Scuola

Tornare alle classi speciali? Sarebbe un fallimento

«Il modello inclusivo presenta tante criticità, ma ha anche indicato una direzione etica e culturale imprescindibile», affermano Alessia Maria Gatto e Corinne Ceraolo Spurio, avvocate del Centro Studi Giuridici e Sociali di Anffas, commentando i dati della recente indagine Erickson per cui il 27% degli insegnanti sarebbe favorevole a un "modello a tre vie". «Per Anffas l'inclusione è un valore irrinunciabile». Roberto Speziale, presidente nazionale: «Sull'inclusione come sulla riforma della disabilità e tanti altri temi noi dobbiamo assumerci la responsabilità di conoscere il sistema e provare a cambiarlo, non limitarci a ribadire l'impossibilità di cambiare il sistema. Operare affinché dove c’è un problema si trovi una soluzione»

di Sara De Carli

bambina con sindrome di down

Inclusione scolastica o scuole speciali? Un dilemma che non sussiste per Anffas-Associazione Nazionale Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali, una rete presente ed attiva su tutto il territorio italiano, con oltre 14mila famiglie associate e 220 associazioni locali ed Enti autonomi a marchio Anffas. La battaglia per l’inclusione scolastica Anffas l’ha combattuta in prima linea: era una “mamma Anffas”  Mirella Antonione Casale, torinese, mancata il 10 novembre. Proprio lei ha giocato un ruolo determinante nell’abolizione delle classi differenziali: Vanessa Incontrada ne ha vestito i panni nel bel film La classe degli asini (qui la news in cui raccontavamo la sua storia). «La frequenza della scuola in condizione di pari opportunità con gli altri è un diritto di tutti gli alunni e alunne con disabilità, un diritto riconosciuto e riaffermato dalla Convenzione Onu e poi declinato nella nostra normativa nazionale», afferma Alessia Maria Gatto, avvocata del Centro Studi Giuridici e Sociali dell’associzione. La prospettiva del ritorno alle classi speciali e di un “modello a tre vie” che – secondo la recentissima ricerca di Erickson – vede favorevole il 27% dei docenti, per Anffas «non solo è impraticabile, ma rappresenta un pericoloso arretramento culturale».

Le criticità dell’inclusione sono note — carenza di personale specializzato, discontinuità dei docenti di sostegno, differenze territoriali, ricorsi giudiziari sempre più frequenti — ma accanto alle proposte di riforma del sistema sembra ora riemergere anche l’idea di una retromarcia dettata non tanto da un cambiamento degli assetti valoriali, ma dalla delusione che all’atto pratico i docenti sperimentano. «Tornare alle classi speciali significherebbe stravolgere decenni di evoluzione e persino i principi costituzionali di uguaglianza. La scuola deve evolvere attorno ai bisogni dell’alunno, non relegarlo in spazi separati», ribadisce l’avvocata Gatto.


Una posizione ribadita anche dalla collega Corinne Ceraolo Spurio: «Le criticità del sistema sono reali e nessuno le nega, ma non per questo si può pensare che il modello inclusivo sia sbagliato. Tornare alle scuole speciali sarebbe un fallimento culturale e giuridico: andrebbe contro l’articolo 24 della Convenzione Onu, che esclude modelli separati. In tantissime scuole d’Italia peraltro si riscontrano buone prassi: non possiamo dire che ci sia una crisi totale del sistema. La soluzione non è ghettizzare, ma rendere effettivi i sostegni. Creare classi speciali significherebbe rinunciare al cambiamento del sistema e della società. La separazione non migliora la qualità dell’istruzione: crea invisibilità sociale. Se guardiamo a contesti come quello francese, per esempio, le persone con disabilità diventano invisibili».

Dalle classi speciali ai posti di lavoro speciali

Quindi lancia una provocazione: «Ricordiamoci che l’inclusione non riguarda solo la qualità dell’istruzione: riguarda la crescita delle nostre comunità. Se a scuola separiamo, poi cosa faremo nel lavoro? Creeremo luoghi di lavoro “speciali”?». Sono parole che spostano la prospettiva del ragionamento: «Il punto è che continuiamo sempre a pensare che sia la persona con disabilità che si deve adeguare al contesto, così che se non c’è modo di mettere in campo un sostegno adeguato l’unica opzione è di “separare” quella persona dal conteso. Ma non pensiamo che c’è anche una comunità che invece cresce e si arricchisce con l’inclusione delle persone con disabilità: credo che anche questo andrebbe valorizzato», spiega Ceraolo Spurio.

