportato 68 realtà, senza secondi fini: le imprese senior per Statuto non possono investire nelle startup che accompagnano. A muovere i nostri volontari, che aprono letteralmente le porte delle proprie aziende mettendo a disposizione competenze e contatti, è un desiderio di restituzione e di apertura al nuovo».

Lisa Orefice, direttrice di Réseau Entreprendre Piemonte.

Non tutto ciò che nasce è un’impresa gestita da giovani, «ma spesso i giovani sono il target delle nostre call», racconta Orefice. «Ad Alessandria, insieme al Comune, abbiamo supportato grazie a un bando Anci quattro giovani under30 nell’apertura della loro attività. Ci siamo occupati di formazione, orientamento, trasmissione di una mentalità imprenditoriale e abbiamo fornito supporto pratico, burocratico e amministrativo. Con la Fondazione Compagnia di Sanpaolo, invece, stiamo seguendo il progetto Apice, dedicato all’apertura di nuove imprese giovanili nelle aree interne delle Valli Susa e Soana».

Qual è il valore aggiunto portato dai giovani? «Sono depositari di un sistema valoriale e di una finalità molto marcata, che spesso coincide con una scelta di vita: progetti culturali e sociali che generano impatto sul territorio, spesso come opportunità di rilancio. Soprattutto non si tratta mai di un progetto singolo: le nuove generazioni pensano in un modo radicalmente nuovo alla comunità e alla sostenibilità. È forse proprio questa la chiave che tiene uniti vecchi e nuovi imprenditori: il focus sul capitale umano che muove l’impresa».

Semi di innovazione nei servizi e nei processi

Fabrizio Piazza ha 39 anni ed è il presidente della cooperativa sociale di tipo A + B Csda, specializzata nell’assistenza agli anziani, nel social housing, nella creazione di servizi per le famiglie e nella produzione lavoro: «Offriamo servizi per consentire a chiunque di vivere una vita dignitosa presso il proprio domicilio. Creiamo una rete di sostegno, spazi integrativi e supporto familiare, contribuendo al benessere della comunità in cui operiamo (territorio metropolitano di Torino e nella zona metromontana delle Valli Susa e Sangone, ndr)». I giovani? «Non mancano nelle imprese sociali. Soprattutto non costituiscono un piano B: cercano sostenibilità, visione e obiettivi, contribuiscono a creare strutture sempre più ibride e intergenerazionali per generare impatto».

Fabrizio Piazza, presidente cooperativa sociale Csda.

Le nuove generazioni, secondo Piazza, declinano l’innovazione a più livelli: «Sono un motore di sperimentazione nei servizi e nei processi. Hanno una buona capacità di lettura del momento, sono le prime sentinelle del bisogno perché lo percepiscono sulla propria pelle, a partire dalla difficoltà di accesso al credito, alla casa, a un’indipendenza economica. Per questo forse hanno una sensibilità maggiore al cambiamento all’interno di un’organizzazione e un radicamento nuovo che può tradursi in continuità verso il futuro».

Irene Maddio-Rocco, responsabile area Engagement e progetti di Torino Social Impact.

Ne è convinta anche Maddio-Rocco di Torino Social Impact: «Le imprese sociali giovanili sono molto più propense a testare le nuove tecnologie e a cercare soluzioni ancora inesplorate. Hanno un’innata attenzione alla diversità, all’inclusione e all’ambiente, unite a competenza ed entusiasmo. Vogliono essere incluse nel processo di cambiamento non soltanto in modo passivo ma ritagliandosi lo spazio per ricoprire ruoli decisionali più rilevanti». E poi, il linguaggio: «Sanno rendere l’economia sociale più coinvolgente e accessibile».

Microcredito per l’inclusione

C’è un intermediario finanziario che non è nato specificatamente per i giovani ma a cui i giovani guardano per rendere concreti i propri sogni. Si chiama PerMicro, è nato a Torino nel 2007 ed è specializzato nell’inclusione finanziaria di persone escluse dai tradizionali canali di credito per insufficiente storico creditizio o precaria posizione lavorativa. Oggi conta 25 filiali in 16 regioni italiane: tra il 2009 e il 2024 ha sostenuto la nascita di quasi 3mila imprese, di cui il 35% gestite da under35. «Ogni impresa giovanile ha generato almeno un posto di lavoro, facendo riferimento alla media calcolata  dal Politecnico di Milano», spiega la responsabile della comunicazione Giulia Boioli.

Giulia Boioli, responsabile della comunicazione di PerMicro.

Che cosa distingue le attività create dai giovani? «Una sana febbre che li spinge al rischio e a esercitare il prima possibile le competenze acquisite. Si tratta di profili sempre più qualificati, per esperienza pregressa e percorsi di studio. Incontriamo molte seconde generazioni e qui la febbre aumenta al quadrato: giovani con un desiderio fortissimo di riscrivere la propria vita, che portano con sè la fragilità ma anche una fortissima determinazione». Secondo Boioli, gli under35 offrono «una sincera e disincantata lettura del presente e un’interpretazione del futuro che agli adulti sfugge. Per noi è il primissimo motivo di fiducia e di concessione del credito, che non si basa mai su algoritmi ma sulla valutazione singola del progetto, dell’esperienza personale, professionale e di studio».

La storia: Atelier Riforma

La scintilla è stata il desiderio di fare impresa con una vocazione sociale. Elena Ferrero, co-founder di Atelier Riforma, lo rivendica con convinzione: «Senza la determinazione che ci ha sempre guidato, avremmo rinunciato da molto tempo, perché gli ostacoli sono tantissimi quando a 26 anni si decide di aprire un’attività da zero. Il sacrificio è quotidiano, si costruisce un mattone alla volta: un’esperienza formativa incredibile, come frequentare dieci corsi di laurea tutti insieme».

Elena Ferrero, co-founder di Atelier Riforma.

Elena Ferrero e Sara Secondo si sono incontrate nell’ambito dell’incubatore di Fondazione Crt “Talenti per l’impresa”. «Abbiamo deciso di lavorare insieme a un progetto ambizioso: rivoluzionare il sistema moda attraverso l’economia circolare, riducendo sprechi e costruendo un futuro sostenibile. Il focus del nostro business è Re4Circular, la prima tecnologia di intelligenza artificiale per la moda circolare, che cataloga e digitalizza i tessili pre e post-consumo, trasformandoli in risorse per i professionisti del settore. Grazie a un sistema di catalogazione automatica e a un marketplace B2B, collega chi gestisce materiali tessili con chi li riutilizza, massimizzando il riuso e riducendo gli sprechi lungo la filiera».

Oggi Atelier Riforma non è più una startup. Con sei anni di storia, ha raggiunto un primo step di maturità: «A chi si impegna per l’imprenditorialità giovanile, vorrei dire una cosa. In questa fase storica, i giovani sono forse la fascia più povera e con meno mezzi a disposizione. Se aprono un’impresa, non lo fanno a cuor leggero: significa che hanno intenzione di creare qualcosa di bello in cui credono, con una missione sociale o ambientale che guardi al futuro di tutta la comunità».

Questo articolo fa parte di una serie intitolata Viaggio nell’impatto sociale. Leggi anche:

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La fotografia in apertura è di Bruce Mars su Unsplash. Le immagini nel testo sono state fornite dagli intervistati

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