La "famiglia del bosco"
Tutelare i bambini, anche dalle scelte dei loro genitori: non è una valutazione, ma un obbligo di legge
Torniamo sulla sospensione della responsabilità genitoriale per i due coniugi "neorurali", che vivevano nei boschi di Chieti insieme ai loro tre figli. Secondo Silvia Fargion, ordinaria di Servizio sociale a Trento, l’allontanamento non nasce da pregiudizi verso famiglie “non standard”, ma da una valutazione sanitaria e giuridica sulla sicurezza dei minori. «La responsabilità dei servizi è tutelare i diritti dei più piccoli, anche dalle scelte dei loro genitori. I servizi lavorano al fianco e non contro i genitori. Bisognerebbe riuscire a trovare un modo per cui madri e padri riescano a risolvere le situazioni o ad accettare i supporti necessari, per il benessere dei loro bambini»
La “famiglia nel bosco” è da giorni sulla bocca di tutti. I tre bambini – la più grande ha otto anni, i due gemelli ne hanno sei – sono stati collocati temporaneamente in una struttura assieme alla madre. La sospensione della responsabilità genitoriale è arrivata dopo un’osservazione durata mesi da parte di diversi professionisti, dagli assistenti sociali ai sanitari. La decisione del Tribunale de L’Aquila ha provocato una bufera mediatica e accuse da parte della politica: sotto accusa un intervento mosso – a dire dei critici – dal pregiudizio dei vari operatori dinanzi a famiglie “non standard”. Ma è davvero così? «In questo caso non è una questione di capacità o incapacità genitoriale, ma di rispetto delle leggi italiane in merito alla tutela dell’infanzia», dice Silvia Fargion, ordinaria di Servizio sociale e sociologia all’università di Trento. In particolare è coautrice di una ricerca sulla costruzione della genitorialità in situazioni complesse (qui in open access il volume coi risultati della ricerca, pubblicato da Il Mulino), attraverso cui gli stessi assistenti sociali si sono interrogati sulle lenti con cui guardano e valutano dei genitori che vivono il loro essere genitori in condizioni tali che – volente o nolente – lo portano a interpretare l’essere genitore in modo diverso da quel modello di buon genitore che culturalmente abbiamo in mente. Per esempio genitori in povertà, rifugiati, Lbgtq+.
Professoressa, qual è il suo commento sulla situazione della “famiglia nel bosco”?
Questa vicenda è molto diversa rispetto a quelle che abbiamo riportato nella ricerca sulla genitorialità in situazioni complesse e non standard. In questo caso l’analogia che mi viene in mente è, piuttosto, con quei genitori che per fede religiosa si rifiutano di far fare ai loro bambini trasfusioni di sangue, amputazioni o operazioni che secondo i sanitari sono essenziali o importanti per la sopravvivenza. Lì il personale sanitario si rivolge immediatamente alla magistratura, che prende delle posizioni e delle decisioni. Ma questo vale per tutti noi: se abbiamo un figlio in cura in ospedale, non è che possiamo prendere e portarlo via contro il parere dei sanitari. Il problema, quindi, non è la valutazione degli assistenti sociali circa la capacità genitoriale dei due genitori, ma il fatto che questi genitori hanno fatto delle scelte – condivisibili o non condivisibili – che, secondo i sanitari e gli assistenti sociali mettono a repentaglio la salute dei bambini. È una questione di legge. L’Italia ha ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. I genitori possono scegliere di vivere come vogliono, ma abitano in Italia, in un sistema che tutela anche loro e che gli garantisce determinati vantaggi – per esempio quando ne hanno avuto bisogno hanno avuto accesso alle cure in ospedale – quindi devono stare alle norme: norme che tutelano i bambini, anche dalle scelte dei loro genitori.
I genitori possono fare che scelte di vita vogliono, ma viviamo in un sistema che ha delle leggi, che vanno rispettate. Sono norme che tutelano i bambini, anche dalle scelte dei loro genitori
Silvia Fargion, ordinaria di Servizio sociale e sociologia all’università di Trento
Non si è trattato di valutare la capacità genitoriale, quindi, ma “solo” di capire se i genitori rispettassero le leggi a tutela dei più piccoli?
