Immigrazione

Trump e il costo umano dell’«America first»

Dalla fine della protezione per i cittadini somali al potenziamento record dell’ICE, la Casa Bianca ha impegnato tutta la macchina amministrativa nel contrasto all'immigrazione. Ma mentre i budget per le espulsioni toccano cifre senza precedenti, i dati rivelano un’emergenza invisibile: tra blitz nelle città e timore dei controlli, migliaia di immigrati, anche regolari, rinunciano a cure mediche e assistenza, proiettando l’ombra di traumi permanenti sulle generazioni più giovani

di Francesco Crippa

Sono pochi, ma comunque abbastanza per poter gridare «America first» e mettersi al petto la medaglia di difensori degli interessi nazionali. Ieri, 13 gennaio, l’amministrazione statunitense ha cancellato la Somalia dall’elenco dei Paesi ai cui cittadini può essere concesso lo status di protezione temporanea, che permette di vivere e lavorare negli Stati Uniti. Se rapportato al totale della popolazione di origine somala attualmente presente negli Stati Uniti (quasi 260 mila nel 2024), il provvedimento, che sarà in vigore dal 17 marzo, colpirà un numero di persone piuttosto esiguo: 705 secondo Fox News, quasi 2.500 secondo altre fonti, tra cui la Bbc.

«Temporaneo significa temporaneo. Le condizioni del Paese in Somalia sono migliorate al punto che non soddisfano più i requisiti di legge per lo status di protezione temporanea», ha spiegato Kristi Noem, segretaria del dipartimento di Sicurezza nazionale. «Inoltre, consentire ai cittadini somali di rimanere temporaneamente negli Stati Uniti è contrario ai nostri interessi nazionali. Stiamo mettendo gli americani al primo posto».

Si tratta, in ogni caso, solo dell’ultima azione intrapresa dalla Casa Bianca contro l’immigrazione, all’interno di una campagna politica e mediatica che sta lentamente cambiando volto al Paese. «Uno dei cambiamenti più significativi, non solo rispetto all’era Biden ma anche alle amministrazioni precedenti, è che l’applicazione delle leggi sull’immigrazione è diventata un compito che coinvolge l’intero governo», commenta con VITA Colleen Putzel-Kavanaugh, analista del Migration policy institute – Mpi, un think-tank indipendente con sede a Washington. «Il personale di vari dipartimenti, precedentemente poco coinvolto o non coinvolto affatto nell’immigrazione, ora viene incaricato dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione come parte del proprio mandato, mentre il governo sta richiedendo dati a una miriade di istituzioni (sia pubbliche che private) da utilizzare per scopi di controllo dell’immigrazione. In più, i fondi federali forniti agli Stati per diversi programmi vengono trattenuti sulla base di preoccupazioni in materia di immigrazione».

Nell’anno fiscale 2025 (che va dal 1° ottobre 2024 al 30 settembre 2025 e comprende quindi ancora tre mesi abbondanti di amministrazione Biden e 8 scarsi di era Trump), gli “encounters”, cioè gli arresti e i respingimenti alla frontiera, sono scesi di oltre 1,3 milioni rispetto all’anno precedente: 2.901.142 nel 2024 contro appena 691.906. La flessione, incominciata già quando Joe Biden era ancora al governo, ha avuto una “botta” ulteriore quando Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato: dagli oltre 120 mila di ottobre, novembre e dicembre 2024 agli 81 mila di gennaio 2025, scesi poi a poco più di 20 mila già dal mese successivo. Il progressivo calo dei respingimenti non è dettato dal fatto che sono aumentati gli ingressi, ma dalle politiche aggressive della Casa Bianca nei confronti degli immigrati, che finiscono per fungere da deterrente.

Il pugno duro Trump lo ha mostrato fin dal suo insediamento nello Studio Ovale, arrivando persino a riesumare una legge del diciottesimo secolo per espellere dei presunti criminali e scontrandosi più volte con dei giudici che hanno cercato di bloccare i suoi provvedimenti. I voli di deportazione degli immigrati espulsi vengono pubblicizzati in pompa magna sui social dagli account ufficiali, con la retorica di chi pretende di difendere la patria da una minaccia costante.

