Rotta balcanica

Trieste, si accendono le luci e si spegne l’umanità

Hichem Billal era un migrante algerino trentaduenne. Il suo corpo è stato trovato senza vita in un magazzino abbandonato del Porto Vecchio del capoluogo giuliano. Si tratta della quarta persona che muore in condizioni simili in Friuli Venezia Giulia nelle ultime settimane. Una tragedia silenziosa che interroga le coscienze e chiama alla responsabilità, mentre le città si preparano a un Natale svuotato di significato

di Veronica Rossi

A Trieste, a pochi passi da piazza Unità, la vetrina per turisti che ora brilla di luci natalizie, si muore di freddo e di stenti. Ieri, durante lo sgombero di alcuni magazzini nel Porto Vecchio, dove andavano ad accamparsi le persone migranti in arrivo dalla rotta balcanica per ripararsi dal gelo e dal vento, è stato trovato il corpo senza vita di Hichem Billal, un trentaduenne algerino, che condivideva una delle stanze di un edificio abbandonato con un connazionale. È il quarto migrante morto in poche settimane per il Friuli Venezia Giulia: prima di lui, per motivi simili, erano decedute due persone a Udine e una a Pordenone. Una tragedia umana, che si consuma nel silenzio, mentre le piazze risuonano di canti di carità e speranza, diventati parola vuota che si perde nella bora che spazza le coste giuliane.

Restituire dignità a chi arriva per rifarsi una vita

«Sono situazioni che lasciano attoniti e sgomenti», dice padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas triestina. «È terribile pensare che queste persone, che arrivano per rimettersi in piedi e rifarsi una vita, trovino qui precarietà e morte. C’è tanta tristezza e dispiacere. Quanto è successo dovrebbe risvegliare un senso di responsabilità in tutti noi, perché cerchiamo risposte dignitose per chi arriva dalla rotta balcanica. Ho letto su qualche giornale che ancora si scrive “irregolare”. Di fronte a un giovane morto senza la possibilità di chiedere aiuto e di trovare risposte ai suoi bisogni, è necessario?» La Caritas – specifica il direttore – è pronta a collaborare con chiunque sia preoccupato del bene degli altri, senza sostituirsi a nessuno. «Rimango concentrato sulle persone», afferma La Manna, «e accolgo con favore ogni intervento che mira a restituire loro la dignità».

Una città e una politica respingente

«Questo ragazzo algerino, che tra l’altro aveva compagna e figlio che l’aspettavano in Germania, è morto di freddo, di stenti, di vulnerabilità e di abbandono», dice Lorena Fornasir, che col marito Gian Andrea Franchi ha fondato l’associazione Linea d’Ombra, che scende in strada per portare conforto, cura, cibo alle persone che arrivano a Trieste dalla rotta balcanica. «È in atto una politica dell’odio, del disprezzo. Questa amministrazione tratta le persone migranti come se fossero piccioni, non vogliono farle star bene per paura che ne arrivino altre».

Rimangono ancora decine di migranti in strada e ogni giorno ne arrivano altri. Soprattutto nepalesi e bengalesi sono i più bistrattati

Lorena Fornasir

Anche lo sgombero, secondo Fornasir, è stato «un esercizio di potere, che non cambia nulla». Certo, ha permesso ad alcune persone in attesa di accoglienza di entrare nel sistema, ma molte altre che erano fuori dagli edifici sono rimaste escluse, visto che nemmeno le associazioni erano state avvisate dell’operazione e non potevano avvertire chi aspettava di essere trasferito. «Rimangono ancora decine di migranti in strada», continua Fornasir, «e comunque ogni giorno ne arrivano altri. I nepalesi e i bengalesi sono i più bistrattati. Le persone vengono mandate via dalle istituzioni, finiscono per andare nelle questure di Udine e Gorizia per far accettare la domanda di asilo. L’appuntamento per formalizzare la richiesta, però, viene dato anche a marzo o ad aprile 2026».

Gli stranieri non sono tutti uguali, a Trieste. Mentre sempre più crociere attraccano sulle rive, riversando orde di vacanzieri di altri Paesi nel centro della città, persone in fuga, invisibili al sistema e agli occhi della cittadinanza, cercano di sopravvivere ai margini di una società che li abbandona. Chiedendo a Google il significato delle luci che nel periodo natalizio illuminano le nostre case e le nostre vie, l’intelligenza artificiale risponde che queste luminarie «simboleggiano principalmente la nascita di Gesù, visto come “luce del mondo”, che porta speranza e guida spirituale». Viene da domandarsi: «Speranza per chi?»: non serve essere credenti per pensare che, forse, quello che vediamo – o che non vogliamo vedere – accadere in tante nostre città non sarebbe gradito a quel “Dio degli ultimi” che la tradizione cristiana tramanda.

Immagine in apertura di Meri Valenti da Wikimedia Commons

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