Luciano Balbo

Vi spiego come la finanziarizzazione sta sconvolgendo il mondo

di Simone Cerlini

Intervista all'autore del saggio "Prima che tutto crolli" e fondatore di Oltre Venture, il primo fondo di venture capital sociale in Italia

Con Prima che tutto crolli. La finanziarizzazione: cos’è e come sta sconvolgendo il mondo (Longanesi, 2025) Luciano Balbo, fondatore di Oltre Venture (il primo fondo di venture capital sociale in Italia) entra nel cuore di uno dei processi più opachi del capitalismo contemporaneo: l’enorme massa di risparmio che si riversa su case, azioni, materie prime e altri beni, facendone esplodere il valore e ampliando la distanza tra chi ha un patrimonio e chi vive soltanto di lavoro. Il libro ne segue gli effetti su disuguaglianze, percorsi di vita e stabilità del sistema. Sullo sfondo, una tesi netta: è arrivato il momento di riportare il capitale al servizio dell’economia reale e dell’interesse collettivo, prima che l’ennesima crisi presenti il conto. E lo si fa prima di tutto conoscendo nel dettaglio le dinamiche profonde.

Lei vissuto da protagonista la stagione in cui la finanza sembrava la leva decisiva per la crescita. Oggi, invece, lancia un allarme. Perché

Sono sempre stato un grande appassionato di macroeconomia che ho studiato da solo da ormai molti anni, dato che sono un fisico per formazione accademica. Sono stato un imprenditore nel settore dell’economia ed in particolare della finanza e ad un certo punto ho capito che vi era una sconnessione tra molta parte teorica e la realtà operativa del mondo finanziario. È giusto fare la premessa che la finanza è uno strumento in sé positivo perché permette lo sviluppo della società in quanto fornisce le risorse per progetti che possono nascere e svilupparsi. Chiamerei questo l’investimento finanziario primario, cioè ciò che aiuta la crescita di un’azienda o l’acquisto, per esempio di una casa, ad una persona che lavora e che potrà pagarla con i redditi futuri. C’è poi la finanza che investe in modalità secondarie, cioè su beni esistenti e lo fa prevalentemente con l’obiettivo di farne crescere il valore spesso senza fare un’attività concreta ma solo potendo sfruttare il fatto che quel bene sarà sempre più richiesto e quindi il suo valore aumenterà solo per il flusso di denaro e non per altro motivo. È quanto avviene per esempio per gli immobili nelle grandi città, dove vi è una crescente domanda di abitazioni..

Nel libro dice come l’enorme liquidità immessa nel sistema abbia gonfiato il valore di immobili e titoli, creando una bolla che oggi non può più esplodere senza travolgere l’economia reale. Può spiegare brevemente questa dinamica? 

La finanziarizzazione ha l’effetto di far aumentare la disuguaglianza patrimoniale. Infatti, chi ha potuto accumulare un po’ di risparmi ha avuto nei decenni precedenti l’opportunità di vederli crescere se li ha investiti in modo profittevole in immobili o nel mercato azionario, mentre oggi la parte della popolazione che ha salari bassi non riesce più a risparmiare ed anche ad accedere ad alcuni beni primari come la casa. La disuguaglianza patrimoniale blocca la società e per molti aspetti è più rigida di quella reddituale che può essere colmata almeno in parte attraverso la ricerca di lavori più qualificati. Nella parte finale del libro accenno ad alcune possibilità di intervento. Ma rimango dell’idea che siamo ancora in una fase in cui ci vuole una più ampia presa di coscienza di quanto è avvenuto perché solo così facendo potranno maturare non solo delle idee ma anche un consenso verso un cambiamento.

Nel suo ragionamento emerge una critica profonda: il neoliberismo non è solo un sistema economico, ma una mutazione antropologica. Ha penalizzato l’elemento relazionale delle persone, spostando l’attenzione dall’essere alla performance, dall’interdipendenza all’interesse personale. Oggi paghiamo il conto di questa trasformazione: solitudine, perdita di senso, mercificazione, isolamento…

Oggi possiamo dire che siamo in un momento di mutamento profondo, ma vorrei usare il termine “antropologico” con molta cautela: la predominanza del mercato ci vuole tutti investitori, cioè i nostri altri ruoli, di lavoratore e consumatore, sono subordinati a quello di investitore, ma in realtà coloro che hanno e possono vivere di investimenti sono solo una piccola parte della società. Per quanto riguarda il cambiamento, io penso che l’educazione non basti. Gli umani rispondono agli incentivi e quindi bisogna modificare le regole affinché gli incentivi e e le proibizioni lavorino in un’altra direzione. Sembra che ora non ci siano regole, invece ci sono solo le regole del mercato. Per salvaguardare l’attenzione all’altro e le relazioni serve quindi creare consapevolezza non tanto di come dovremmo essere, ma di qual è la situazione attuale, il dato di realtà, e da qui quindi tentare di sviluppare degli interventi economici e sociali per affrontarla e limitare la totale supremazia delle regole del mercato. Gradualmente potremmo vedere i risultati anche nei valori e nelle relazioni. Sono perplesso sul fatto che possa avvenire un cambiamento attraverso un processo inverso o diverso da quello che ho descritto. 

