Nuove competenze

Tre buone ragioni per fare più educazione all’imprenditorialità a scuola

Una nuova ricerca racconta l’impatto reale dei programmi JA Italia. Si chiama “Adolescenti e scelte di carriera” ed è stata realizzata con l’Università degli Studi di Bergamo e ABB su circa 1.300 studenti e studentesse che hanno partecipato al programma "Impresa in azione". Ecco cosa è emerso...

di Sara De Carli

Che cosa succede quando studentesse e studenti delle scuole secondarie di secondo grado incontrano, nel loro percorso scolastico, una persona che porta l’esperienza del mondo del lavoro? I dati della Ricerca “Adolescenti e scelte di carriera”, realizzata da Junior Achievement Italia con l’Università degli Studi di Bergamo e ABB su oltre 1.260 ragazzi, parlano di un impatto chiaro: il dream coach – figura chiave del percorsi di Impresa in Azione di JA Italia – incide in modo concreto sull’esperienza educativa. Come? Innalzando le competenze trasversali degli studenti, come il problem solving, il team working, la capacità di mettersi in discussione e il pensiero critico. Generando un clima scolastico più aperto alle idee, alla collaborazione e al mondo esterno, grazie all’incontro con il mentor. Riducendo la distanza con cui le ragazze guardano all’impresa e al digitale. «È un percorso che porta un chiaro contributo non solo per lo sviluppo di competenze strettamente imprenditoriali, ma anche sulle competenze più trasversali come pensiero critico o digital skills. E le ragazze superano i coetanei», afferma Davide Hahn, ricercatore universitario dell’Università di Bergamo, co-autore della ricerca insieme al professore Tommaso Minola, del Center for Young and Family Enterprise.

Da dove nasce l’idea di puntare sull’educazione all’imprenditorialità nella formazione dei giovani studenti? Quali sono i riferimenti europei?

Il tema dell’educazione all’imprenditoriale è al centro di un ampio dibattito sia accademico che tra gli educatori, anche a livello europeo, da quasi vent’anni. C’è moltissima letteratura scientifica, così come un forte impegno nel diffondere questa educazione a livello universitario. L’Unione europea, in più, già dal 2005 suggerisce l’importanza di fornire questa educazione all’imprenditorialità già a partire dalle scuole superiori. L’intento non è quello di spingere alla creazione di impresa: c’è una grande consapevolezza rispetto al fatto che questo tipo di attività ha un ruolo importante anche nell’apprendere una serie di competenze utili al mondo del lavoro, come le abilità di problem solving o di team working, tutte abilità che si imparano sperimentando il processo imprenditoriale, trovandosi di fronte allo sviluppo di un’idea, alla sua validazione, lavorando con altri compagni in progetti di gruppo… Sono abilità che difficilmente si possono imparare con le tradizionali lezioni frontali. Quindi l’educazione all’imprenditorialità può svolgere un ruolo importante proprio per le sue caratteristiche distintive di apprendimento esperienziale. Questo è il motivo per cui non si parla di formazione imprenditoriale, ma utilizziamo proprio il termine educazione, con la sua etimologia latina di e-ducere: si tratta proprio di creare una serie di competenze a 360 gradi.

Che differenza c’è esattamente tra educazione all’impresa e educazione all’imprenditorialità?

L’imprenditorialità in senso più lato è quella capacità di scoprire e sfruttare opportunità in condizioni di incertezza e di risorse scarse.

All’interno del frame delle competenze per il XXI secolo che l’Unione europea ci ha indicato, quindi, oltre al problem solving e alla capacità di lavorare in team, su quali altre competenze “Impresa in azione” agisce?

Sulla creatività e sulla capacità di mettersi in discussione con il pensiero critico, abilità che uno impara solamente applicandosi allo sviluppo di un progetto e al metterlo in discussione. Rispetto alle tradizionali lezioni in cui si insegnano ai ragazzi dei metodi predefiniti per risolvere problemi predefiniti, l’educazione all’imprenditorialità si distingue proprio perché sì, ci sono dei metodi, ma la soluzione non è predefinita. Sono i ragazzi e le ragazze, lavorando in gruppo, a doversi scontrare con l’incertezza di portare un nuovo prodotto o un nuovo servizio sul mercato, che spesso non ha regole certe.

