Parlano gli attivisti
Teheran, una voce della generazione Z: «Siamo così disperati da augurarci che Trump venga a liberarci»
Dopo un blocco totale delle comunicazioni, siamo riusciti a parlare con H.S, 27 anni, che ha partecipato alle proteste contro il regime. «Lo so», quasi implora, «non è giusto chiedere l’intervento di un Paese straniero. Ma non posso, non possiamo vivere sotto la dittatura che ci ha tolto tutto. Ho visto i miei amici morire, ora vado avanti solo grazie alla rabbia»
C’è un prima e un dopo anche nella vita H.S. (che preferisce rimanere anonimo per questioni di sicurezza) e che ha partecipato alle proteste a Teheran e ha visto cosa è successo dopo il blackout digitale. E infatti quando ieri è riuscito a collegarsi, grazie a un amico iraniano che parla italiano e ha tradotto la nostra conversazione, lo ha fatto di fronte a una stazione della metropolitana. In mezzo alla strada, senza più paura di essere ascoltato. Non in casa o nel locale che ha aperto dopo aver studiato all’università design industriale, anche perché dove abita ogni giorno passano i pasdaran, citofonano per minacciare i residenti, per dire a tutti: «Torneremo a prendervi».
C’è un prima, fatto di disobbedienza civile, e un dopo la rivolta in cui ha perso tanti amici, anche il suo migliore amico, ammazzato durante la carneficina che, secondo delle informazioni pubblicate dal Time, pare abbia ucciso 30mila iraniani. Un dopo che per lui significa una cosa sola: la convinzione di non avere nulla da perdere a meno di poter riprendere a protestare. E allora parla veloce, quasi senza respirare, affastellando frasi e immagini di giorni e settimane duranti le quali ha visto cose che nei suoi 27 anni passati sulla terra non avrebbe mai immaginato di poter vedere, sentire, subire.
E non gli importa se lo ascoltano mentre parla perché «Io sono vivo, ma è come se fossi andato via con gli altri che sono scomparsi, finiti in galera o uccisi», ha raccontato a VITA durante una conversazione a singhiozzo perché ogni tanto cadeva la linea. «E per non sentirmi morto, devo continuare a parlare, dire cosa è successo, cosa ci hanno fatto. E devo continuare a urlare gli slogan dalla finestra finché la dittatura dei mullah non finirà».
«Non invecchierò imprigionato nella Repubblica Islamica»
Facciamo un passo indietro. Siamo qui, al telefono con lui perché da quando il blocco di Internet si è attenuato, lo stavamo aspettando. Aspettavamo che si potesse collegare per dirci come sta, come si sente, come passa le sue giornate dopo aver partecipato alle proteste, alla ribellione popolare e soprattutto dopo aver visto gli amici scomparire in carcere o uccisi davanti ai suoi occhi. Non possiamo rivelare la sua identità ma possiamo dirvi che è un ragazzo della generazione Z che vuole la libertà. A qualsiasi costo. Per questo motivo ha partecipato alle manifestazioni per Donna, Vita, libertà nel 2022 ed è tornato in piazza ancora più determinato all’inizio del 2026 dopo che i bazarii, i commercianti del Gran Bazar di Teheran, il 28 dicembre, hanno cominciato la protesta. Convinto, come migliaia di altre persone di ogni età ed estrazione sociale, che quella sarebbe stata l’ultima e decisiva ribellione contro il regime. «Mi sento molto triste ma non rassegnato perché ho una certezza: non invecchierò imprigionato nella Repubblica Islamica. Io non posso più vivere sotto la dittatura, non posso, non voglio, non lo farò», dice con la rabbia che ora è la sua linfa vitale per andare avanti, sognando ancora di poter avere una vita diversa, un Paese libero e liberato dalla teocrazia dei mullah.
Eppure lui è stato un bambino timido, prima di diventare come i suoi coetanei un ribelle, uno che ha sfidato il regime, i pasdaran, in piazza, nelle strade di Teheran perché semplicemente, come la maggior parte della popolazione iraniana, non vuole vivere sotto la dittatura di Ali Khamenei. «Ogni giorno mi alzo e vado a lavorare, ma riesco a trovare la forza di addormentarmi e svegliarmi solo grazie alla rabbia e a un pensiero: tornerò in strada e la Repubblica Islamica finirà», ci racconta.
