Gabriele Corsi

Volontariato, la rivoluzione di essere «giorno di raccolta» per chi ha bisogno

di Daria Capitani

Lo conosciamo come comico, attore e conduttore tv e radiofonico, ma è anche volontario in organizzazioni piccole e grandi, promotore di messaggi importanti come quello della donazione di sangue (lo è stato per Avis in un momento difficile come la pandemia). «Perché lo fai?, mi chiedono in tanti. Io rispondo sempre ponendo un’altra domanda: “E tu, invece, che fai?”». Lo abbiamo intervistato sul numero di novembre di VITA magazine

«Giorno di raccolta quando il raccolto è buono»: nella regione del Karamojong in Uganda, è questo il nome che danno a chi si è speso per la comunità. Si dice Rodweny Labaaramoi e quelle due parole Gabriele Corsi se le è tatuate sull’avambraccio destro: «Così la mattina, quando mi lavo la faccia, leggo la scritta e mi ricordo chi sono». Chi è Gabriele Corsi? Un comico e un attore, uno dei membri del Trio Medusa, un conduttore tv e radiofonico e l’autore di un libro di grande successo – Che bella giornata, speriamo che non piova (Cairo, 2024) – in cui racconta la malattia neurodegenerativa del padre. Ma è anche un donatore di sangue, un volontario in organizzazioni piccole e grandi, un ambasciatore di Unicef e di Cesvi e un promotore del messaggio della donazione di sangue anche per Avis in momenti difficili come la pandemia. È un uomo che cerca di onorare in ogni giornata quel nome che gli è stato assegnato in Africa. «Perché lo fai?, mi chiedono in tanti. In fondo non serve andare fino in Uganda, potresti aiutarli anche da qui… Io rispondo sempre ponendo un’altra domanda: “E tu, invece, che fai?”». È forse per questo che, quando pensa al volontariato, gli viene in mente un’unica parola: «Necessità».

VITA magazine di novembre è dedicato al volontariato e a ciò che spinge 4,7 milioni di italiani a spendersi per gli altri. Abbiamo sfidato dieci firme in un’ambiziosa riscrittura del bellissimo e sempre attuale “Noi ci impegniamo” di don Primo Mazzolari. L’attore Gabriele Corsi ha scelto la parola necessità. Se hai un abbonamento leggi subito Volontario, perché lo fai? e grazie per il tuo sostegno. Se vuoi abbonarti puoi farlo a questo link.

Da dove arriva un’attitudine così spiccata per il volontariato?

La definirei una specie di pulsione, è una tensione che mi muove da sempre e che nasce dalla mia famiglia. Mio papà mi ha insegnato che, di fronte a qualcuno in difficoltà, non ci si volta dall’altra parte: l’ho visto salire in casa senza farsi notare e poi scendere di nuovo con un pacco di vestiti da donare a qualcuno. Mio nonno era un fabbro, non sapeva leggere e scrivere, aveva una fornace nella periferia di Roma: durante la Seconda guerra mondiale ha nascosto nella sua bottega due famiglie ebree. Il volontariato è quella cosa che s’impara con l’esempio, osservando quello che si vive in casa. Io l’ho fatto da giovanissimo in parrocchia come animatore e nel gruppo missionario che inviava materiali in Africa, poi con un’associazione che s’impegna per ragazzi con sindrome di Down e non ho ancora smesso. Perché nel nostro Paese senza il Terzo settore non esisterebbe una rete sociale abbastanza forte da sostenere i bisogni di tutti. 

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