10 anni di insegnamento
Università in carcere, quei 175 studenti ristretti della Statale
Mille ore di lezione in un decennio per il Polo penitenziario universitario dell’ateneo milanese è il più grande in Italia e tra i più grandi in Europa. La rettrice Marina Brambilla: «Ci ha regalato un primato nazionale che ci rende davvero orgogliosi: realizza un dettato costituzionale, insegna e dà consistenza ad una solidarietà giusta e necessaria, forma e allena alla coesione sociale nella pratica dell'insegnamento e dell'amicizia, nutrendo una delle identità più importanti di questa università». All’interno del progetto è nato anche il primo Osservatorio sul diritto allo studio in carcere italiano
Da 10 anni l’Università degli studi di Milano porta avanti il progetto Carcere, il Polo penitenziario della Statale è il più grande in Italia e tra i più grandi a livello europeo per numero di studenti ristretti iscritti e per la partecipazione di tutor e docenti. Attualmente sono 175 gli iscritti detenuti, da otto istituti penitenziari lombardi in 34 corsi di laurea, 170 i tutor coinvolti. Dalla sua nascita ha permesso a 24 persone in esecuzione penale di laurearsi.
Oltre 1.000 ore di lezione
Nato nel novembre 2015, il progetto Carcere ha saputo trasformare il Polo universitario penitenziario della Statale in un punto di riferimento. Nel corso di questi 10 anni, il progetto ha coinvolto circa 600 tutor, 35 docenti titolari di corsi, oltre a moltissimi altri che hanno contribuito con singole lezioni. Sono stati organizzati 55 laboratori e corsi didattici, per un totale di oltre 1000 ore di lezione, che si sono svolti negli istituti penitenziari con la presenza congiunta di studenti ristretti e liberi e che hanno portato quasi 1.200 studenti esterni a confrontarsi direttamente con la realtà carceraria.
Filosofia il corso più frequentato
Degli attuali 175 studenti ristretti iscritti, nove sono studentesse e 166 gli studenti. L’offerta formativa seguita dagli iscritti comprende 34 corsi di laurea, con una particolare concentrazione nei corsi triennali. Filosofia, il dipartimento in cui il progetto è nato, resta il corso più frequentato, seguito da Scienze Politiche, Scienze Umanistiche per la Comunicazione, Scienze dei Servizi Giuridici e Giurisprudenza. La maggior parte degli studenti ristretti ha più di 30 anni, con una significativa partecipazione di persone oltre ai 60 anni. Gli studenti provengono prevalentemente dal circuito di media sicurezza, ma il progetto raggiunge anche chi si trova in alta sicurezza, nel regime del 41 bis, in comunità o in misure alternative.
Il ruolo chiave dei tutor
Nel 2024 sono stati sostenuti 255 esami, mentre nel 2025 sono già 250 le prove con cui gli studenti si sono misurati. I tutor svolgono un ruolo chiave per traduzione pratica del diritto allo studio: accompagnano gli studenti ristretti in ogni fase del percorso accademico, aiutandoli a costruire un metodo di studio efficace, a preparare gli esami e a gestire i materiali didattici tra carcere e biblioteche di ateneo.
Il primo Osservatorio sul diritto allo studio in carcere italiano
Dal 2022 all’interno del progetto Carcere della Statale è nato anche il primo Osservatorio sul diritto allo studio in carcere italiano, con lo scopo di garantire il coinvolgimento attivo degli studenti detenuti, monitorare le loro condizioni di studio e svolgere attività di ricerca sull’impatto degli interventi formativi in carcere. Due i risultati più importanti frutto dell’attività dell’Osservatorio. Il primo è la decisione del Consiglio regionale di sollevare tutti gli studenti universitari ristretti in Lombardia dal pagamento della tassa regionale per il diritto allo studio.

