Calcio femminile
Susan Khojasta: «Noi rifugiate afghane, in campo per le donne che hanno perso la libertà»
Quattro anni dopo la soppressione da parte dei talebani, grazie all'impegno della Fifa è stata ricostituita la nazionale femminile di calcio dell'Afghanistan. Le 23 giocatrici sono tutte rifugiate e due vivono in Italia. Susan Khojasta è una di loro: ha 25 anni ed è arrivata a Firenze nel 2021. È appena tornata da un torneo amichevole con la nazionale, in Marocco: «Certo che puntiamo al Mondiale, ma prima di tutto scendiamo in campo per la pace e i nostri diritti»
Alle Fifa Unites: Women’s Series 2025, la nazionale femminile di calcio dell’Afghanistan ha registrato due sconfitte contro Chad (7 a 1) e Tunisia (4 a 0) e una vittoria contro la Libia (7 a 1). Ma quello che importava davvero è stato esserci. Per le calciatrici afghane il torneo amichevole giocato poche settimane fa in Marocco (26-29 ottobre) è stato l’occasione per tornare a indossar la maglia del proprio Paese, quattro anni dopo l’ultima volta.
La squadra è composta da ragazze rifugiate, costrette a fuggire dall’Afghanistan quando, nel 2021, i talebani sono tornati al potere. Da allora, la nazionale femminile si è sciolta, o meglio è stata soppressa, assieme ai diritti e alle libertà che le donne afghane avevano faticosamente conquistato. Nel 2025, grazie all’impegno della Fifa e sulla scorta della presenza di atlete afghane alle Olimpiadi di Parigi del 2024, la squadra è tornata a vivere, interamente composta da calciatrici rifugiate.
«Quando indossi la maglia del tuo Paese e vedi la tua bandiera è sempre una grande emozione, ma questa volta è stato diverso rispetto a quattro anni fa. Noi il nostro Paese non lo abbiamo più, ma giochiamo per le donne che sono ancora lì e che non possono giocare, che hanno perso la libertà. In campo dobbiamo dare tutto per loro», racconta a VITA Susan Khojasta, una delle 23 calciatrici selezionate per le Women’s Series dopo tre camp di allenamento organizzati dalla Fifa in altrettanti Paesi, a cui hanno partecipato oltre 100 atlete.
Uno «spartiacque» di coraggio, resilienza e speranza
La ricostituzione della squadra è stata fortemente voluta anche dal presidente della Fifa Gianni Infantino, che ha definito un «momento spartiacque» la partecipazione della squadra alle United Series. «È il primo passo di un grande percorso che riguarda le ragazze e le donne non solo afghane ma di tutto il mondo«, ha scritto sui social. «Queste donne sono fonte di ispirazione: vivono all’estero eppure sono unite dal calcio e hanno formato una squadra che rappresenta coraggio, resilienza e speranza. Il loro percorso mostra cosa si può ottenere quando le opportunità incontrano la determinazione».

Dalla curiosità alla vittoria del campionato
Susan Khojasta, che oggi vive in Italia, ha 25 anni e tira calci a un pallone da quando è poco più che bambina. «Il calcio è la mia vita», dice. Il suo idolo è Cristiano Ronaldo, «un role model» cui ispirarsi non solo in campo ma anche fuori. Ma non sono state le gesta del campione portoghese a spingerla ad allacciarsi gli scarpini sui campetti di Herat, nel nord-ovest del Paese: «Ho iniziato a giocare un po’ per caso, a 15 anni, perché delle mie amiche che già lo facevano mi hanno inviato. Mi è piaciuto subito tantissimo, ricordo che vedevo tutte queste ragazzine come me che che sorridevano e si divertivano in gruppo… E così, mi sono innamorata». Da quel giorno, Susan non si è più fermata. È entrata a far parte della squadra della sua città, il Bastan Football Club, di cui è diventata capitana e con cui nel 2020 ha vinto il campionato, venendo selezionata per la nazionale insieme ad altre sei compagne. Nel frattempo, Susan studiava all’università Lingua e letteratura inglese e faceva da maestra ai bambini delle scuola elementare. All’improvviso, però, ha dovuto abbandonare tutto.
