Usa

Trump, l’omicidio di Minneapolis e la «guerra civile a bassa intensità»

Dall'insediamento alla Casa Bianca, l'amministrazione Trump ha trasformato l'ICE, l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione in un esercito da 75 miliardi di dollari. Mentre i canali ufficiali celebrano 2,5 milioni di espulsioni di immigrati, l'omicidio della cittadina americana Renee Nicole Good a Minneapolis per mano di un agente riaccende il dibattito sulla sicurezza nazionale e sulla polarizzazione estrema di una società spaccata. Per Mattia Diletti, professore di sociologia politica all’Università La Sapienza di Roma, «dalla demolizione del diritto internazionale a quella del diritto interno il passo non è poi così lungo»

di Francesco Crippa

Su X, sull’account ufficiale della presidenza degli Stati Uniti campeggia un post del 20 gennaio 2025, giorno in cui Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, che recita: «L’America è tornata. Ogni giorno combatterò per voi con ogni respiro del mio corpo. Non avrò pace finché non avremo realizzato l’America forte, sicura e prospera che i nostri figli meritano e che voi meritate. Sarà davvero l’età dell’oro dell’America». E in questa America «forte, sicura e prospera» non sembra esserci spazio per gli immigrati illegali, la cui espulsione l’amministrazione Trump sta perseguendo con un impegno senza precedenti e una campagna comunicativa estremamente aggressiva. Ma il clima che si sta generando rischia di creare problemi di sicurezza al Paese. Il 7 gennaio, a Minneapolis, Renee Nicole Good, cittadina americana di 37 anni, è stata uccisa da un agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Un episodio che ha scatenato proteste e polemiche.

Come si vede nei video che circolano online, Good era in strada a bordo della sua macchia. Gli agenti dell’ICE volevano che scendesse e quando uno di loro ha provato ad aprire la portiera, lei ha messo in moto. A quel punto, un altro agente le ha sparato tre colpi di pistola all’altezza del volto. Good è andata a schiantarsi su un’altra vettura ed è poi morta in ospedale, vittima «collaterale» di un contesto di violenza mediatica e verbale che non accenna a placarsi. Le proteste per quanto accaduto sono esplose in diverse città, con slogan come «Fuck Trump» o «Fuck ICE». Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, democratico, ha respinto con forza la versione fornita dall’ICE e rilanciata da Trump secondo cui l’agente avrebbe agito per autodifesa. Lo ha fatto usando parole forti: «Ho visto il video e voglio dirlo chiaramente: la loro versione è una cazzata», ha detto, aggiungendo poi di avere «un messaggio per l’ICE: levatevi dal cazzo, non vi vogliamo. La ragione che avete addotto per giustificare la vostra presenza sarebbe quella di creare più sicurezza, ma state facendo esattamente l’opposto». Nel video dell’omicidio si vede chiaramente che l’agente che ha sparato non era sulla traiettoria del veicolo, che stava curvando per evitarlo.

A destare preoccupazione, oltre all’episodio in sé, è però il clima che lo ha generato, che ora, con le due narrazioni opposte (assassinio vs autodifesa), può solo peggiorare. «Per usare una definizione adottata da diversi commentatori e studiosi, siamo in una situazione di guerra civile a bassa intensità. E non da oggi, ma da almeno 15 anni», afferma Mattia Diletti, professore di sociologia politica all’Università La Sapienza di Roma ed esperto di affari americani. «Una guerra civile a bassa intensità è fatti di tanti scoppi e il grado di polarizzazione della società americana è tale per cui è pieno di micce che possono innescare un conflitto, come l’omicidio di George Floyd [avvenuto, tra l’altro, proprio a Minneapolis, ndr]». La società americana, spiega Diletti, è attraversata da diverse fratture: ci sono quelle economiche e sociali, come lo scontro tra uomo comune e super ricchi, quelle religiose, con i fanatismi di ogni tipo, e quelle razziali e legate all’immigrazione. «Tutto si trasforma in impianti ideologici alimentati dai media e il risultato è che gli americani provano sempre più risentimento, o verso altri cittadini o verso le istituzioni». E in questo quadro, Trump è un «campione della polarizzazione permanente».