Nella sua “guerra”, giustificata con i temi della sicurezza nazionale, Trump fa enorme affidamento sull’ICE, l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Nel 2025, grazie a una massiccia campagna di arruolamenti, l’ICE è passata da 10 mila dipendenti a 22 mila, il 120% in più, ed è diventata l’agenzia federale più finanziata nella storia degli Stati Uniti grazie al One big beautiful bill, un decreto che l’ha dotata fino al 2029 di un budget di 75 miliardi di dollari, laddove si era sempre aggirato intorno ai 10 miliardi. Denaro che serve per moltiplicare le assunzioni e poter dispiegare le forze in blitz che vengono organizzati città per città per arrestare immigrati (regolari e non, criminali veri o presunti) e poi espellerli. Nel 2025, le espulsioni operate dal dipartimento di Sicurezza nazionale, come orgogliosamente annunciato, sono state oltre 2,5 milioni: 1,9 milioni di persone hanno scelto di espatriare volontariamente su ingiunzione dell’amministrazione americana, mentre più di 622 mila sono state deportate dal governo.

«Questo determina un clima di paura in molte città e comunità», spiega Putzel-Kavanaugh, ma anche molta rabbia, come le proteste esplose in diverse città dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, una cittadina americana non immigrata, da parte di un agente dell’ICE durante un blitz a Minneapolis, in Minnesota. Un sondaggio sulle condizioni di vita degli immigrati negli Stati Uniti condotto da Kaiser family foundation (una ong che fornisce ricerche e analisi sulla politica sanitaria) per il New York Times ha evidenziato che un immigrato su due si definisce arrabbiato e anche spaventato, anche se c’è un 40% di immigrati che ritiene che quanto sta facendo Trump sia «necessario». Da gennaio 2025, quattro immigrati adulti su dieci affermano di aver avuto impatti negativi – aumento di stress, ansia o tristezza; problemi di sonno o alimentazione; e/o peggioramento di condizioni di salute come diabete o ipertensione – sulla propria salute a causa di preoccupazioni legate alle politiche sull’immigrazione.

Eppure, sono sempre di più le persone che arrivano a saltare visite mediche, non richiedere l’accesso a sistemi di welfare o non presentarsi al lavoro nei giorni dei blitz dell’ICE nella propria città per timore di essere intercettato, anche se perfettamente in regola. Secondo il sondaggio Kff-Nyt, la percentuale di adulti immigrati che non hanno presentato domanda per un programma governativo che contribuisce al pagamento di cibo, alloggio o assistenza sanitaria nell’ultimo anno per evitare di attirare l’attenzione sul proprio status o su quello di un familiare è aumentata dall’8% al 12% tra il 2023 e il 2025. Inoltre, la percentuale di chi dichiara di aver saltato una visita medica o di averla rinviata è cresciuta, nello stesso periodo, dal 22 al 29%. Sebbene per la maggior parte di queste persone la ragione principale della rinuncia siano i costi economici, per il 19% la scelta è dettata da preoccupazioni relative alla loro condizione di immigrati.

Tutto questo impatta anche sulle generazioni più giovani. Tre genitori immigrati su dieci, infatti, hanno riferito che nell’ultimo anno almeno uno dei loro figli ha ritardato o saltato l’assistenza sanitaria, a causa o dei timori legati all’immigrazione, o dei costi o della mancanza di assicurazione e/o impossibilità di trovare servizi in un momento o luogo conveniente. Secondo Katherine Keeler, pediatra e consulente medico di Physicians for human rights – Phr, una ong con sede a Boston impegnata a combattere disuguaglianze e ingiustizie a livello medico e sanitario, «stiamo assistendo alla creazione di una generazione con traumi prevenibili, diagnosi ritardate, trattamenti saltati e sviluppo compromesso. Quello che stiamo documentando è un danno sistemico e organizzato verso gli immigrati e, di conseguenza, verso i loro figli, un danno che è del tutto prevenibile». I genitori si trovano a dover fare scelte «impossibili»: «Rifiutano interventi chirurgici per i loro figli, ritardano le cure d’urgenza e rifiutano il ricorso a specialisti perché hanno calcolato che i rischi di espulsione o separazione familiare superano le necessità mediche».

In apertura: Proteste a Minneapolis il 12 gennaio contro la presenza dell’ICE dopo l’uccisione di Renee Nicole Good (AP Photo/Jen Golbeck/LaPresse)

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