Associazionismo & violenza sulle donne

Violenza maschile, Acli: «Preoccupanti le parole di Nordio sull’origine “genetica”»

Il ministro Carlo Nordio, in una recente dichiarazione, ha detto che la violenza maschile avrebbe un’origine “genetica”. Mariangela Perito, responsabile del Coordinamento donne Acli: «La violenza non è un destino. Attribuirla al codice genetico del maschio rischia di giustificare atti di prevaricazione e di dividere la società tra “buoni” e “cattivi”, negando la possibilità di scelta, responsabilità, riparazione e cambiamento»

di Ilaria Dioguardi

È forte la preoccupazione delle Acli e del Coordinamento donne Acli per le recenti dichiarazioni del ministro Carlo Nordio, secondo il quale la violenza maschile avrebbe un’origine “genetica”. «Una tesi che, se accettata, trasformerebbe un fenomeno complesso in un destino biologico immutabile», dice una nota aclista.

«La violenza non è un destino», afferma Mariangela Perito, responsabile  del Coordinamento donne Acli. «Attribuirla al codice genetico del maschio rischia di giustificare atti di prevaricazione e di dividere la società tra “buoni” e “cattivi”, negando la possibilità di scelta, responsabilità, riparazione e cambiamento», si legge in una nota aclista.

Investimenti in educazione sessuo-affettiva

«La violenza di genere è il risultato di una cultura plasmata nei secoli, di rapporti di potere, ruoli sociali e stereotipi sedimentati nel privato e nel pubblico. Non è un fenomeno “naturale”, ma un problema sociale e culturale, la cui punta dell’iceberg sono i femminicidi», spiegano le Acli. «Ridurre tutto alla biologia significa ignorare il lavoro educativo, sociale e istituzionale necessario per contrastarla, si legge nella nota. La risposta deve essere strutturale: non basta la repressione, servono investimenti seri e continui in educazione sessuo-affettiva, in formazione per chi opera nella giustizia, in programmi di sensibilizzazione e prevenzione».

Il Coordinamento donne delle Acli ricorda come l’Organizzazione mondiale della sanità – Oms e l’Unione europea indichino chiaramente la necessità di percorsi educativi nelle scuole, ancora oggi assenti nel sistema italiano. Inoltre, denuncia la carenza di programmi strutturati e diffusi nel sistema scolastico, la formazione non può essere un’opinione. Delegare al sistema familiare il consenso per gli interventi relativi all’educazione sessuo-affettiva «significa depotenziare uno degli strumenti fondamentali per prevenire violenza e discriminazioni», ha aggiunto Perito.

Una responsabilità collettiva

«Non tutte le famiglie hanno gli strumenti per decidere, la scuola deve poter offrire competenze, conoscenza e tutela. Aspirare a un cambiamento culturale», ha proseguito Perito, «significa costruire una società basata sulla cura, sul confronto, sulla valorizzazione delle differenze e sulla pace, non sulla paura o sui pregiudizi. Solo passando da interventi emergenziali a programmi stabili di prevenzione possiamo rafforzare diritti, libertà e pari opportunità. Un contesto sociale che reprime, giudica o controlla può trasformare fragilità in dominio e violenza. Il cambiamento richiede responsabilità collettiva, istituzionale e culturale».

Il Coordinamento donne Acli conferma il suo impegno a lavorare nelle scuole, nei territori e nei luoghi della partecipazione sociale per prevenire la violenza di genere, contrastare stereotipi e costruire una cultura realmente rispettosa delle differenze.

Foto di Eric Ward su Unsplash

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