Da Chernivtsi

Ucraini e russi, come si fa una pace impossibile: esercizi di giustizia riparativa in una nazione in guerra

Cooperazione, accoglienza, amore. Che fine fanno questi sentimenti quando ti trovi di fronte al nemico, non solo a colui che ti vuole uccidere, ma anche a chi lo giustifica? Un gruppo di donne sperimenta la mediazione umanistica. Tra simulazioni di dialogo con il nemico emerge la sfida più difficile: impedire all’odio di dominare il futuro dopo le bombe

di Marcello Raimondi

Capisci che hai passato il confine perché la notte dell’Ucraina è nera. Nera e muta. I villaggi che si incontrano venendo dalla Romania sono immersi nel buio e nella nebbia. La città di Chernivtsi è ben lontana dal fronte, ma anche qui la guerra incombe: il coprifuoco spegne le luci della città, per le strade c’è un silenzio eccessivo, rotto solo dai motori dei generatori di elettricità piazzati fuori dai palazzi. Qualche ombra di passante si aggira veloce.

Il pullmino che ci ha prelevati dall’aeroporto rumeno di Jasi ci scarica in un vecchio albergo. Qui almeno il riscaldamento funziona, siamo fortunati. Siamo arrivati in quattro dall’Italia: Filippo Vanoncini, mediatore di giustizia riparativa, vice-presidente dell’associazione InContra (in tandem con l’associazione Nathan) di Bergamo; Gian Battista Maffioletti, anche lui mediatore; Luis Vanella e chi scrive, rappresentanti del Mean (Movimento europeo di azione nonviolenta). Parteciperemo a una due giorni che conclude il percorso di formazione alla “mediazione umanistica”, che l’associazione InContra ha avviato nel 2022 con un gruppo di donne che gravitano a vario titolo attorno alla locale università. Un esperimento di giustizia riparativa che ha accompagnato tutto lo svolgimento dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Per il Mean un esempio pratico di resistenza di una società civile assalita dalla guerra, uno degli ingredienti essenziali di quei Corpi civili di pace che il movimento propugna.

La mattina dopo è San Nicola, giorno in cui i fanciulli ricevono i regali, e il dono migliore della notte è stato un solo allarme e nessun bombardamento sulla città. Una dozzina di donne lasciano i loro bambini e si riuniscono nella sala di un bar per le ultime ore del corso dell’associazione InContra. Ci sono docenti universitarie, psicologhe, avvocate, insegnanti di scuola superiore, studentesse, un’attrice, una business coach, una neurografica, un’attivista Lgbt. Due di loro hanno un fratello al fronte, uno di questi è caduto. Le guidano Ruslana Havrylyuk, presidente del Centro della mediazione della Bucovina, e Lidia Nesterenko, coordinatrice del servizio di mediazione dell’università di Chernivtsi. Due settimane prima sono venute in Italia per partecipare a un convegno sulla Città riparativa organizzato a Bergamo da InContra, al termine del quale è stato steso un manifesto che ora viene presentato alle donne ucraine.

Le sedie sono disposte in cerchio, in mezzo, su un tappeto, sono stati sistemati degli oggetti. Ogni partecipante, compresi gli istruttori e i due esponenti del Mean, deve raccoglierne uno e collegarlo alle parole che più lo hanno colpito del manifesto sulla Città riparativa, in particolare il capitolo che recita: “Come vogliamo impegnarci per la comunità”. Ad ogni intervento i due astanti seduti di fronte dovranno fare da “specchio”, cioè restituire a chi ha parlato i pensieri o le emozioni che quelle parole hanno suscitato in loro. Questo esercizio è fondamentale nella pratica della mediazione umanistica perché permette a chi si esprime di rivedere se stesso come in un vero e proprio specchio, attraverso lo sguardo di un altro.

Natalia raccoglie un topolino di legno: «Negli esperimenti il ratto viene sottoposto a delle prove di fronte alle quali o cambia o muore, così anche i conflitti possono avere una funzione trasformativa, mutare gli istinti violenti e disgreganti e rinsaldare i legami». Anche per Oxana, una scarpa in mano, i conflitti possono aiutare a cambiare: «ciascuno dei due deve riuscire a mettere il suo piede nella scarpa dell’altro (in italiano diremmo: nei panni dell’altro, ndr), perché dal conflitto si può uscire solo insieme». Nel frattempo si interrompe l’elettricità e l’incontro prosegue nella penombra alla luce delle candele. E così escono le parole che nessuno osa dire quando la guerra divampa: cooperazione, accoglienza, amore. 

