Aree interne, l’Italia da scoprire

Sui monti della Maiella, dove per invecchiare bene bisogna andare in Posta

Nei comuni dell’Appennino abruzzese c’è un lavoro emotivo e di cura in un luogo inatteso: l’ufficio postale. È il risultato di un’indagine realizzata da Borys Cieślak, un ricercatore polacco del Gran Sasso Science Institute che si è chiesto perché, alla chiusura di uno sportello, nelle aree interne si mobilitano sindaci e residenti. «Nelle piccole realtà periferiche, i direttori e gli impiegati fanno molte cose per i loro utenti che di solito non ci si aspetterebbe. Uno degli esempi più evidenti è l’ascolto»

di Daria Capitani

Avete mai pensato a un ufficio postale come a un catalizzatore di relazioni? Un presidio in cui direttori e sportellisti svolgono un lavoro emotivo e di cura? Se avete vissuto o abitate in un’area interna, è probabile che la risposta sia affermativa. Un economista e urbanista originario di Varsavia ne ha fatto uno studio etnografico, sul campo, nei paesi appenninici in Abruzzo. Una ricerca che ha utilizzato l’approccio delle economie comunitarie per ricostruire come alcuni tra i più piccoli uffici postali in Italia contribuiscano a ridurre l’isolamento, a migliorare il benessere e a fornire un senso di cittadinanza alle comunità su cui gravitano.

Molti comuni situati nell’Appennino centrale stanno affrontando fenomeni di spopolamento, il declino dell’economia pastorale, la desertificazione dei servizi e il verificarsi di terremoti, tra cui quello del 2009. Qui gli uffici postali spesso rappresentano l’ultimo presidio. Negli anni Dieci del 2000, diversi di questi sportelli sono stati chiusi, generando proteste da parte dei sindaci e dei residenti. Borys Cieślak stava svolgendo un dottorato al Gran Sasso Science Institute: di fronte a una mobilitazione così diffusa, si è chiesto perché un ufficio postale fosse così importante per quelle piccole realtà periferiche. Ne è nata un’indagine, intitolata Infrastruttura sociale persistente: uno studio sui paesi appenninici e i loro uffici postali.

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare. 
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE

Perché ha deciso di studiare le aree interne italiane e in particolare quelle dell’Appennino abruzzese?

Ho studiato a Varsavia, Milano e Rotterdam: ho sempre vissuto in grandi città, ma mi hanno sempre interessato le disegualianze nello sviluppo economico e sociale. A un certo punto ho capito che, per comprenderle davvero, dovevo farne esperienza diretta. Per questo ho deciso di trasferirmi a L’Aquila per svolgere un dottorato in un istituto specializzato nello studio dei territori periferici. Credo che occuparsi delle aree piccole e rurali non sia soltanto una sfida di ricerca stimolante, ma un imperativo etico, spesso dimenticato nelle teorie economiche mainstream dello sviluppo.

Nella sua ricerca, c’è un’analisi minuziosa delle peculiarità degli uffici postali rurali. Quali sono le caratteristiche che li distinguono dai loro omologhi urbani?

Come ha affermato uno studioso, gli uffici postali sono collocati nelle città per il profitto e nei paesi come servizio pubblico. Esistono alcune differenze importanti tra i due contesti. La prima riguarda la socialità e il rapporto stretto tra sportellisti e residenti: gli uffici postali rurali hanno meno utenti rispetto a quelli urbani e, per questo motivo, c’è meno pressione temporale sul personale (ad esempio, nei piccoli uffici non esistono sistemi di prenotazione con numeretti). Ciò consente agli operatori di dedicare più attenzione agli utenti e di sviluppare con loro un rapporto sociale, elemento molto importante per chi vive nelle aree rurali. In città, dove uno sportellista può servire oltre 100 clienti al giorno, questo non è possibile. In secondo luogo, molti uffici rurali non sono redditizi e devono essere sovvenzionati con i profitti generati altrove. Possiamo quindi dire che il lavoro importante svolto dagli operatori postali rurali necessita di essere sostenuto economicamente dalle aree urbane.

