La testimonianza

Tunisia, l’inferno di Sfax: «Qui la solidarietà è diventata un crimine»

Abbiamo raggiunto Majdi Karbai, ex parlamentare tunisino in esilio in Italia, ora attivista per i diritti umani: «Le mille persone disperse? In Italia se ne è parlato poco, In Tunisia per niente». Nella città costiera ci sono 10mila migranti, che vivono senza nessun diritto. Chi li aiuta viene perseguitato e arrestato». E adesso 37 organizzazione della società civile lanciano un appello: «La Tunisia non può stare nell’elenco dei Paesi sicuri»

di Anna Spena

Che rumore fanno mille vite disperse? Per il governo italiano, a quanto pare, sono solo un sibilio. Tra il 14 e il 21 gennaio, 380 persone erano partite dal porto tunisino di Sfax, nel pieno del ciclone Harry. Lo avevamo raccontato nell’articolo “Quei 380 dispersi nel Mediterraneo, e Piantedosi celebra il calo degli sbarchi”. Ma durante il ciclone Harry, i dispersi in mare potrebbero essere stati molti di più, fino a mille persone. Come l’ong Mediterranea aveva denunciato: «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, mentre i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Lo abbiamo raccontato qui: “Migranti, mille vite finite nel nulla: partiti per disperazione ed invisibili al governo italiano”.

L’elenco dell’orrore continua. Solo ieri è arrivata la notizia dell’ennesima tragedia che si è consumata nel Mediterraneo Centrale: un barchino si è ribaltato nella notte tra il 5 e il 6 febbraio non distante da Zuwara (Libia); a bordo anche due neonati. Soltanto due donne nigeriane sono sopravvissute al naufragio.

Majdi Karbai

«Ora che il ciclone si è calmato, le correnti stanno riportando sulle coste tunisine i corpi dei dispersi», racconta Majdi Karbai, ex parlamentare tunisino in esilio in Italia, attivista impegnato sui temi delle migrazioni, dei diritti umani e delle politiche euro-mediterranee. Lavora tra l’Europa e la Tunisia come ricercatore e membro della società civile, denunciando espulsioni forzate, violazioni dei diritti dei migranti e traffici illegali sistematici legati ai rifiuti.

«Se in Italia si parla poco di questa tragedia», continua, «in Tunisia c’è un silenzio tombale. L’informazione circola solo tra i gruppi di attivisti, ma bisogna tenere la massima prudenza: qui chi aiuta i migranti viene perseguitato o incarcerato. Per questa ragione sono costretti a rimanere anonimi».

La vita a Sfax

Secondo le stime, in Tunisia ci sarebbero, ad oggi, circa 25mila migranti senza permesso di soggiorno. «Tra loro», continua Karbai, «circa 10mila si trovano nella città di Sfax». Città portuale situata sulla costa orientale del Paese, a circa 270 km a sud di Tunisi, la stessa da dove sono partite le imbarcazioni con i mille migranti dispersi.

«Qui», continua l’attivista in esilio, «ogni giorno ci sono retate della polizia negli accampamenti di fortuna nati nei campi di ulivi. I teli delle loro tende vengono bruciati dalle forze dell’ordine. In Tunisia è vietato affittare una casa ai migranti irregolari; chi lo fa può essere anche arrestato». Dopo gli accordi tra il governo guidato da Kais Saied e l’Unione Europea, «le persone rimangono bloccate nel Paese anche un anno o due, e il periodo di permanenza continua ad aumentare».

I migranti in Tunisia non hanno alcun diritto. «Gli vengono negate anche le cure mediche», spiega Karbai. «In uno dei campi, un medico volontario ha costruito un ambulatorio fatto di tende di nylon. I bambini nascono qui e per loro non c’è nessun vaccino disponibile. E se qualche donna arriva in ospedale, poi per uscire deve pagare una somma in denaro: alcune associazioni e volontari, sempre di nascosto, contribuiscono a pagare queste cifre».


Il contesto politico e il ricatto all’Europa

«Dal 2021 la situazione è peggiorata giorno dopo giorno. I diritti conquistati durante la rivoluzione sono stati persi, con arresti arbitrari di attivisti, avvocati, giornalisti e oppositori. A febbraio 2023 ci sono state dichiarazioni xenofobe del presidente contro i migranti, citando la “sostituzione etnica” e il cambiamento demografico: è partita così la caccia ai migranti e a chi solidarizza con loro. La solidarietà in Tunisia è diventata un crimine», condivide Karbai.

All’inizio di febbraio del 2025 è stato pubblicato il report “State trafficking”, un documento che denuncia il traffico di migranti alla frontiera tra Tunisia e Libia. Settantuno pagine che «restituiscono 30 testimonianze di migranti che sono stati espulsi dalla Tunisia verso la Libia da giugno 2023 a novembre 2024, mettendo in luce un tratto saliente che appare nelle narrazioni: la vendita di esseri umani alla frontiera da parte di apparati di polizia e militari tunisini e l’interconnessione fra questa infrastruttura dei respingimenti e l’industria del sequestro nelle prigioni libiche».

«Non è cambiato nulla, i migranti vengono scambiati anche per soldi o stupefacenti», sottolinea Karbai. «Il presidente tunisino Saied usa l’immigrazione per contrattare con l’Europa, chiedendo finanziamenti per coprire un buco di bilancio di circa 10 miliardi di dollari. L’immigrazione, per lui, è l’alibi per poter restare al potere».

I migranti bloccati in Tunisia arrivano da «Algeria, Guinea, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Nigeria, Sudan, Somalia», dice Karbai. «Ci sono anche egiziani e siriani, ma in numeri bassi. Il clima nel Paese è insostenibile: i migranti vengono sfruttati e pagati meno, lavorano in nero senza copertura sociale, e questo crea tensioni con i lavoratori locali che vedono il loro lavoro minacciato. Addirittura in Tv una commentatrice ha detto che bisogna castrare queste donne per non farle partorire. Ci sono anche molti minori stranieri non accompagnati e famiglie in casi di estrema vulnerabilità».

La Tunisia non è un Paese sicuro

In vista del voto del Parlamento Europeo del 10 febbraio, 37 organizzazioni della società civile esortano i membri dell’Europarlamento a respingere la proposta di un elenco Ue dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri”. Questo elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e legittimare violenze e persecuzioni.

«Alla luce della trasformazione antidemocratica dello Stato tunisino ad opera del Presidente Kais Saied; della repressione dilagante contro gli oppositori politici; della soppressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media; nonché delle gravi violazioni dei diritti umani contro migranti e rifugiati, noi, in qualità di organizzazioni di ricerca, soccorso e difesa dei diritti umani, ci opponiamo fermamente all’inclusione della Tunisia in questo elenco», scrivono le organizzazioni.

L’appello continua: «Vi esortiamo a respingere l’elenco Ue dei Paesi di origine sicuri. La Tunisia non è né un Paese di origine sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o soccorse in mare. L’estensione degli strumenti di asilo basati su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà invece il diritto fondamentale all’asilo, accelererà le violazioni dei diritti e aggraverà la complicità dell’Ue nella repressione e nella violenza».

(AP Photo/Anis Mili) Associated Press/ LaPresse

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