Giovani

Università e Sud, la fuga dei cervelli costa oltre 4 miliardi

Sono 134mila ogni anno gli studenti che dal Meridione vanno a studiare negli atenei del Centro Nord. A loro si devono aggiungere 36mila laureati che se ne vanno a lavorare nell’Italia centro settentrionale o all’estero. Sono alcuni dei dati del focus Censis - Confcooperative. «Un depauperamento silenzioso di risorse che svuota interi territori. Un pezzo della futura classe dirigente che se ne va», commenta il presidente Gardini

di Antonietta Nembri

È un travaso di ricchezza dal Sud al Centro Nord che continua. Ne è sicuro Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative nel commentare il focus Censis – Confcooperative dal titolo “Sud la grande fuga”.

«C’è un treno che parte dal Mezzogiorno ogni giorno. È carico di sogni, talenti, futuro, ma non torna mai indietro. Un trasferimento di ricchezza che risale dal Sud prendendo la strada del Nord» continua Gardini.
Il suo è un riferimento all’esodo di 134mila studenti verso le università del Centro-Nord «non è solo una statistica: è una perdita sociale, economica, demografica, culturale», sottolinea. «Un depauperamento silenzioso di risorse che svuota interi territori. Un pezzo della futura classe dirigente che se ne va, lasciando dietro di sé interrogativi sul destino del Mezzogiorno. Una fuga che al Sud costa oltre 4 miliardi» chiosa.

Roma, Milano e Torino le prime mete

Le città più gettonate sono nell’ordine Roma, Milano e Torino. Roma con 32.895 studenti che rappresentano il 16,4 % sul totale degli iscritti nelle sedi universitarie della provincia; Milano con 19.090 studenti il 10,1% (sul totale) e Torino con 16.840 il 15,7% sul totale (sul totale).

Il focus realizzato con il Censis mette nero su bianco i numeri: 157 milioni di euro evaporati dalle casse degli atenei meridionali. Risorse che si materializzano altrove, nelle università del Centro-Nord, dove rette più salate (2.066 euro contro i 1.173 del Sud) hanno fruttato 277 milioni di incassi. Il conto per le famiglie meridionali? Altri 120 milioni annui di differenziale.
Il Sud, insomma, paga di più per vedere partire i propri figli.

Solo 10mila giovani da Nord a Sud per studiare

Nel focus si parla anche di una “contro-migrazione” che viene definita però “debole”. Sono 10mila i giovani che dal centro nord si sono iscritti alle università del Sud e che invece di versare 21,1 milioni di rette alle università settentrionali, ne hanno pagati 12 a quelle del Mezzogiorno, ma è una contro migrazione che non compensa, né mitiga gli effetti economici e sociali della fuga dei giovani dal Sud.

Per Confcooperative, inoltre, il “dramma non si ferma qui”. «All’esodo degli studenti si sommano altri 36mila giovani ad alta qualificazione che, laureati nel mezzogiorno, se ne vanno», chiosa Gardini. Il riferimento è ad altri dati: nel 2022, 23mila laureati al Sud hanno scelto le regioni centro-settentrionali come approdo lavorativo.
Nel 2024, altri 13mila hanno varcato i confini nazionali. Migliaia di giovani che si sono formati con risorse meridionali, e che valorizzano le proprie competenze lontano dai luoghi che hanno investito nel loro futuro.

4,1 miliardi di investimento in fumo

Parlando ancora di numeri, ogni laureato rappresenta un investimento di 112.000 euro – pubblico e privato – dalle elementari fino alla pergamena. I 13mila giovani che sono partiti per l’estero equivalgono a 1,5 miliardi di euro bruciati. I 23mila trasferiti al Centro-Nord pesano 2,6 miliardi. Parliamo di 4,1 miliardi di euro. Soldi investiti dal Sud per formare una classe dirigente che poi sceglie di restituire altrove il proprio know how.

Che fare, dunque? In una nota si ricorda che il Mezzogiorno «non è un deserto. Ha asset, potenzialità ed energie. Occorre, però, preservare i fattori di sviluppo e puntare su formazione avanzata e strategica».

Puntare su innovazione e materie Stem

Un dato su tutti: i laureati nelle cosiddette discipline Stem (cioè scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) rappresentano appena il 22,4% del totale nazionale, con un gap di 11 punti percentuali rispetto al peso demografico del Sud. E le startup innovative? Solo il 28,3% del totale.

«La strada per invertire la rotta esiste: investire in innovazione, formare in ambiti strategici, aprire finestre internazionali. Il sistema dell’istruzione, dell’università e della ricerca è l’unica via per collocare il Mezzogiorno sulla frontiera tecnologica e restituirgli competitività. L’unica strada», conclude Gardini «per non continuare a guardare quel treno partire senza ritorno».

Nell’immagine in apertura aula dell’Università La Sapienza di Roma – photo Cecilia Fabiano / LaPresse

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