Un caffè portato dagli anziani del paese per gli impiegati di un piccolo ufficio postale.

Nel suo lavoro ha tenuto conto di cosa accade negli uffici postali del Regno Unito e di altri Paesi. Quali somiglianze e quali differenze ha individuato?

Possiamo tracciare una distinzione generale, seppur imperfetta, tra i Paesi che hanno privatizzato il servizio postale puntando sull’efficienza e quelli che lo mantengono pubblico, concentrandosi sul servizio ai cittadini. Tuttavia, in entrambi i casi esiste una forte pressione sui profitti. Nei Paesi Bassi, ad esempio, il servizio postale è stato trasferito in negozi privati, come le librerie che ospitano uno sportello postale. In Polonia, il servizio postale è stato messo in difficoltà da operatori privati e dagli armadietti automatici per i pacchi (come la società InPost, entrata anche nel mercato italiano). In Francia, invece, il servizio postale, come in Italia, svolge un ruolo sociale. Il governo francese ha attuato la politica dei “1000 Cafés”, finanziando piccoli bar rurali con l’obiettivo di integrarvi diversi servizi: bar, ufficio postale, informazioni turistiche. Gli studi sugli uffici postali rurali negli Stati Uniti e nel Regno Unito mostrano come anche in questi Paesi rappresentino istituzioni fondamentali, che offrono molto più della semplice gestione di posta e bollette: sono una vera e propria ancora di salvezza per le comunità, proprio come in Italia.

Uno degli esempi più evidenti del lavoro di cura ed emotivo è l’ascolto. Gli anziani, che hanno poche occasioni di socializzazione, mentre vengono serviti allo sportello raccontano le loro storie di vita e gli eventi importanti al direttore, che ascolta con attenzione

Borys Cieślak, ricercatore al Gran Sasso Science Institute

Ha definito “lavoro emotivo e di cura” il mestiere svolto dai direttori e sportellisti dei piccoli uffici postali. Che cosa intende con questa espressione? Come è nata?

Ho ripreso questo concetto dalla letteratura dell’economia femminista. Viene utilizzato per descrivere il lavoro svolto prevalentemente dalle donne nella cura della casa, dei figli e degli anziani. Si tratta di un lavoro non retribuito e sottovalutato. Dandogli un nome, le studiose cercano di mostrarne il valore e l’importanza. Questo termine descrive molto bene il supporto che i direttori e sportellisti postali offrono agli utenti. Possiamo pensare al loro lavoro come composto da due dimensioni correlate: quella professionale e quella di cura. La prima è riconosciuta da Poste Italiane, che stabilisce una serie di obiettivi da raggiungere, ed è anche al centro degli studi economici sui servizi postali. La dimensione della cura, invece, è quella che ho voluto mettere in evidenza.

Che cosa comporta in concreto?

I direttori degli uffici postali rurali fanno molte cose per i loro utenti che normalmente non ci si aspetterebbe. Offrono, per esempio, un’opportunità di socializzazione agli anziani. Ho visto persone recarsi all’ufficio ogni giorno di apertura, spesso soltanto per chiacchierare. Portavano il caffè, chiedevano consigli e aiuto su varie questioni. I dipendenti di Poste Italiane investono molto tempo nell’insegnare agli anziani a usare dispositivi digitali, nel consigliarli su prodotti postali e finanziari, ma anche su altre questioni personali. Fanno piccoli favori, come tradurre lettere dall’estero, aiutare a scrivere risposte o offrire un passaggio in auto (fuori dall’orario di lavoro). Uno degli esempi più evidenti del lavoro di cura ed emotivo è l’ascolto. Gli anziani, che hanno poche occasioni di socializzazione, mentre vengono serviti allo sportello raccontano le loro storie di vita e gli eventi importanti al direttore, che ascolta con attenzione. Si può dire che conoscano l’intero villaggio, ma che debbano custodire queste informazioni per sé.

Nell’introduzione scrive che «le indagini sulle relazioni tra gli uffici postali e le comunità locali sono quasi del tutto assenti nella letteratura geografica e sulle infrastrutture sociali». Perché secondo lei?