Ma che fine fanno questi sentimenti quando ti trovi di fronte al nemico, non solo a colui che ti vuole uccidere, ma anche a chi lo giustifica? Nel maggio del 2022, le principali associazioni di mediazione ucraine, tra le quali che il Centro della mediazione della Bucovina, stilarono un documento dove si esortava a non mettere in campo attività di mediazione con soggetti russi: «Ogni contatto con persone che rappresentino l’aggressore -si legge nel testo- può avere un effetto traumatico. L’aspettativa che, nelle attuali condizioni, i partecipanti al dialogo possano attivamente ascoltarsi e comprendersi è irrealistica». E più avanti: «L’offerta di dialogo può essere percepita dagli Ucraini come una forma di violenza psicologica».

Ma questa volta a Chernivtsi succede un mezzo miracolo. Vanoncini con estrema prudenza propone di simulare un dialogo con un russo, come conclusione del percorso formativo che è andato di pari passo all’infuriare della guerra. Se anche una sola delle persone presenti avesse dei dubbi, non si fa. 

Silenzio. Con voce sommessa Tetyana (non è il vero nome, ma serve per mantenere l’anonimato) dice che vuole provare lei, non con un’invenzione ma con un conflitto vero: un suo stretto parente se n’è andato da giovane a studiare in Russia, ha fatto carriera, si è sposato e per trent’anni non si è più visto. È tornato fugacemente per un evento familiare, ha parlato con l’anziana madre di Tetyana e l’ha sconvolta dicendole che la guerra è colpa degli ucraini. Per la loro famiglia è stato come una coltellata alla schiena. Tetyana vuole giustizia. È una vicenda simile a quella di moltissime altre famiglie ucraine, nelle quali la violenza ideologica e militare dell’establishment russo è calata come una scure nel cuore di comunità che con la fine della dittatura sovietica avevano iniziato ad aprirsi con speranza al futuro.

Si decide che la parte del russo la farà il mediatore italiano Gian Battista Maffioletti, dopo un lungo colloquio a due con Tetyana. Per oggi basta. La sera di Chernivtsi è piena di luci, di musica, di voglia di vivere. È sabato, i giovani si riversano per le strade come da quattro anni non capita nelle città più orientali. I ristoranti, i teatri e i cinema sono aperti. Le interruzioni di elettricità programmate si combattono con gli onnipresenti generatori. Fino al coprifuoco. Allora tutto si spegne, ci si chiude nelle case e si spera. 

Nella notte Gian Battista si è immerso nella vicenda del brillante ucraino diventato russo e il giorno dopo si siede a fianco di Tetyana con il nome di Ivan. Di fronte a loro ci sono ben cinque mediatori. La pratica della “mediazione umanistica” messa a punto da Jacqueline Morineau prevede che di fronte ai due confliggenti vi siano almeno tre mediatori, per evitare che l’autorità del singolo mediatore prevalga e si impongano le sue emozioni e le sue idee. La mediazione non vuole portare soluzioni, ma costruire ponti. Nella simulazione di Chernivtsi, di mediatori ve ne sono ben cinque per permettere a più persone di sperimentarsi in quel ruolo.  In un primo momento, le parti dovranno raccontare ciascuna i fatti che le hanno portate lì, senza essere interrotte. Al termine dei loro racconti, un mediatore avrà il compito di fare una sintesi di quanto entrambi avranno detto. Conclusa questa fase, la parola verrà data alle parti, che potranno confrontarsi liberamente, mentre i mediatori avranno il compito di accompagnarli con degli “specchi” ed eventualmente delle sintesi quando lo riterranno necessario. 

Ivan racconta la sua storia: lo studio in una prestigiosa università russa, l’affermazione professionale, il matrimonio: «La Russia mi ha dato tanto, mi sento realizzato». Ha chiesto l’incontro con Tetyana perché vuole dirle come vede lui le cose e sentire come le vede lei. «Negli ultimi anni -continua- il mio Paese, la Russia, è stato minacciato da altre nazioni. Ad esempio l’Ucraina voleva aderire alla Nato, un patto militare, e all’Unione europea, che rappresenta la cultura consumistica dell’Occidente: è mettersi nelle braccia di chi ci odia. I nostri due Paesi erano insieme nell’Unione sovietica, l’Ucraina ha voluto rompere questa unità, per questo ha una grande responsabilità per la guerra del 2022». Ivan continua con voce ferma: «Dal 2023 c’è un decreto del governo ucraino che ha vietato l’uso della lingua russa, vuol dire tagliare le radici, la cultura e la bellezza che viene dalla cultura russa, Tolstoj, Dostoevskij. Addirittura non è possibile citare fonti russe nei testi. Ho saputo che uno studente in un campus universitario stava ascoltando musica russa, i suoi vicini lo hanno denunciato e ora rischia l’espulsione dall’università».