Il secondo è la stipula di un contratto di comodato tra ateneo e casa di reclusione di Opera per fornire agli studenti che vi sono ristretti pc e stampanti. Nel 2024, inoltre, grazie alla sinergia tra la Statale di Milano, l’Università di Milano-Bicocca e l’Università Bocconi, è stata inaugurata un’aula informatica nella casa di reclusione di Bollate, per dare agli studenti detenuti uno strumento in più per il loro corso di studi.
La rettrice Brambilla: «Un primato che ci rende orgogliosi»
«Il progetto Carcere ci ha regalato un primato nazionale che ci rende davvero orgogliosi: realizza un dettato costituzionale, insegna e dà consistenza ad una solidarietà giusta e necessaria, forma e allena alla coesione sociale nella pratica dell’insegnamento e dell’amicizia, nutrendo una delle identità più importanti di questa università», ha detto la rettrice dell’Università degli Studi di Milano Marina Brambilla, in occasione della celebrazione del decennale.

«È stato fondamentale per le persone ristrette, aiutate a riprendere il corso della propria vita con un bagaglio di conoscenza e competenza utile a dare il proprio contributo positivo alla società, recuperando fiducia e autostima. Ma non è stato da meno per i nostri studenti», prosegue Brambilla, «che hanno sempre risposto con entusiasmo e hanno avuto l’opportunità di fare un’esperienza formativa e di crescita personale e umana di inestimabile valore sociale: conoscendo direttamente vicende difficili, non così rare ma spesso ai margini della nostra attenzione, hanno infatti potuto dare al proprio percorso formativo anche un significato di profondo valore civile».
Un ponte civico tra la Statale e gli istituti penitenziari
«Il nostro progetto si è tradotto nella costruzione di un ponte civico che unisce la Statale e quella particolare porzione della comunità circostante che sono gli istituti penitenziari, con lo scopo di portare quotidianamente l’università in carcere, mettendo chi vi è ristretto in condizione di esercitare in concreto il proprio diritto allo studio», dice Stefano Simonetta, prorettore ai Servizi agli studenti e Diritto allo studio della Statale e referente di ateneo per il progetto Carcere. «Nato con l’intenzione di contribuire al reinserimento sociale di chi è temporaneamente separato dal resto della società per aver commesso reati, il progetto si è poi rivelato anche una straordinaria occasione di crescita umana e culturale per tutti coloro che vi prendono parte da cittadini liberi».
La dimensione relazione e di socializzazione
L’idea del progetto Carcere «è nata perché, poco più di 10 anni fa, sono andato a fare un esame della Storia della filosofia in carcere e mi sono reso conto, dalla testimonianza del detenuto a cui stavo facendo l’esame, che sarebbe stato importante aiutare chi voleva studiare all’università, pur essendo in un istituto penitenziario», continua Simonetta.
«Avevamo quattro studenti iscritti nel 2015, ora ne abbiamo quasi 180. Noi facciamo lezione in carcere insieme ai nostri studenti esterni, è una delle cose di cui siamo più orgogliosi tenere delle lezioni in cui chi è ristretto, segue un corso insieme ai compagni che vengono dall’esterno. È importante anche la dimensione relazionale e di socializzazione. Si creano delle relazioni sia fra i ragazzi che frequentano che vengono dall’esterno e i loro compagni detenuti, ma soprattutto fra i tutor e i loro studenti ristretti».
I libri che cambiano la vita
«La cosa che più colpisce me, i miei colleghi, gli studenti sono i racconti delle persone che ci dicono come i libri hanno cambiato loro la vita. Mi ricordo uno studente che ci ha raccontato di aver trovato un giorno sul tavolino un libro lasciato dal suo compagno di cella, che aveva terminato di scontare la sua pena. “Non avevo mai letto un libro di filosofia in vita mia e ben pochi libri in generale. Lettere a Lucilio di Seneca, mi ha veramente cambiato la vita”. Questo ristretto si è iscritto alla facoltà di Storia e poi di Filosofia come seconda laurea».

Molti studenti iscritti ai corsi per interesse
Il progetto Carcere è rivolto a quella parte della popolazione penitenziaria «che manifesta interesse per un corso e che, su indicazione degli educatori, ha gli strumenti minimi per seguirlo. C’è anche chi si iscrive per cultura personale, per formazione, per un forte interesse», prosegue Simonetta. «Ci sono alcuni studenti che, non essendo neanche diplomati, non possono conseguire la laurea. Frequentando questi corsi, alcuni decidono di prendere la maturità da privatisti e poi di iscriversi all’università con noi. Su 25-30 studenti ristretti, in media almeno una decina frequentano non per conseguire una laurea».
Foto ufficio stampa Statale di Milano (in apertura studenti, docenti e tutor)
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