La fuga e una nuova vita in Italia
Il ritorno al potere dei talebani, nell’agosto del 2021, ha significato, per le donne, la fine di qualsiasi libertà: niente più studio, niente più lavoro, niente più calcio o altri sport. E chi aveva dimostrato, con coraggio, la propria indipendenza e aveva raggiunto una certa notorietà, per esempio proprio le calciatrici della nazionale, si è ritrovata esposta al rischio di rappresagli e punizioni esemplari. Per questo, Khalida Popal, l’allora capitana, che era già riuscita a scappare in Danimarca, ha invitato le ormai ex compagne a bruciare tutti i vestiti, le foto, le scarpe, i certificati e tutto quello che potesse raccontare della loro passione. «È stato un periodo difficile, i ricordi di quei giorni sono molto dolorosi e impossibili da dimenticare. Era la fine di tutti gli sforzi che avevamo fatto nella nostra vita fino ad allora, avevamo paura che sarebbe accaduto come quarant’anni fa, quando le donne avevano perso tutto», dice Susan.

Circa una settimana dopo l’arrivo dei talebani, Susan e alcune compagne, con le rispettive famiglie, sono riuscite a lasciare l’Afghanistan e raggiungere l’Italia: n viaggio possibile soprattutto grazie al giornalista Stefano Liberti, che avevano conosciuto qualche anno prima in occasione di un reportage e con cui erano rimaste in contatto. Come ha raccontato Liberti, è stata proprio l’ex capitana del Bastan FC a contattarlo, inviandogli un messaggio su Facebook chiedendogli aiuto. Liberti si è attivato subito, coinvolgendo i ministeri della Difesa e degli Esteri, i carabinieri, alcuni politici e una rete di attivisti. Susan e le altre hanno dovuto attraversare tutto il Paese, 850 kilometri pieni di checkpoint da Herat a Kabul, dove hanno potuto prendere uno degli ultimi voli che ha lasciato l’Afghanistan.
Il futuro, tra Mondiale e cucina
Con canali più o meno simili, molte calciatrici sono riuscite a scappare. La maggior parte di chi ora fa parte della nazionale vive in Australia (13), mentre cinque vivono nel Regno Unito, tre in Portogallo e due in Italia. Susan, dopo un breve periodo a Roma, vive a Firenze, dove lavora come aiuto cuoca in una mensa privata. Nel tempo libero studia per prendere la patente e, ovviamente, gioca a calcio. Soprattutto all’inizio, il calcio non è stato per lei solo una passione, ma anche un modo per riuscire a recupera una vita «normale» il più velocemente possibile. «Quando lasci quella che era tutta la tua vita e devi ricominciare da zero non è facile per niente, devi cambiare tante cose. Qui non è come a Herat. Ho provato a fare tante cose per accettare una cultura nuova, ma non è facile. Il calcio mi ha aiutato soprattutto con la lingua e la socialità, su questo funziona meglio della scuola», commenta Susan.
Oggi, l’ex capitana del Bastan FC milita in Promozione, nel Chiesanuova 1975, ma punta a salire di categoria. Anche con la nazionale afghana l’obiettivo è migliorare e, possibilmente, centrare la qualificazione al Mondiale in Brasile del 2027. «In Marocco abbiamo perso due partite, ma anche perché abbiamo avuto poco tempo per allenarci insieme. In futuro andrà meglio, abbiamo un grande potenziale», dice fiduciosa Susan. «Ma noi giochiamo prima di tutto per la pace, la libertà e far sì che la nostra squadra venga riconosciuta definitivamente».
In apertura, la nazionale afghana femminile di calcio
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