Insegnanti di sostegno: formazione e continuità

Per Anffas, una delle chiavi è rafforzare il ruolo dell’insegnante di sostegno: «Anffas insiste da anni sulla preparazione degli insegnanti di sostegno, che devono essere specializzati. Abbiamo proposto con la Fish l’istituzione di un’apposita classe di concorso, affinché l’insegnamento di sostegno non sia un punto di ingresso nella scuola per poi passare ad altre cattedre», afferma Gatto.

L’altro tema problematico è quello della discontinuità degli insegnanti di sostegno, molto sentita dalle famiglie. Dall’anno scorso è stata introdotta la possibilità per le famiglie di chiedere, ove lo ritengono utile, la conferma dell’insegnante supplente: una possibilità che pare essere stata piuttosto apprezzata dalle famiglie. «La continuità è positiva, ma ovviamente la figura deve essere competente», ricorda Ceraolo Spurio.

Essere parte della cura

Il rischio di discriminazione, per Anffas, non è teorico. Nel corso degli Stati Generali sulle Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo che a Milano lo scorso 15 novembre hanno chiuso un viaggio regione per regione durato due anni, le criticità del sistema di inclusione scolastica sono emerse con forza, praticamente in tutti i territori. «Possiamo continuare a raccontarci di un sistema malato o provare ad essere parte della cura», ha sottolineato il presidente nazionale di Anffas, Roberto Speziale. «Sarebbe gravissimo se non ci facessimo carico del grido di dolore delle nostre famiglie, ma noi dobbiamo assumerci la responsabilità di conoscere il sistema e provare a cambiarlo, non solo di ribadire l’impossibilità di cambiare il sistema. Altrimenti avremo perso la nostra opportunità».

Sarebbe gravissimo se non ci facessimo carico del grido di dolore delle nostre famiglie, ma noi dobbiamo assumerci la responsabilità di conoscere il sistema e provare a cambiarlo, non ribadire l’impossibilità di cambiare il sistema. Altrimenti avremo perso la nostra opportunità

Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas

È la stessa postura a cui Speziale aveva richiamato i suoi aprendo i lavori e parlando della sperimentazione in corso sul progetto di vita e la riforma della disabilità: «È inutile fare a gara a chi è più bravo a predire il disastro. Quello lo fanno i pessimisti, che hanno sempre ragione. Se vuoi predire il disastro ti trovi nella condizione di avere sempre ragione. Ma io voglio avere sempre torto. Io opero affinché dove c’è un problema si trovi una soluzione: questo è il giusto approccio, proattivo, produttivo. La riforma è nostra, lo rivendico: l’abbiamo voluta noi, costruita noi, scritta noi. Chi in Anffas oggi si attarda ad avere un atteggiamento pervicacemente ostile invece che a impegnarsi per contribuire al miglioramento – necessario, perché tante cose vanno migliorate – sappia che sta solo lavorando per il mantenimento dello status quo».

Sempre agli Stati Generali di Anffas, Serena Amato, una delle due portavoci della Piam – Piattaforma Autorappresentanti in Movimento, ha ribadito che il primo cambiamento che vorrebbe, nel suo chiedere di “essere liberi di partecipare, liberi per cambiare” è proprio questo: «Le persone con disabilità devono essere incluse nella scuola e non devono più essere messe da parte». 


Il caso Trapani: quando l’inclusione finisce in tribunale

A Trapani un intero distretto — dall’Azienda Sanitaria ai Comuni — ha adottato criteri che riducevano o azzeravano le ore di assistenza all’autonomia e alla comunicazione, anche quando previste dai Pei degli alunni. «È una violazione evidente: il Glo è l’unico organo che può stabilire le misure», spiega Gatto. «Abbiamo attivato interlocuzioni istituzionali e nel frattempo molte famiglie sono ricorse al tribunale. Sono già arrivati i primi provvedimenti favorevoli. Come associazione abbiamo promosso anche un’azione antidiscriminatoria collettiva», raccontano. Proprio sul fronte dell’assistente alla comunicazione, la mancanza di una disciplina nazionale unitaria sta creando differenze territoriali significative. «Serve chiarezza», osserva Ceraolo Spurio. «Il ruolo dell’assistente è diverso da quello del docente di sostegno, ma la formazione dev’essere adeguata. Alcune Regioni, come la Lombardia, stanno introducendo nuovi percorsi, ma il quadro resta disomogeneo».

L’inclusione è «un valore irrinunciabile»

Per Anffas, il punto è chiaro: «Il modello inclusivo ha criticità, ma ha anche indicato una direzione etica e culturale imprescindibile», conclude Gatto. «Per Anffas è un valore irrinunciabile. Non possiamo immaginare un ritorno a sistemi segreganti. L’inclusione non è solo un modello educativo: è un principio di civiltà».

In apertura, foto di Antoni Shkraba, Pexels

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