La nuova ricerca della Charities aid foundation

Terzo settore, partecipare per contare e scrivere le pagine di domani

Definire lo stato di salute, le sfide e le prospettive del Terzo settore nel mondo e dare voce agli enti non profit italiani. In collaborazione con Fondo filantropico Italiano, anche quest'anno è aperta la partecipazione al World Giving Report 2026, ricerca internazionale promossa da Charities aid foundation

di Alessio Nisi

È un’occasione preziosa per contribuire a definire lo stato di salute, le sfide e le prospettive del Terzo settore nel mondo e per dare voce con dati e testimonianze anche agli enti non profit italiani.

In collaborazione con Fondo filantropico italiano, anche quest’anno è aperta la partecipazione al World Giving Report 2026, ricerca internazionale promossa da Charities aid foundation – Caf che coinvolge organizzazioni in 35 paesi. Il questionario è anonimo e richiede pochi minuti: QUI per partecipare.

Nella scorsa edizione, lo studio aveva messo a fuoco stato di salute, percezioni, sfide, criticità, funding e rapporti con il governo di 113 organizzazioni non profit italiane. Tra i risultati chiave della ricerca è emerso come il quadro normativo italiano, per quanto riguarda il settore non profit, è percepito dal 79% come “non molto efficace” o “per nulla efficace”.

Poi, tra le molte altre sfide per le organizzazioni di beneficenza, sono emerse la sostenibilità finanziaria (44%) e la gestione operativa, e la gestione operativa, con il 37% che sottolinea la difficoltà di costi sempre più elevati e il 30% la domanda crescente di servizi. Per una non profit su 5 (il 20%) la sfida principale sta invece nel misurare e dimostrare l’impatto.

Diversificazione delle entrate

È emersa inoltre che le organizzazioni di beneficenza italiane hanno una maggiore diversificazione delle entrate rispetto al resto del mondo. Nonostante si affidi a fonti tradizionali per il 97%, il settore ha mostrato una grande penetrazione in canali, considerati cruciali per la sostenibilità a lungo termine, come i finanziamenti governativi (59%) e le donazioni e i lasciti (59%).

«Quello che serve in Italia è un’alleanza pubblico-privata in grado di valorizzare e sostenere il Terzo settore, vero pilastro della coesione sociale. Senza di esso, la perdita per la società sarebbe significativa, poiché il settore non profit fornisce servizi che oggi il governo non è in grado o non vuole offrire», ha sottolineato nel report Marcello Gallo, presidente di Fondo filantropico italiano.

Come si percepisce il non profit

Secondo lo studio, il settore si percepisce una buona salute, con il 73% che lo valuta “abbastanza” o “molto” sano. Una percentuale significativamente superiore alla media globale (60%), si legge nel report. Cifre che però, si fa notare, “indicano molto probabilmente uno stato di resilienza più che una vera prosperità, riflettendo  un equilibrio precario. Nonostante questa fiducia, il fatto che il 21% delle organizzazioni benefiche continui a considerare il settore malsano non è trascurabile: indica l’esistenza di gravi problemi strutturali che richiedono interventi mirati per evitare il collasso e la perdita di servizi essenziali per la comunità”. Va anche detto che nei paesi stranieri questo dato sale al 36%.

Fondamentali e sotto pressione

L’analisi poi delle risposte qualitative mette in risalto quanto i vertici delle organizzazioni benefiche considerino il settore fondamentale per la società, in grado di colmare le lacune istituzionali e rispondere alle sfide sociali, dimostrando spesso una notevole resilienza e capacità di innovazione.

Nonostante ciò, emergono criticità che riguardano “l’eccessiva frammentazione, che rende difficile comprendere e interpretare appieno il settore”, “l’insufficiente trasparenza e responsabilità (soprattutto per le organizzazioni benefiche di grandi dimensioni), che alimenta un’immagine negativa”, “la necessità di migliorare le competenze interne e la capacità di comunicare risultati concreti”.

I dati hanno evidenziato come il settore sia sottoposto ad una pressione crescente: ben l’81% delle organizzazioni benefiche ha segnalato un aumento della domanda di servizi negli ultimi 12 mesi e l’80% prevede un ulteriore aumento nei prossimi 12 mesi. Questa previsione di una pressione costante sui servizi è in contrasto con la scarsa fiducia nella capacità di affrontarla: solo il 46% delle organizzazioni afferma di poter soddisfare tale domanda. 

Inoltre, un 54% esprime riserve, indicando che la domanda elevata e persistente sta creando un significativo divario operativo che le organizzazioni di beneficenza faticano a colmare, mettendo a rischio l’efficacia dei servizi che forniscono.

Le risorse

Se le non profit del campione si sono mostrate forti sullo scopo (il “purpose” della propria attività), sono risultate deboli invece termini di impatto con un punteggio di resilienza risultato più basso rispetto alla media globale, specialmente in finanza e operatività. I dati, si legge nello studio, ecvidenziano “una vulnerabilità strutturale nella gestione delle risorse e nell’efficienza. In sintesi, il settore ha un nucleo forte (scopo), ma è debole nell’esecuzione e nelle risorse (finanza, persone, impatto), posizionandosi dietro alle controparti internazionali in quasi tutti i parametri operativi e gestionali”.

Entrate e diversificazione dei flussi

L’analisi rivela poi che le organizzazioni benefiche italiane hanno una maggiore diversificazione delle entrate rispetto al resto del mondo, come dimostrato dal numero medio di fonti (5.0 contro 3.8). Nonostante la forte dipendenza da fonti tradizionali, come donatori individuali e finanziatori non governativi (rispettivamente 90% e 92%), il settore mostra una migliore penetrazione in fonti cruciali per la sostenibilità a lungo termine: finanziamenti/contratti governativi (59%) e donazioni/lasciti (59%).

“Quest’ultimo aspetto”, si legge, “suggerisce una base finanziaria molto più solida per il futuro. Tuttavia, mentre l’elevata percentuale di fondi sovranazionali (49%) è degna di nota, l’alto grado di dipendenza dalla filantropia tradizionale (97%) evidenzia la chiara necessità per le organizzazioni di lavorare sempre più sulla loro strategia di “mix di finanziamenti”.

Ansia finanziaria

Il sondaggio rivela una significativa ansia finanziaria nel settore, con solo il 40% delle organizzazioni benefiche che esprime fiducia nella propria capacità di gestire facilmente una riduzione improvvisa di una singola fonte di reddito. Al contrario, il 37% esprime una chiara mancanza di fiducia, indicando una percezione di vulnerabilità strutturale e scarsa resilienza finanziaria. Questa bassa fiducia complessiva è in linea con i dati precedenti che mostrano scarsi risultati nella categoria “Idoneità finanziaria e operativa”.

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In apertura foto di Haewon Oh per Unsplash. Nel testo immagini dall’Italy Charity Insights Report 2025

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