Diritto alla salute
Un anno per la Tac: cosa funziona e cosa no nel sistema sanitario
Liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale nell’erogazione dei servizi sanitari mettono ancora a rischio l’effettività del diritto alla salute. Ma ci sono anche numeri positivi. I dati nei due nuovi Report di Cittadinanzattiva. La segretaria Mandorino: «Serve un nuovo Piano sanitario nazionale e l’attuazione piena delle riforme»
Accedere alle cure di cui hanno bisogno. Per molti italiani questo diritto rimane un miraggio. Nonostante gli effetti di alcune riforme in corso, come quelle sul contenimento dei tempi di attesa e l’aggiornamento dei Lea stiano innescando qualche effetto positivo. Sta di fatto che liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale nell’erogazione dei servizi sanitari mettono ancora a rischio il diritto alla salute per tutti.
È il messaggio, più amaro che dolce, che emerge dai due rapporti presentati da Cittadinanzattiva – il Rapporto civico sulla salute e il Rapporto sulle politiche della cronicità) al Ministero della salute.
Difficoltà ad accedere alla prestazioni
Il primo, che si è basato sull’analisi delle 16.854 segnalazioni dei cittadini ai servizi di informazione e tutela di Cittadinanzattiva, mostra che quasi la metà (47,8%) di esse riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni. Le liste di attesa per esami diagnostici, prime visite specialistiche, interventi chirurgici superano spesso di mesi i tempi previsti e rappresentano la criticità più grave e trasversale del Servizio sanitario nazionale. Nel 2024, sulla base dei tempi di attesa segnalati dai cittadini, si arrivano ad aspettare fino a 360 giorni per una Tac torace. Fino a 540 giorni per una risonanza magnetica all’encefalo e per una visita oculistica. Fino a 720 giorni per una colonscopia e anche oltre i 4-500 giorni per le prime visite specialistiche.
Ancora troppe differenze
Per verificare l’effettiva attuazione della legge 107/2024 sulle liste d’attesa, Cittadinanzattiva ha inoltre presentato un’istanza di accesso civico generalizzato a tutte le regioni per valutare l’organizzazione delle agende di prenotazione e dei cosiddetti percorsi di tutela. Solo otto hanno fornito dati completi e trasparenti, cinque non hanno risposto affatto, mentre le restanti hanno inviato informazioni parziali o formali, senza elementi utili al monitoraggio reale. Questa difformità conferma che le possibilità di ottenere una visita o un esame entro i tempi previsti dipendono ancora dalla regione di residenza.
Dati che non ci sono
Alcune regioni, in particolare Basilicata, Sardegna e Abruzzo giustificano l’assenza di dati con la transizione alla nuova piattaforma nazionale Agenas non ancora a regime. Molte amministrazioni non monitorano indicatori chiave come le prenotazioni nei giorni festivi o prefestivi o la percentuale di prime disponibilità accettate, rendendo impossibile misurare la reale accessibilità ed estensione del servizio. Emerge inoltre una disparità nei percorsi di tutela per le liste di attesa. Ad esempio, in Emilia Romagna, Marche e Lombardia l’Asl è in grado di prendere un carico una chiamata, ricontattando il cittadino, mentre in Campania e in Sardegna il paziente è solo a gestire la burocrazia tramite moduli e Urp e in Friuli Venezia Giulia non riceve alcuna informazione sui percorsi di tutela. In generale emerge un divario nord sud, perché i migliori percorsi e una maggiore trasparenza sui dati sono concentrati al centro-nord, mentre il sud è caratterizzato da risposte parziali o dal silenzio totale.
Altre criticità
Anche la piattaforma nazionale Agenas sulle liste d’attesa mostra criticità rilevanti: solo il 40,6% delle prestazioni diagnostiche e solo il 34,5% delle visite specialistiche viene accettata dal cittadino alla prima disponibilità proposta dal cup. Segno che in molti casi la data proposta non risponde ai bisogni o la struttura è troppo distante. Solo quattro prenotazioni in pre-lista su dieci vengono erogate nei tempi. Il rispetto dei tempi massimi, in generale, è garantito solo per circa la metà delle prestazioni. Nella fascia di priorità urgente, prestazioni come la colonscopia superano, per un paziente su quattro, i 105 giorni a fronte di un limite di 72 ore.

Nelle fasce D (differibile, entro 60 giorni) i tempi massimi sono ampiamente superati e arrivano fino a 147 giorni per la mammografia e a 177 giorni per la visita dermatologica. Lo stesso per la fascia programmabile (limite 120 giorni) dove si registrano 357 giorni per la colonscopia e 260 per la diagnostica senologica. Il Rapporto civico effettua un focus anche sugli altri ambiti in cui le segnalazioni dei cittadini – tendenzialmente meno numerose che negli anni passati – evidenziano delle carenze: sono quelli dell’assistenza di prossimità, ospedaliera e previdenziale, della sicurezza delle cure della prevenzione e del ticket e spesa privata.