Finora il servizio postale è stato studiato soprattutto da economisti. Il loro approccio è tipico di questa disciplina: si concentrano su efficienza, redditività, privatizzazione e sulle sue conseguenze. Nel mio campo, la geografia economica, quando si parla di sviluppo locale l’attenzione si concentra soprattutto sui settori ad alto valore aggiunto e innovazione, come l’industria tecnologica e della conoscenza. Esiste una vasta letteratura sul successo di luoghi come la Silicon Valley e sui tentativi di replicarne il modello. Solo recentemente si è verificata, seppur in modo ancora limitato, una svolta verso i settori “ordinari” dell’economia: infrastrutture, istruzione, approvvigionamento alimentare o servizi postali. Questi settori forse non sono “cool” come il design o la tecnologia dell’informazione, ma sono fondamentali per la qualità della vita e, inoltre, spesso offrono buone opportunità occupazionali.

Se ci allontaniamo dal discorso economico, che riduce gli uffici postali rurali a nodi di costi e ricavi, e li osserviamo attraverso la lente della cura, emerge la ricchezza delle pratiche sociali ed economiche che sostengono la vita di un ufficio postale rurale

Borys Cieślak

Che cosa ha capito del ruolo sociale dell’ufficio postale?

Se ci allontaniamo dal discorso economico, che riduce gli uffici postali rurali a nodi di costi e ricavi, e li osserviamo attraverso la lente della cura, emerge la ricchezza delle pratiche sociali ed economiche che sostengono la vita di un ufficio postale. Non è solo un luogo dove inviare lettere o pagare bollette, ma uno spazio di co-presenza, socialità e amicizia. Essi sostengono la riproduzione sociale delle comunità rurali. La riproduzione sociale nelle istituzioni formali viene spesso ignorata perché associata alla sfera domestica, mentre i luoghi di lavoro retribuito sembrano privi di cura. In realtà, utenti e operatori superano quotidianamente questa dicotomia, conferendo all’ufficio postale familiarità e attenzione. Gli utenti chiamano il direttore “figlio” o “figlia”, portano cibo fatto in casa e confidano questioni intime. I direttori, a loro volta, invitano le persone negli uffici sul retro per garantire privacy, condividono numeri di telefono personali e aiutano gli utenti in molti modi. Anche servizi formali e apparentemente banali, come il pagamento delle bollette o la gestione delle pensioni, sono intrisi di socialità e cura. Pagare una bolletta diventa un pretesto per una chiacchierata piacevole e un momento di incontro, ma anche una pratica di cura, perché i direttori sentono una responsabilità personale per le finanze dei pensionati. Gli utenti, a loro volta, si prendono cura del lavoro degli operatori e cercano di aiutare l’ufficio a raggiungere gli obiettivi commerciali. Non si tratta di una relazione puramente altruistica, ma reciprocamente vantaggiosa: “si sostiene per essere sostenuti”.

C’è un legame tra il ruolo sociale dell’ufficio postale e l’aumento della vulnerabilità nella popolazione?

Secondo i direttori che ho intervistato, l’ufficio postale è particolarmente importante per le persone povere, per chi dipende dal sostegno statale e per gli anziani. Prendendosi cura attivamente degli anziani e offrendo loro ascolto, i direttori favoriscono il cosiddetto aging in place, rendendo più sopportabile l’invecchiamento nel luogo in cui si vive. La compagnia degli operatori e degli altri utenti riduce il senso di isolamento e solitudine. L’ufficio postale rurale protegge anche uno stile di vita che sta scomparendo. Il primo giorno di apertura del mese, i pensionati, vestiti elegantemente, affollano l’ufficio per ritirare la pensione. Potrebbero prelevarne soltanto una parte o usare una carta di debito, ma scelgono un’“inconvenienza intenzionale”, correndo anche il rischio di furti, e ritirano l’intera somma in contanti, come 20 anni fa. Poi tornano a pagare le bollette con quel denaro. Così facendo, accedendo a questo spazio pubblico alle loro condizioni, mettono in atto ciò che resta della loro cittadinanza.