Nelle proposte pratiche lei è molto netto. Sostieni che i Paesi ricchi dovrebbero dismettere attività a basso valore aggiunto e investire su quelle ad alto contenuto di innovazione. Può fare qualche esempio? Quale impatto potrebbe avere nella PA?

Un innalzamento del salari più bassi è uno stimolo importante verso l’automazione e quindi verso l’incremento della produttività. Aumenti il costo del lavoro e così facendo rendi più attrattivi investimenti in automazione e produttività. Ecco perché penso che questa sia una mosse importante. Inoltre, alzare i salari delle professioni meno qualificate vuol dire cambiare la visione della società e cioè comprendere che molti dei lavori meglio pagati non sono il frutto solo di capacità, ma anche di opportunità e di buona sorte, perché le persone che li hanno raggiunti, sono spesso partiti da condizioni sociali ed economiche più favorevoli. Dobbiamo modificare il concetto di meritocrazia che non può essere solo quello di far raggiungere alle persone più meritevoli i posti più importanti, ma anche che svolgere con impegno e qualità i lavori più semplici debba portare ad una remunerazione ragionevole proprio perché chi lo fa se lo merita. Questo implicherà anche un aumento del costo di alcuni servizi e di fatto costituirà un sistema redistributivo da chi ha redditi più elevati verso chi non è in quella situazione, ma lavora onestamente con impegno per far funzionare la società. Venendo più in dettaglio alla pubblica amministrazione, io penso che debba essere ridotto tutto il lavoro più burocratico attraverso sistemi di automazione ed aumentato lo sforzo nelle aree erogative e cioè relazionali (per esempio nell’educazione e nella sanità) che invece necessariamente hanno un forte contenuto di lavoro, permettendo di trasferire i risparmi nell’attività di automazione verso migliori remunerazioni per coloro che operano con le persone.

Nel libro scrive che una soluzione dovrebbe passare dal penalizzare fiscalmente gli investimenti speculativi a debito su “beni esistenti” e incentivare quelli che accrescono produttività e innovazione. Cosa intende?

Non è facile applicare delle regole che riducano gli incentivi ad investimenti che costituiscono una rendita. Sappiamo che il capitale può muoversi liberamente e quindi può sfuggire alla regolamentazione. Tuttavia, qualcosa si può cominciare a fare, per esempio nel mondo immobiliare. Come hanno fatto in alcune città, ridurre la quota di case che possono essere possedute da non residenti. Se queste azioni hanno successo, si crea un più ampio consenso ad allargare la regolamentazione che possa limitare la finanziarizzazione. Più in generale bisogna ritornare a pensare a forme di controllo del credito, affinché esso si muova sempre di più verso investimenti produttivi e meno verso investimenti più speculativi.

Solo pochi mesi fa la patrimoniale era ancora un tabù culturale. Oggi, con il Manifesto dei 150 economisti, la campagna #TaxTheRich di Oxfam e la proposta di legge Zuckman, la questione è tornata centrale. Ne ha parlato anche Marco Leonardi su VITA magazine a maggio. C’è davvero una frattura generazionale tra chi considera la patrimoniale una blasfemia – perché la ricchezza l’ha guadagnata – e chi la vede come un atto di giustizia e di ricomposizione sociale – perché la ricchezza oggi si eredita?

Tassare le grandi ricchezze è uno dei tasselli essenziali del cambiamento, ma deve essere anche abbinato ad un obiettivo: cioè questi ulteriori risorse a cosa servono e dove vanno? Per esempio, verso importanti sgravi fiscali per i salari più deboli oppure verso un miglioramento della spesa pubblica. Vi è molta diffidenza verso la gestione pubblica, anche con qualche ragione, poiché il settore pubblico ha perso competenze e capacità di azione ed è quindi importante che chi propone la tassazione tocchi anche questo tema; purtroppo anche all’interno di coloro che fanno proposte di tassazioni corrette, mancano gli ulteriori elementi che possano davvero a cambiare il quadro. Migliorare la qualità e la trasparenza di azione del pubblico è una precondizione che non possiamo dare per scontata.

Lei sostiene che la finanza in regime di concorrenza non riduce i margini, li aumenta: genera flussi e profitti crescenti in un sistema di fatto oligopolistico, dominato da pochi fondi globali. Questo post-neoliberismo dei “plutotecnocrati” sembra aver neutralizzato la politica…

Il dibattito sul post neoliberismo infiamma le discussioni nel mondo culturale. Non mi avventuro quindi a fare delle previsioni. Anche perché oggi il mondo globalizzato è dominato sia in Occidente sia in Oriente da grandi aziende monopolistiche che tendono sempre più a collegarsi con gli Stati per creare per sé le regole migliori, ma anche per rendere gli Stati dipendenti se non vassalli. Oggi il controllo fino al dominio di alcune particolari tecnologie significa potere esercitare un potere geopolitico. Questo gioco lo stanno già praticando sia negli Stati Uniti che in Cina. È confronto internazionale che ha sostituito il vecchio conflitto tra capitalismo e comunismo. Non ho soluzioni e forse nessuno le ha in questo momento. Purtroppo, questa nota conclusiva non è ottimista, ma ancora una volta credo che tutti quelli che hanno voce debbano fare uno sforzo di spiegazione e di consapevolezza.

Foto di apertura fornita dall’intervistato

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