H. S. ha deciso di aprire un locale con un suo amico dopo aver concluso gli studi, dove all’interno prima si vedevano solo giovani, tante ragazze allegre, sorridenti e senza velo, molti libri. E lo ha chiuso quando le proteste partite il 28 dicembre dai bazarii di Teheran si sono estese a tutta la popolazione. «Eravamo tantissimi, non ci potevo credere, eravamo tutti lì, eravamo sicuri che questa volta ce l’avremmo fatta. E ho provato un’emozione immensa, una gioia che non so come spiegarla, descriverla. Ora i pasdaran hanno chiuso i locali, i negozi di chi ha partecipato alle proteste ma non è ancora arrivato il mio tempo», ci dice prima che la sua voce sfumi e si perda il collegamento. Lui viene da una famiglia che è contro il regime, ma non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui qualcuno ha creduto, persino pregato. Ora non più.
Durante le proteste, nelle case del suo quartiere, nella strada dove vivono sua madre e sua sorella, le porte dei residenti erano sempre aperte per offrire rifugio a chi scappava o era ferito. Sua madre aveva preparato pentole di acqua calda, medicine, e qualsiasi cosa potesse servire a curare i manifestanti che arrivavano con i volti e i corpi insanguinati mentre la sorella minore, dieci anni, quando i basij coi gas lacrimogeni hanno mandato in frantumi il vetro della sala affacciata sulla strada, gli ha chiesto perché i suoi occhi stessero piangendo. E quando H. S. ce lo racconta, dopo che è riuscito a mettersi in collegamento di nuovo, si ferma, tace per un istante, il tempo necessario per far scivolare qualche lacrima, poi riprende a parlare velocemente e torna con la mente alla sera dell’8 gennaio.
«Eravamo nervosi, agitati. Avevamo sentito l’appello del figlio dello scià a scendere di nuovo in piazza. Non sapevamo cosa fare ma poi ci siamo detti che dovevamo continuare, a qualsiasi costo. Voglio che sia chiaro. Per noi non importa che sia il figlio dello scià o Trump ad aiutarci. Noi siamo pronti a tutto, ormai. Non abbiamo più niente da perdere. Quello che vogliamo è liberarci della Repubblica Islamica. E così siamo usciti, come diciamo noi a camminare, per non far sapere a chi ci ascolta che andiamo a protestare. Poi le linee si sono interrotte, i basij hanno cominciato a sparare contro di noi che eravamo in strada a mani nude».
«C’erano dei feriti che venivano portati via e poi ho perso il mio amico»
Lui era in piazza Sadeghiyeh con i suoi amici, una grande piazza nella zona occidentale della città. E poi la sera dopo ad Azadi street dove hanno preso le macchine, qualsiasi cosa per provare a impedire ai basij di entrare, invano. E mentre ci parla ci invia dei video, delle immagini che descrivono il caos in cui si è trovato. «Improvvisamente non ho capito cosa stesse succedendo, c’erano dei feriti che venivano portati via e poi ho perso il mio amico. Lo hanno ucciso, sì lo hanno ucciso», ripete più volte perché ancora non riesce a crederci, a farsene una ragione. «Ed è stato solo il giorno dopo che ho capito che gli avevano sparato: suo padre ha dovuto pagare una cifra equivalente a diverse migliaia di euro per riavere il corpo. Ed è stato solamente nei giorni successivi, quando i telefoni hanno ripreso a funzionare, che abbiamo capito: ognuno di noi aveva perso un parente, un amico ucciso» (si interrompe, lui e chi traduce hanno un momento di sgomento, si sentono i loro singhiozzi).
«Il 9 gennaio ero in ospedale con mia cugina perché era ferita e un medico ci ha detto che non c’era più sangue per i feriti, che c’era bisogno di sangue per le trasfusioni. E ho intuito che era successo qualcosa di terribile anche se non sapevo ancora quanto terrificante perché i telefoni non funzionavano ma è stato in quel momento che ho compreso quante persone erano ferite, quante altre erano morte».