Per Diletti, esiste una linea che lega la politica estera a quella interna: la de-umanizzazione del «nemico» – su Fox News, emittente vicinissima a Trump e al mondo conservatore, Good è stata descritta attraverso categorie, tra l’altro false, che l’associavano a ciò che viene percepito come un male da estirpare (nello specifico, è stato detto fosse lesbica) – e la creazione di pretesti per cercare lo scontro. «Un po’ come se fosse la nostra “strategia della tensione”», commenta il professore. «Del resto, dalla demolizione del diritto internazionale [il riferimento è al Venezuela, ndr] a quella del diritto interno il passo non è poi così lungo».

Fin dall’inizio del suo mandato, Trump ha fatto del contrasto all’immigrazione un vessillo identitario, con il l’obiettivo dichiarato di espellere pericolosi criminali. Lo stile comunicativo di questa campagna è perfettamente in linea con quello della «polarizzazione permanente». Sul sito del dipartimento di Sicurezza interna, da cui dipende l’ICE, le azioni da essa condotta vengono riportate con toni trionfalistici, sempre sottolineando che sono stati arrestati «i peggiori dei peggiori», ed esiste pure una sorta di database in cui si può vedere chi è stato espulso e quali fossero i suoi crimini. Il tutto in modo tale da dare un’immagine di muscolare intervento di sicurezza nazionale. Tuttavia, sono diversi i casi in cui le azioni dell’ICE sono finite nel mirino dei critici per essere state dirette contro bersagli innocenti o per essere state troppo e arbitrariamente violente. «Sembra quasi che ci sia una dimensione di impunità, alimentata dalla narrazione creata da Trump», dice Diletti. Diversi giudici hanno provato a impugnare le azioni dell’ICE, così come altri provvedimenti anti-immigrati di Trump, il cui modus operandi, però, sembra non tenere alcun conto del diritto e della legalità costituzionale. «Se vuole fare qualcosa di non esplicitamente vietato, lui non si domanda se si possa fare o no, ma dice: “Prima lo faccio, poi vediamo se mi bloccano”. E questo tanto nelle faccende interne quanto negli affari esteri».

L’amministrazione della Casa Bianca, però, non ha intenzione di fermarsi – come la difesa a spada tratta dell’agente che ha ucciso Good lascia intendere. Anzi, ci sono alcuni numeri che fanno pensare al contrario. Fondata nel 2003, l’ICE è passata nel corso del 2025 da 10 mila dipendenti a 22 mila, il 120% in più, ed è diventata l’agenzia federale più finanziata della storia degli Stati Uniti grazie al One big beautiful bill. Approvato a luglio, ha dotato l’ICE fino al 2029 di un budget di 75 miliardi di dollari, laddove si era sempre aggirato intorno ai 10 milioni. Denaro che serve per moltiplicare le assunzioni e poter dispiegare le forze in blitz che avvengono città per città. Le persone arrestate vengono portate in centri di detenzione dove, secondo diverse associazioni di tutela dei diritti umani, non hanno processi e subiscono torture. Vengono quindi spinte a lasciare volontariamente il Paese oppure deportate. Dal 20 gennaio al 10 dicembre 2025 sono state oltre 2,5 milioni le persone espulse: 1,9 milioni hanno scelto di farlo dopo l’arresto, 600 mila sono invece state deportate.

Il dipartimento di Sicurezza e l’amministrazione Trump celebrano ogni espulsione come una grande vittoria, basta farsi un giro sui profili social o sui siti ufficiali per accorgersene. «Gli immigrati illegali stanno ascoltando il nostro messaggio: andatevene subito. Sanno che se non lo faranno, li troveremo, li arresteremo e non torneranno mai più», ha detto a dicembre Tricia McLaughlin, assistente alla segreteria del dipartimento di Sicurezza. «Lo stile comunicativo di Trump e della sua amministrazione è quello di rendere tutto una fiction e di continuare ad alimentare la sua base elettorale», sottolinea Diletti. «Quello che colpisce è queste cose non spostano l’elettorato a suo favore, ma a lui sembra non importare. A novembre ci saranno le elezioni di midterm e i sondaggi lo danno sfavorito, ma per ora il suo obiettivo rimane “sfamare” la base. A come vincere ci penserà poi».

In apertura: Le proteste a Minneapolis il 7 gennaio dopo l’omicidio di Renee Nicole Good People (Christopher Katsarov/The Canadian Press via AP/LaPresse)

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