Sui giornali e sui social si è parlato di inadeguatezza genitoriale. Ma non è questo il punto. Restando al parallelismo di prima, io non posso dire, per esempio, che una persona che segue una religione che non permette le trasfusioni sia un genitore inadeguato. Ma quello che posso – anzi devo – dire è che le sue scelte, secondo il sistema italiano, non tutelano i diritti dei bambini. Magari se vivessero in un’altra nazione, ci sarebbero leggi diverse e lì le loro decisioni non sarebbero state messe in discussione… ma lo dubito.
Perché si tratta di norme che migliorano effettivamente la vita dei bambini?
I dati ci dicono che dove ci sono questi tipi di tutela, la mortalità infantile diminuisce e in parte anche le patologie. Credo che in qualsiasi Stato che abbia ratificato la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia sarebbero partite delle iniziative analoghe, visto che tutto è cominciato con l’intossicazione da funghi. E, ripeto, non si tratta di una valutazione sulle capacità genitoriali, ma sul fatto che alcune scelte non sono permesse in Italia.
Non ci sono strumenti assoluti, oggettivi, per gli assistenti sociali: la componente più importante è la relazione con la famiglia e la costruzione di un lavoro “cucito su misura” per quel nucleo
Quali sono, invece, gli strumenti che un assistente sociale ha per osservare, valutare e lavorare con famiglie che vivono in condizioni diciamo “non convenzionali”? Quali strumenti ha in mano, anche nella formazione, per riuscire ad andare oltre ai bias che tutti ci portiamo in quanto immersi in una data cultura, con determinate aspettative rispetto a cosa voglia dire “essere un buon genitore”?
Intanto si tratta di una valutazione multiprofessionale, non solo dell’assistente sociale. Poi, i nostri colleghi sono formati prima di tutto a entrare in relazione con le persone e a lavorare non tanto sulla base di standard, quanto sulla base delle condizioni di vita delle persone. La nostra ricerca riguardava, per esempio, condizioni di migrazione forzata, di povertà anche forte ed estrema. In questi casi, bisogna partire da questo dato e capire come i genitori provano – o non provano, perché non gli è possibile – a far fronte alla situazione. Non ci sono strumenti assoluti, oggettivi: penso che si debba entrare in relazione e lavorare sui bisogni delle persone, sulle loro capacità e sulle loro risorse, per trovare le soluzioni migliori; bisognerebbe riuscire a trovare un modo per cui madre e padri riescano a risolvere le situazioni o ad accettare i supporti che sono necessari per il benessere dei loro bambini. Quello che mi dispiace, in questo polverone, è che si perda di vista il fatto che questi due genitori, qualsiasi sia la valutazione dei servizi, hanno diritto a essere supportati e affiancati: non portati sull’altare ma nemmeno presi di mira da quella parte della pubblica opinione che non lo fa.
Bisognerebbe riuscire a trovare un modo per cui madre e padri riescano a risolvere le situazioni o ad accettare i supporti che sono necessari per il benessere dei loro bambini
Possiamo ribadire una volta ancora che i servizi sociali sono dalla parte delle famiglie, non contro?
La nostra posizione, come assistenti sociali, è quella di stare accanto alle persone. Allontanare i bambini è l’ultima chance, in situazioni disperate. Siamo il Paese che ha meno allontanamenti d’Europa. I nostri servizi lavorano con le famiglie, insieme, non contro. Mi viene in mente la Finlandia: là ci sono più minori che vivono fuori dalla loro famiglia rispetto all’Italia, ma il numero di allontanamenti non consensuali è bassissimo. Esattamente il contrario rispetto alla situazione italiana. Serve un lavoro cucito su misura sulle persone. E, in questo, è importante che il servizio sociale non sia solo: c’è anche una dimensione sociale, una dimensione sanitaria, psicologica e giuridica.
Foto da Sintesi
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