H. S ha visto i pasdaran arrivare con le mitragliatrici ed è riuscito a scappare per non essere ucciso, per sopravvivere. Ma lui e i suoi amici non si sono arresi. Gli parliamo dei video circolati sui social, delle pile dei cadaveri accatastati. Lui ci dice che è ancora presto per capire cosa hanno visto, cose atroci che ancora devono essere dette, scritte, mandate all’estero e poi si interrompe di nuovo. Si sente un sospiro profondo, un accenno della sua sofferenza, e di nuovo parole che rotolano veloci. Ricorda che i pasdaran hanno preso anche il padre del suo amico Reza, che non era fra i manifestanti. «Lo hanno picchiato, torturato, per costringerlo a confessare di essere uno dei leader della protesta. E sì, lui ha confessato perché non ce la faceva più, non ha retto al dolore, e ora è in carcere, accusato di moharebeh, di aver fatto la guerra a Dio e rischia di essere impiccato». Poi si ferma di nuovo, ma solo un istante perché la rabbia che prova che lo aiuta ad alzarsi al mattino e aprire il suo locale è il motore meccanico che gli permette di andare avanti, di restare vivo anche se dentro è come se fosse morto, ce lo dice più volte, perché è questo che succede a chi sopravvive e convive con un trauma indelebile. E anche la persona che traduce il nostro dialogo, appartiene alla diaspora, e vive in Italia si sente devastata e ha bisogno di una pausa per fare i conti con le proprie emozioni e riprendere a tradurre immagini e parole. H.S. va sempre più in fretta, parla con un ritmo sincopato perché la linea potrebbe cadere. «Mia cugina non voleva andare in ospedale, temeva di essere arrestata. Ora è rinchiusa in casa e aspetta, è sicura che verranno a prenderla. Lo temiamo tutti perché i pasdaran girano per le strade alla sera con i laser per individuare le persone e citofonano e continuano a dire “verremo a prendervi tutti, uno per uno”.
H.S ha 27 anni e un coraggio che nasce dalla disperazione, dal desiderio insopprimibile di essere libero. E ha un fratello che lavora all’estero ed è rientrato per unirsi alla protesta che doveva essere una rivoluzione. Più giovane, ha solo 19 anni, è stato sempre nelle prime file a urlare, chiedere il cambio di regime. Un giorno si è accorto che lo stavano pedinando e quindi è uscito senza documenti né telefono ed è scomparso. H.S ci racconta che quelle 24 ore in cui non si sapeva dove fosse, prima di tornare a casa, gli sono sembrate lunghe come dieci anni. E quando ci dice che il suo tempo non è ancora arrivato non si capisce se sia fatalismo o il dolore cristallizzato di chi ha visto l’abisso. «Sono triste, arrabbiato, in allerta, in attesa di quello che deve succedere». E davanti al nostro silenzio, un attimo di esitazione, punti di sospensione perché cos’altro deve succedere dopo una carneficina che ha portato persino il cauto ministro degli Esteri Antonio Tajani ad esprimersi a favore della proposta europea di inserire i guardiani della rivoluzione nella blacklist dei terroristi. È per questo motivo il regime ha convocato la nostra ambasciatrice italiana a Teheran?
«Ci addormentiamo sognando che qualcuno ci aiuti»
H.S abbassa la voce e le sue parole sembrano arrivare dalle viscere. «Quello che deve succedere è la fine della Repubblica islamica». Lui, come i suoi amici, coetanei, parenti, non ha più nulla da perdere, sebbene abbia solo 27 anni. E prima che linea cada di nuovo fa in tempo a dire «io sono come tutti quelli che sono andati via, morti o in galera, sono con loro e il mio dovere è resistere. Io devo continuare a lottare, portare avanti la rivoluzione cominciata da chi ora non c’è più». Ora le sue giornate sono tutte uguali. Si alza, va a lavorare, apre e chiude il locale che prima sponsorizzava sui social media con reel e immagini audaci di tante giovani senza velo, musica pop, e alle nove di sera torna a casa perché ci sono i pasdaran che girano per le strade ancora assetati di sangue: l’unica cosa che può fare è continuare a scandire slogan contro il regime dai balconi ma questo è quello che si vede dall’esterno perché dentro, nella sua anima frantumata, c’è solo un sentimento che lo aiuta a non sentirsi morto: la speranza o meglio la convinzione incrollabile di dover tornare nelle strade per mandare via i mullah. E ci chiede di dirlo al mondo. «Ogni sera ci addormentiamo, sognando che qualcuno ci aiuti, liberandoci dalla prigione a cielo aperto che si chiama Repubblica Islamica. Lo so, non è giusto chiedere l’intervento di un Paese straniero, ma siamo così disperati da augurarci che Trump venga a liberarci. Non posso, non possiamo vivere sotto la dittatura che ci ha tolto tutto. Dite al mondo che il dittatore Ali Khamenei ha ucciso tantissime persone. Ora devo andare, grazie per avermi ascoltato, grazie per quello che potrete fare, ci risentiamo presto se non muoio prima», ci dice prima di chiudere il collegamento. E noi, l’autrice di questo articolo e chi ha tradotto l’intervista, restiamo ad ascoltare il silenzio che è calato e ci avvolge come un manto di ghiaccio.
(AP Photo/Vahid Salemi) Associate Press/LaPresse
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