Medio Oriente

Un contingente internazionale e un «board of peace» guidato da Trump: tra i dubbi, a Gaza scatta la “fase 2”

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha dato il via libera alla risoluzione degli Stati Uniti che ricalca il piano presentato a ottobre dal presidente americano. Tra i punti salienti, la creazione di una forza internazionale di pace non sotto l'egida dell'Onu, la creazione di un governo provvisorio apolitico e la supervisione di un comitato di pace presieduto dallo stesso Donald Trump. Ma l'accenno alla nascita di uno Stato palestinese è vago e il premier israeliano Netanyahu lo esclude

di Francesco Crippa

Con 13 voti favorevoli e le astensioni di Cina e Russia, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha dato il via libera alla risoluzione presentata dagli Stati Uniti che approva il piano architettato da Donald Trump per portare la pace a Gaza. Il piano, presentato a ottobre, si articola in 20 punti e prevede, tra le altre cose, un cessate il fuoco definitivo e la creazione di una forza internazionale di pace, la smilitarizzazione di Hamas, l’istituzione di un governo temporaneo supervisionato da un Board of peace presieduto da Trump stesso e un vago accenno alla creazione di uno Stato palestinese. Una prospettiva, questa, respinta dallo stesso premier israeliano Benajmin Netanyhau, che, parlando alla Knesst, il Parlamento, prima del voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha ribadito la sua contrarietà alla creazione di uno Stato di Palestina.

Il presidente statunitense ha esultato sul proprio social, Truth, parlando di un «momento di portata storica» che porterà «la pace in tutto il mondo», ma la situazione è lungi dall’essere risolta, perché Hamas non ha accettato il piano Usa-Onu (che entra comunque in vigore). «La risoluzione impone un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di Gaza che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano», si legge in una dichiarazione sul canale Telegram del gruppo terroristico. In particolare, Hamas è contrario alla presenza di una forza internazionale non sotto l’egida Onu che vada oltre il compito di separare le forze in conflitto, laddove invece il piano Trump prevede che la forza di pace partecipi all’amministrazione della Striscia di Gaza. Dal canto suo, invece, l’Autorità nazionale palestinese ha accolto positivamente il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Con il voto di lunedì 17 novembre, il processo di costruzione di pace a Gaza entra quindi nella «fase 2». La prima era iniziata il 10 ottobre con l’entrata in vigore del un cessate il fuoco e l’avvio della liberazione di tutti gli ostaggi (e della restituzione dei corpi di chi quelli morti) israeliani e la scarcerazione, da parte di Tel Aviv, di alcuni detenuti palestinesi accusati di essere miliziani di Hamas. Inoltre, l’inizio della tregua di un mese e mezzo fa ha permesso l’ingresso di aiuti umanitari in quantità pari almeno a quelle previste dall’accordo in materia di gennaio, il ripristino delle infrastrutture (acqua, elettricità e fognature) e la liberazione delle strade dalle macerie, che secondo alcune stime sono 61 milioni di tonnellate. Il piano Trump prevede che la distribuzione degli aiuti umanitari avvenga «senza interferenza delle due parti» e che a occuparsene sia l’Onu, la Mezzaluna rossa e «altre istituzioni internazionali non associate in alcun modo a una delle parti». Secondo gli operatori sul campo, però, gli aiuti umanitari che stanno entrando nella Striscia sono insufficienti a rispondere all’emergenza.

Cosa prevede il piano Trump

La liberazione degli ostaggi e la cessazione delle ostilità è stata la condizione necessaria per l’avvio della seconda fase della pace, che dovrebbe portare a una Striscia di Gaza «deradicalizzata» e «riqualificata e ricostruita a beneficio della popolazione». Il piano prevede che la Striscia sia governata da un’amministrazione transitoria temporanea, cioè da un «comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e municipali per la popolazione» Il comitato sarà composto da «.palestinesi qualificati e da esperti internazionali» e sarà posto sotto la supervisione del «Board of peace», un organismo transitorio internazionale presieduto da Trump e formato da altri capi di Stato e di governo e altri membri, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair. Compito del Board of peace sarà definire il quadro di riferimento e gestire i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza e rimarrà in carica «fino a quando l’Autorità palestinese non avrà completato il suo programma di riforme» e «potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace».

La bozza presentata da Trump e approvata dall’Onu prevede, inoltre, che venga definito un piano economico di sviluppo per «ricostruire e rilanciare Gaza». Sarà elaborato grazie a un «gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle moderne “città miracolo” fiorenti in Medio Oriente». Inoltre, dovrebbe essere istituita una zona economica speciale con tariffe e accessi agevolati.