Rapporto cronicità
Anche il rapporto sulle Politiche della cronicità 2025 presenta delle informazioni assai interessanti sulle principali difficoltà per i pazienti cronici e rari. Al quesito a risposta multipla sulle maggiori criticità, l’83,6% dei pazienti riporta tempi d’attesa eccessivi, mentre oltre il 55% dichiara di aver rinunciato almeno a una visita o esame negli ultimi 12 mesi per indisponibilità della prestazione nel Servizio sanitario nazionale. L’85,9% ha sostenuto spese di tasca propria, spesso per farmaci, integratori e visite specialistiche. In molti casi, la presa in carico della cronicità diventa insostenibile per chi vive condizioni economiche fragili.
Servizi di prossimità
Le disuguaglianze sono evidenti anche nei servizi di prossimità: solo il 46% dei presidenti di associazione ritiene realmente efficace il modello di assistenza delineato dal decreto 77/2022. Il 69,6% segnala un aumento della spesa privata a causa della desertificazione sanitaria. Per quanto riguarda i pazienti con malattie rare, oltre il 43% denuncia di doversi spostarsi in un’altra regione per ricevere cure adeguate; il 78% ha sostenuto dei costi di tasca propria per gestire la patologia; il 68.3% riporta ancora una volta le criticità di lunghi tempi di attesa per prestazioni e visite e il 46,3% problemi nell’accesso ai servizi riabilitativi.
Assistenza domiciliare
Il rapporto sulla cronicità offre un prezioso focus anche sull’assistenza domiciliare integrata – Adi. In merito Cittadinanzattiva, attraverso il proprio coordinamento delle associazioni dei malati cronici e rari, ha svolto una indagine che ha coinvolto 1136 cittadini. Ne emerge che fra coloro che hanno avuto bisogno di Adi nell’ultimo anno, il 35,4% ha ottenuto il servizio, il 15,6% ha ricevuto un rifiuto (il 53,3% per criteri clinici, ma anche per carenza di fondi e personale – 20% ciascuno) – e il 13,3% perché il servizio non è attivo o è insufficiente. Il 49% non ha mai presentato domanda pur avendone bisogno, probabilmente per scarsa informazione o per non essere stati accompagnati nell’iter di richiesta. I tempi di avvio dell’Adi sono molto variabili: circa il 60% riceve il servizio entro due settimane, mentre fino al 23% attende oltre un mese. In alcuni casi diversi mesi. Riguardo alla qualità professionale e relazionale degli operatori, la stessa è valutata positivamente dal 70,6%, mentre il coordinamento fra gli interventi e servizi sanitari e quelli di natura sociale è considerato scarso dal 41,2% dei pazienti.
Mancano i tracciamenti
Nessuna regione traccia la spesa effettiva, rendendo impossibile verificare come vengono utilizzati i fondi disponibili. La gran parte non fornisce i dati qualitativi, come le ore realmente erogate, la distribuzione dei pazienti per livelli di intensità assistenziale, l’organizzazione delle équipe o la presenza di figure professionali dedicate. Emergono inoltre ritardi nei trasferimenti finanziari per la Basilicata e il Molise che dichiarano di aver ricevuto solo una parte dei fondi previsti, anticipando le attività con risorse proprie. Questa opacità alimenta disuguaglianze territoriali e impedisce di verificare l’effettivo impatto del Pnrr sulla vita delle persone più fragili.
Appello e piano d’azione
Alla luce di questi risultati, il commento di Annalisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, è particolarmente significativo: «Il nostro Servizio sanitario nazionale resta l’antidoto più efficace per superare le disuguaglianze e garantire la salute a tutti e a tutte. Vogliamo mettere la sanità e la costruzione della salute pubblica al centro di un dibattito di cui i cittadini siano i protagonisti, con i loro diritti e con le loro responsabilità. Vogliamo contrapporre alla rassegnazione o al rischio di una profezia che si autoavvera – quella che la malattia del Servizio sanitario nazionale sia talmente grave che lasciarlo morire non fa la differenza – il potere di autonoma iniziativa che l’articolo 118 della Costituzione ci riconosce». Le modalità di questa iniziativa sono decisive: «Favorire una stagione di confronto con e fra i cittadini, a partire dalla quale proporre un’Agenda civica sulla salute e sul Servizio sanitario nazionale. Su questo chiediamo a istituzioni e professionisti, anche attraverso un Manifesto-appello che abbiamo presentato, di ritornare a dibattito unitario in cui privilegiare la partecipazione, le interconnessioni e la sinergia per dare nuovo ossigeno ad un concetto di salute basata sulle persone, siano essi professionisti che cittadini», conclude Mandorino.
Foto in apertura di National Cancer Institute da Unsplash.
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