Tetyana guarda fisso nel vuoto: «Nemmeno una volta gli ho sentito dire: sono ucraino. Siamo una famiglia numerosa, quando ci riunivamo tutti eravamo in tanti, era bello stare insieme. Quando Ivan era giovane l’abbiamo ospitato a casa nostra. Adesso sento la sua indifferenza perfino al fatto che qualche nostro parente possa essere ucciso dai russi». Le parole trasudano il dolore: «Dare a noi la colpa della guerra non è giusto, questa è l’unica cosa che ha saputo dire la sola volta che è tornato dopo trent’anni: mia madre non lo riconosceva più, ha cercato di spiegargli come stanno effettivamente le cose, ma lui non ascoltava, lei è rimasta molto ferita».

Il dialogo si ferma. Le mediatrici riflettono i sentimenti dei due. Dopo una lunga pausa Yaroslava dice: «Ivan, mi sembra che lei sia in ansia. È come se le tremasse la terra sotto i piedi». Ivan conferma: «Sì, mi trema la terra sotto i piedi, non è facile incontrare mia cugina. Io ho anche radici in Ucraina ma il mio cuore ora è in Russia. Ma non ho tutti e due i piedi in Russia, li ho un po’ anche qui, non voglio tagliare del tutto le radici che mi legano a questa terra». 

Yaroslava gli chiede: «Vuole fare una scelta?». Ivan annuisce: «Se le cose non cambiano, dovrò farla». «Che cosa si aspettava da questo colloquio?», insiste Yaroslava. «Dire alcune cose -risponde il Ivan- e sentire da lei che cosa pensa delle cose che ho detto».

E Olga si rivolge a Tetyana: «Ho sentito che per lei è come se si rompesse un ramo dell’albero». Tetyana interviene: «No non un ramo ma un frutto caduto e perso» e riprende: «Se io non riesco a convincerlo, a che cosa serve questo incontro? Lui non mi capisce, anche se parla ucraino». «Mi piacerebbe -la incalza Ivan- che mia cugina dicesse che cosa pensa di quello che ho detto e non desse per scontato che io non possa capire».

Tetyana ribatte: «Mia mamma ha cercato di spiegargli come stanno veramente le cose, ma lui ha negato tutto. Che senso ha dopo tanti anni ritornare su queste cose? Lui non capirà. Lui ha chiesto questo incontro, ma non è disponibile a cambiare le sue idee».

Mediatrici ascoltano il racconto di una vittima

Ivan cerca di spiegarsi: «Da un lato so quello che accade in Russia e dall’altro c’è quello che mi ha detto mia zia. So che in Russia c’è un leader che sta difendendo la mia nazione, non vedo perché non dovrei credergli».

Tetyana sbotta: «La guerra non succede nella vostra terra, ma qui in Ucraina, quindi chi è la vittima e chi è l’aggressore? Il vostro leader vi protegge sulla nostra terra?».

Ivan non deflette: «Io credo a quello che mi viene detto, che ha come scopo proteggere la nazione russa».

«Vieni a vivere un anno in Ucraina -lo provoca Tetyana-. Prova a difendere il tuo popolo russo qui in Ucraina, ma difendi anche i tuoi cugini che stanno subendo i bombardamenti russi».

Ivan tace. 

Non c’è più niente in comune tra quelle due persone. È impossibile continuare il dialogo. Ma a questo punto si compie il salto di qualità a cui la mediazione umanistica aspira, consapevole di non poterlo pretendere. I due si sono specchiati nelle loro emozioni, hanno messo a nudo non solo la loro visione della guerra, ma soprattutto i loro sentimenti. Se ci si fermasse qui non si potrebbe proseguire. I mediatori devono saper leggere l’interiorità delle persone che si confrontano, con un terzo occhio, quello che scava sotto le emozioni e trova le convinzioni profonde, i valori che esse riconoscono come essenziali per la loro vita. Per farlo ci vuole un lungo lavoro su di sé. Il mediatore non deve mai dire “anch’io”, non deve sovrapporre la sua esperienza a quella delle persone che ha di fronte, non deve aggiungere le sue emozioni alle loro. Se sarà in grado di guardarle con un occhio limpido potrà trovare ciò che Ivan e Tetyana hanno in comune, come fa Filippo: «C’è un valore che hanno in comune: la famiglia». Per Tetyana quella d’origine, per Ivan quella attuale. Tetyana, che cos’è per te la famiglia?». «La mia famiglia -risponde- è come un grande pentolone dove bolle un minestrone in cui siamo tutti insieme benché diversi». È un senso della famiglia molto forte, che si allarga oltre i legami stretti e comprende pure i cugini, al punto che in ucraino la parola “brat”, fratello si usa anche per loro. Per Ivan invece la sua famiglia attuale «è il luogo più prezioso perché lì ho gli affetti più grandi. È il posto dove si va per essere protetti, ma anche per diventare uomini. Poi c’è una parte di famiglia che è legata a una parte delle mie radici che è importante, ma non tanto come la mia famiglia attuale». A queste parole Tetyana si lascia andare sulla sedia: «I frutti sono caduti e seccati non vi è più niente da riparare».