Tra i punti chiavi del piano Trump, oltre alla completa smilitarizzazione di Hamas e alla distruzione di tutte le sue infrastrutture militari, tunnel compresi, c’è l’istituzione di una «Forza internazionale di stabilizzazione» – Isf, creata dagli Usa in collaborazione con partner arabi e internazionali. Non sarà, dunque, un contingente di pace Onu. Sarà l’Isf ad addestrare e sostenere la polizia palestinese e con essa, Israele ed Egitto si occuperà di garantire la sicurezza dei confini. La durata del mandato dell’Isf è incerta: resterà in attività per almeno due anni, con possibilità di rinnovo. Man mano che l’Isf assicurerà stabilità, l’esercito israeliano si ritirerà dalla Striscia.

Il piano Trump prevede, poi, l’avvio di un dialogo interreligioso «fondato sui valori di tolleranza e della pacifica convivenza» volto a «cercare di cambiare mentalità e narrazioni di palestinesi e israeliani, sottolineando i benefici che possono derivare dalla pace». Infine, il piano riconosce l’«aspirazione» del popolo palestinese all’autodeterminazione e all’avere un propria Stato, ma rinvia a un non meglio precisato momento in cui ci saranno «le condizioni per un percorso credibile» il tempo in cui sarà possibile trasformare l’aspirazione in realtà. Proprio la mancanza di garanzie esplicite rispetto alla futura creazione di uno Stato palestinese ha determinato l’astensione di Cina e Russia.

I dubbi sui limiti del piano

Per Sandro De Luca, direttore generale della rete di ong Link2007, il piano Trump ha un limite. «Perlomeno, ha il pregio di essere un tentativo di mettere uno stop alla tragedia a cui abbiamo assistito, ma dobbiamo essere estremamente disillusi, perché è difficile creare una pace duratura se manca una logica della giustizia». Il problema, sostiene De Luca, è che «il piano non tiene conto dell’approvazione o meno dei palestinesi stessi, il che rischia di essere un elemento pregiudicante delle prospettive future. È difficile, nel contesto attuale, segnato da quello che è avvenuto e dagli strascichi che ha lasciato nella visione delle persone, che si possa andare davvero verso la prospettiva dei due popoli e due Stati».

Per quanto riguarda la risposta all’emergenza umanitaria, l’auspicio è che la risoluzione Onu possa implementare il sistema di aiuti che già entra nella Striscia. «Ma siamo ancora alla stessa situazione di prima della tregua, cioè stiamo cercando di garantire il minimo dell’assistenza umanitaria», ribadisce De Luca. «Se la Forza internazionale di pace gestirà i valichi, o quantomeno quelli che non confinano con Israele, e lo farà in modo molto aperto, questo sarà un bene per la popolazione palestinese».

Più critico, invece, un rappresentante della Piattaforma Mediterraneo e Medio Oriente, che per ragioni di sicurezza preferisce restare anonimo. «La situazione è tragica, perché la risposta umanitaria non è neanche lontanamente sufficiente ai bisogni della popolazione. Per sbloccare la situazione basterebbe poco, cioè aprire i confini e far entrare tutti gli aiuti necessari». Dal suo punto di vista si tratta di un problema non economico e nemmeno organizzativo, ma squisitamente politico, perché «ci sono decine e decine di Stati pronti a mandare aiuti e personale medico, ma mi sembra che Israele non stia facendo nulla che dimostri la sua volontà di lasciare il controllo della Striscia a un’altra autorità». In più, aggiunge, il fatto che i palestinesi non abbiano avuto voce in capitolo nell’adozione del piano lo fa assomigliare a una «imposizione dall’alto» pericolosa, «perché se ci sono degli elementi che sono contrari, si rimane in una situazione di conflitto».

L’emergenza umanitaria continua

Intanto, i forti temporali di venerdì 14 novembre hanno causato diversi allagamenti, soprattutto a Gaza City e nel nord della Striscia, creano danni e disagi per circa 13 mila famiglie (dati Ocha). In risposta all’emergenza, nel weekend sono arrivate nella Striscia più di 10 mila tende, almeno 83 mila teloni e 59 mila coperte. Sempre secondo l’Agenzia Onu per gli affari umanitari, tra l’11 e il 15 novembre sono entrati nella Striscia, attraverso i valichi di Kerem Shalom (Sud), Kissufim (Est) e Zikim (Nord), 842 camion carichi cibo, vestiti invernali, tende, coperte, teloni, set da cucina e materassi, kit igienici e pannolini, medicinali, olio per generatori e carburante. Inoltre, nelle ultime settimane sono aumentati i punti di servizio sanitario, che ora sono 219 contro i 197 contati a ottobre.

In apertura: bambini palestinesi camminano tra le tende in un campo sfollati a Deir al-Balah durante un temporale il 14 novembre (AP Photo/Abdel Kareem Hana/Associate Press/LaPresse)

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