Davide Hahn

Perché quella delle superiori è “l’età giusta” per iniziare?

Perché a quell’età i ragazzi e le ragazze sono particolarmente flessibili dal punto di vista cognitivo e apprendere queste attitudini – proprio perché l’educazione all’imprenditorialità non si riduce al trasferimento di conoscenza ma punta a implementare delle abilità con cui affrontare i problemi – cambia la loro prospettiva. Un contributo molto interessante che deriva da questa attività è lo sviluppo del pensiero critico e dell’attitudine all’apprendimento continuo: un intervento in età precoce in questo senso può anche aiutare a apprendere meglio, ad esempio in una carriera universitaria. Bisogna infatti un po’ sfatare il mito per cui si propone questa attività alle scuole superiori perché ci si augura che più ragazzi, a valle, si iscrivano a un istituto tecnico o avviino una propria impresa… Tutt’altro: le attività di educazione all’imprendibilità promuovono un desiderio di apprendimento, un desiderio di mettersi in discussione.

La ricerca “Adolescenti e scelte di carriera”, chi ha coinvolto?

Abbiamo intervistato 1.260 partecipanti al programma Impresa in azione di JA Italia. Hanno ricevuto il sondaggio la scorsa primavera, al termine dell’attività di formazione, quando erano in procinto di presentare i risultati del loro lavoro alle finali regionali di JA.

L’obiettivo era restituire una valutazione di impatto del programma?

Non utilizzerei la parola impatto, che in ambito scientifico ha una connotazione molto specifica: possiamo parlare più in generale di “contributo”. Quello che ci premeva scoprire era se queste attività di educazione all’imprenditorialità possono avere un contributo non solo sullo sviluppo delle competenze strettamente imprenditoriali – quindi per esempio capire come trovare un’opportunità di business, come implementarla, come avere relazioni e via dicendo – ma anche sullo sviluppo di competenze più trasversali come pensiero critico, digital skills e quant’altro. Le evidenze che abbiamo raccolto effettivamente dimostrano che questa attività di educazione all’imprenditorialità contribuisce non solo allo sviluppo di competenze strettamente imprenditoriali, ma anche a competenze utili al mondo del lavoro e utili anche all’apprendimento, quindi utili anche poi per una successiva carriera universitaria. Accanto alle competenze già citate, segnalerei anche lo sviluppo di un pensiero critico, le competenze di lifelong learning e le competenze digitali, che oggi sono fondamentali per acquisire e gestire la conoscenza: quindi intese non meramente come capacità di utilizzo le tecnologie, ma di utilizzare tutte le tecnologie per svolgere dei compiti cognitivi.

Avete studiato anche le differenze tra sottogruppi? Penso per esempio al genere, al tipo di scuola frequentata, al fatto di avere o no dei genitori imprenditori… In che modo gli esiti cambiano?

Ci sono due aspetti particolarmente interessanti in questa indagine, in realtà, riferendosi ai sottogruppi. Il primo aspetto è legato alla presenza del mentor. Questi percorsi si contraddistinguono perché i ragazzi che sviluppano la loro mini-impresa sono affiancati da un mentor, in JA si chiama dream coach, che proviene dal mondo dell’impresa e che molto spesso è un imprenditore o un professionista del territorio. Quindi lavorare a contatto non solo col proprio docente di riferimento, ma con questa figura di esperienza che non solo fornisce conoscenze, ma fornisce anche un approccio diverso all’affrontare i problemi, è un aspetto fondamentale del percorso esperienziale. I nostri risultati suggeeriscono che il mentor è fondamentale per promuovere un apprendimento più profondo delle competenze sia imprenditoriali che di lifelong learning. Il mentor è una figura presente in ogni percorso di Impresa in azione, ma come è naturale ci sono esperienze che funzionano meglio di altre: confrontando i gruppi che hanno segnalato un ruolo importante del dream coach nella loro esperienza, rispetto a quelli che non lo hanno fatto, abbiamo visto che i risultati più migliori si riscontrano proprio tra gli studenti che evidenziano l’esposizione a un mentor. Una prima conclusione quindi va nella direzione di evidenziare l’importanza di questa figura e il fatto che non deve semplicemente essere presente ma che deve essere attiva.