La mediatrice Olga guarda Ivan: «Lei pensa di tradire la sua famiglia attuale nel dar ragione a Tetyana?». «Sì», risponde abbassando lo sguardo.

La guerra ha compiuto il suo compito mortifero: è penetrata nell’intimo delle persone, ha seminato incomprensione, risentimento, odio. Ha rotto ciò che più di ogni cosa ognuno desidera che sia unito: l’unione famigliare. È una morte peggiore dell’uccisione sul campo di battaglia.

Tocca a Filippo spiegare con le parole quello che i presenti non riescono più a dire: «Ci avete raccontato di un albero che è la vostra famiglia, un albero molto grande, maestoso. Il compito degli alberi è fare frutti che rotolano lontano. Ivan è uno di questi frutti: è andato molto lontano, forse preso da un uccello. Anche lui ha fatto nascere un buon albero. Avete raccontato il desiderio di riconoscere che siete il frutto dello stesso albero. Nonostante questo desiderio, avete fatto la terribile scoperta che siete davvero due alberi diversi, ma per voi è cominciato un viaggio senza ritorno e per sopravvivere a volte bisogna o tagliare un ramo o una radice. Questa esperienza attraversa i vostri cuori e in questo momento non vedete altra possibilità che prendere le distanze».

Il conflitto russo-ucraino è una guerra tra cristiani, per questo Vanoncini ricorre a un’immagine biblica: «Nella Genesi si immagina come nascano le cose belle ma anche le cose brutte. Il primo omicidio è tra fratelli. Dio dice a Caino: attento perché il male è seduto alla tua porta e tu devi dominarlo, se no lui domina te. Tetyana e Ivan stanno facendo i conti con questo male seduto alla loro porta e da cui non vogliono farsi dominare. E per quanto doloroso, a volte è meglio separarsi che farsi dominare dal male».

La parole calano lentamente, come la neve sul terreno. Tutti guardano Tetyana. Perché a tutti è chiaro che quel dialogo simulato, in lei è reale, che la finzione ha rivelato un conflitto che si svolge interamente nella sua coscienza. Tetyana è immobile, come sfinita. Ma trova la forza per parlare: «Ho sentito il male alla porta, e averlo capito mi ha aiutato a stare meglio. Prima non sapevo di avere questo nemico dentro di me. Adesso che lo so, lo posso controllare. Il fatto che Ivan abbia mantenuto la posizione, mi ha aiutata a capire il mio nemico interno». «Tetyana», le dice Filippo, «ho sentito la volontà di non farti dominare dal male. E il fatto di voler portare qui virtualmente quel tuo parente è il tuo modo di prendertene cura».

Le donne si abbracciano, alcune piangono, perché sanno che Tetyana ha rappresentato tutto ciò che esse vivono e soffrono da oltre dieci anni. E mentre il pullman nella nebbia ci riporta in Romania, non possiamo toglierci dagli occhi quei volti tristi e vigorosi. Quelle donne sanno già che la pace dipenderà da loro, saranno vittime e insieme medici delle ferite che le bombe hanno scavato nelle anime. Dovranno accudire i bambini cresciuti nella paura, che non si fidano a dar la mano a nessuno, che sanno che la loro stanza dei giochi è il bunker. Consolare le madri alle quali i russi hanno strappato i figli. Curare la mente di quei soldati devastati dagli orrori, che non riescono più a dormire in un letto ma solo per terra nel sacco a pelo, che non sopportano l’odore della carne alla griglia, che temono i cani divoratori di cadaveri. Dovranno pazientemente riunire famiglie straziate dai lutti, terrorizzate dalle esplosioni e dai massacri, spezzate dalle migrazioni. Ma soprattutto dovranno riconciliarsi con loro stesse, fermare il male dell’odio e della vendetta in agguato alla loro porta. E forse così apriranno la strada affinché un giorno, chi lo sa quando, anche i russi ricominceranno a ritrovare se stessi.

In apertura la foto del memoriale di Chernivtsi

 

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