Una buca delle lettere.

È la marginalità che fa emergere la socialità nell’ufficio postale rurale. Questi uffici operano in contesti di lontananza, periferizzazione, invecchiamento e desertificazione dei servizi. Come nel Regno Unito dell’austerità, dove lo Stato arretra e chiede alle comunità di colmare il “vuoto di cura”, anche qui i direttori ampliano il loro ruolo di funzionari pubblici, talvolta andando oltre i requisiti ufficiali del lavoro per garantire assistenza. Come ha detto uno di loro: «L’ufficio postale è tutto ciò che dovrebbe esserci nel paese ma non c’è».

C’è un episodio che l’ha colpita particolarmente sulla relazione che i direttori postali costruiscono con i loro utenti?

Ci sono due storie. In un paese viveva un uomo anziano con la madre. Quando lei morì, rimase solo e iniziò a recarsi ogni giorno all’ufficio postale. Si sedeva su una panchina e talvolta si addormentava. Gli altri utenti chiedevano alla direttrice cosa stesse facendo, ma lei chiedeva di non disturbarlo. Quando l’ufficio era vuoto, lui si avvicinava e parlava con lei. Andò avanti così per alcuni mesi. A volte la direttrice gli offriva anche un passaggio in auto fino a un comune vicino per fare la spesa. La seconda storia è raccontata dal punto di vista di un direttore. È importante dire che non tutti costruiscono rapporti di questo tipo, ma molti sì. Quando ho chiesto a uno di loro perché facesse questo sforzo extra, mi ha risposto: «Perché sono fatto così».

Il suo lavoro è partito dal chiedersi perché un ufficio postale è così importante da mobilitare un’intera comunità per scongiurarne la chiusura. Quale risposta si è dato?

Credo che le ragioni siano due. La prima è che la chiusura di un ufficio postale rappresenta un messaggio da parte dello Stato: lo Stato si ritira da quel paese, smette di prendersene cura. È una questione profondamente etica. Le persone che vivono nelle aree rurali pagano le stesse tasse di chi vive in città, ma non hanno lo stesso accesso ai servizi pubblici. Subiscono una discriminazione territoriale. Protestare contro la chiusura degli uffici postali significa protestare contro una discriminazione basata sul luogo di nascita o di residenza. La seconda ragione è che i sindaci sono consapevoli dell’importanza amministrativa e sociale degli uffici postali e vogliono proteggerli. Perdere l’ufficio postale sarebbe un duro colpo per la comunità: come mi ha detto un utente, «se chiude l’ufficio postale, il paese muore».

Alla luce della sua esperienza e del suo lavoro di ricerca, che cosa significa vivere e lavorare in un’area interna italiana?

Per me è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. La società in cui viviamo da un lato ci vizia con l’abbondanza di beni materiali, dall’altro rende beni fondamentali come la casa difficilmente accessibili, distrugge l’ambiente e aliena il lavoro. Quando si cerca di immaginare un’alternativa, è difficile trovarla. Ma il capitalismo è, sotto molti aspetti, urbano. Influenza anche le aree remote e periferiche, ma il centro della sua attenzione resta la città. Allontanandomi da quel mondo, vivendo vicino al Gran Sasso e incontrando le persone di questa regione, ho visto vite non soggette agli imperativi capitalistici di efficienza, crescita e denaro. Sotto molti aspetti, le preferisco alla mia vita precedente a Milano, Rotterdam o Varsavia. È però importante non idealizzare. Vivere in periferia è difficile: i servizi pubblici sono ridotti e i buoni lavori scarseggiano. Ma chi è dovuto rimanere o ha scelto di restare affronta queste difficoltà. Direi che queste persone sono più innovative e intraprendenti di molti venture capitalist e imprenditori delle startup più luccicanti. Inoltre, molti si prendono cura del luogo in cui vivono e hanno uno scopo. Posso testimoniare che gli abruzzesi sono davvero “forti e gentili”. Spero di aver imparato da loro almeno un po’ di queste virtù.

Le fotografie sono state fornite dall’intervistato

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