Cambia se questo dream coach è una donna?

Non abbiamo investigato nello specifico il genere del dream coach come fattore determinante.

E rispetto al genere degli studenti? Ci sono differenze?

L’altro risultato molto interessante è relativo alle differenze tra masche e femmine, perché nonostante ci sia il diffuso stereotipo che le donne siano meno propense all’imprenditorialità e siano anche meno propense all’utilizzo di tecnologie, quando andiamo a evidenziare l’apertura all’apprendimento, il miglioramento delle competenze imprenditoriali e il miglioramento dell’utilizzo di tecnologie, le ragazze si distinguono in positivo rispetto rispetto ai maschi. In altre parole, questi programmi di formazione trovano terreno particolarmente fertile tra le ragazze e quindi sono uno strumento potentissimo per abbattere questo divario, in prospettiva.

L’avere già un background familiare imprenditoriale influisce?

Delle lievi differenze ci sono, ma non grandissime. La cosa è interessante perché nel contesto universitario invece abbiamo evidenze per cui chi viene da una famiglia in cu c’è già un imprenditore è più predisposto all’apprendimento di queste competenze. In questa fascia d’età invece vediamo che chi ha un background imprenditoriale e chi non lo ha raggiungono comunque livelli di apprendimento comparabili. Questo suggerisce che il fornire questa educazione all’imprenditorialità in un’età più precoce rispetto all’università, già in ambito scolastico, può mettere un po’ tutti in pari. Anche questo quindi è un dato che suggerisce l’importanza di fare questa educazione già alla scuola secondaria.

Quali suggerimenti pratici avete poi restituito sia a Junior Achievement sia alle scuole?

Per quanto riguarda Junior Achievement, che in realtà sono già professionisti nell’erogazione di questa educazione all’imprenditorialità, i nostri risultati suggeriscono di potenziare ancora di più il ruolo del dream coach e  di renderlo rilevante, perché può veramente fare la differenza. L’altro aspetto, ma anche questo JA lo sa bene, è avere la consapevolezza che l’educazione all’imprenditorialità non serva solamente a generare competenze imprenditoriali, ma ha una valenza molto più ampia. Questa però sicuramente è una leva anche per promuovere questa attività sul territorio, tra le scuole, coinvolgendo di più anche i licei. Per quanto riguarda le scuole, direi che i risultati che evidenziano il miglioramento delle competenze strategiche per il XXI secolo secolo suggeriscono che l’educazione all’imprenditorialità non è una mera attività “di contorno”, ma porta davvero un grandissimo valore aggiunto e merita di essere integrata nei programmi.

Cosa possiamo dire rispetto al contributo che Impresa in azione dà rispetto all’orientamento, che come sappiamo resta un punto debole della nostra scuola?

Il design della nostra ricerca non consente di fare una valutazione dell’impatto, cioè di sapere se e come l’attività di educazione all’imprenditorialità diminuisce gli indecisi o direziona specifiche scelte, ma quello che abbiamo riscontrato con piacere è che una grande percentuale di rispondenti che hanno partecipato a questo programma, pur frequentando istituti tecnici che come ben sappiamo molto spesso hanno come sbocco direttamente il lavoro, in realtà pensano di continuare gli studi dopo dopo il diploma. Questa percentuale è ancora più elevata tra quelli che sono stati esposti ad un dream coach, quindi a una persona dall’elevato capitale umano che li ha supportati nel loro percorso di impresa. Con tutte le cautele del caso, questi dati ci suggeriscono che l’esposizione a persone del territorio dall’elevato capitale umano può aiutare i ragazzi anche ad orientarsi ad un percorso di studio successivo alle superiori e sappiamo quanto in Italia dovremmo ancora migliorare dal punto di vista della quota di laureati e di laureate.

Le foto dell’articolo sono di JA Italia. La foto di Davide Hahn è stata fornita dall’intervistato

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