I buchi nella rete antiviolenza

Violenza sulle donne: quei 111 territori ad alto rischio, ma senza centri di supporto

Con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, l'ufficio valutazione d'impatto del Senato ha mappato i 1.942 casi di femminicidio avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2022. I femminicidi aumentano dove le donne sono più emancipate e ben 111 aree particolarmente a rischio non hanno alcun centro di riferimento. Cristina Carelli –presidente di Donne in Rete contro la violenza – commenta lo studio, che presenta anche alcune sorprese...

di Francesco Dente

Roma, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, le scarpette rosse come simbolo di femminicidi

C’è una relazione fra emancipazione delle donne e tasso di femminicidi? E che impatto ha l’apertura di un centro antiviolenza nel territorio? Le organizzazioni che supportano le vittime sono davvero presenti nelle aree più a rischio? Sono i tre pressanti interrogativi a cui prova a rispondere uno studio dell’Ufficio Valutazione Impatto-Uvi del Senato che dimostra come l’intelligenza artificiale possa dare un contributo al contrasto della violenza grazie all’uso di strumenti di machine learning e di basi dati territoriali. La ricerca copre un arco di 17 anni e punta a identificare in anticipo le aree a maggior rischio di femminicidio, individuando i principali predittori socio-demografici con l’obiettivo di valutare se i territori più problematici possono contare su reti e azioni sufficienti a prevenire e a arginare i reati di genere e – in caso contrario – intervenire.

Gli analisti, in particolare, hanno ricostruito 1.942 casi di omicidi di donne avvenuti in Italia tra il 2006 e 2022 partendo da informazioni ricavate da fonti indipendenti come i centri antiviolenza o gli articoli di stampa e in seguito hanno incrociato i dati sugli eventi con informazioni complete (oltre 100 variabili) relative alle caratteristiche demografiche, socio-economiche, politiche e geografiche dei 610 sistemi locali del lavoro italiani. Vita ha commentato le conclusioni dell’indagine, alcune inattese, con Cristina Carelli, presidente di Donne in Rete contro la violenza-DiRe, l’arcipelago nazionale antiviolenza gestito da 88 organizzazioni femminili.

Più femminicidi dove c’è più emancipazione

Fermo restando che non ci sono aree esenti da rischio, ma solo zone a minore o maggiore rischio, gli autori hanno provato a verificare l’ipotesi che determinati fattori socio-economici legati al territorio, come ad esempio il declino economico, la persistenza di stereotipi o di norme legate a una cultura patriarcale, costituiscano un terreno fertile per la violenza contro le donne. Ebbene, la mappa elaborata, se da un lato evidenzia l’assenza di una netta dicotomia Nord-Sud e una marcata eterogeneità del rischio sul territorio italiano, dall’altro smentisce la visione tradizionale della violenza di genere come più diffusa nelle comunità isolate e a minore partecipazione femminile al mercato del lavoro. «I femminicidi sono infatti meno probabili nelle aree rurali dove l’emancipazione femminile è in genere più bassa, mentre il rischio è più elevato nelle aree più popolate e in cui è verosimile che l’emancipazione delle donne sia maggiore», sintetizzano i ricercatori. Risultati in linea con la teoria del “rigetto dell’emancipazione” che collega la maggiore autonomia femminile all’aumento della violenza di genere: «È una conferma che più le donne esprimono libertà e presa di distanza dal controllo patriarcale, più sono a rischio di femminicidio», chiosa Carelli.

Mancano centri antiviolenza nelle aree più a rischio

I Cav e le case rifugio sono il fulcro della rete territoriale antiviolenza. Ben 61.514 donne li hanno contattati tra il 2017 e il 2023 (ultimo anno disponibile). Nel giugno 2024 i centri riconosciuti erano 457. L’analisi dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato rileva purtroppo che la distribuzione – frutto dell’iniziativa spontanea del volontariato locale – rispecchia solo parzialmente la mappa del rischio di femminicidio: in 111 ambiti classificati come ad alto rischio non è presente alcun centro. C’è invece una buona corrispondenza tra le aree a rischio più basso di femminicidio individuate dall’IA e una presenza scarsa o nulla di centri: in sostanza, non ci sono energie “sprecate” in quanto messe là dove servono meno, ma ancora mancano troppi riferimenti là dove invece dove servirebbero. Dati che interrogano anche il Terzo settore. Come rafforzare la presenza di nuovi centri? «I gruppi di donne devono essere sostenuti economicamente: messi nelle condizioni di svolgere un lavoro complesso, delicato e continuativo. C’è bisogno, più in generale, di una maggiore capacità di ascolto di queste realtà e di integrazione nel sistema come dispone la Convenzione di Istanbul che prevede il coinvolgimento di queste realtà nella governance dei piani e delle reti antiviolenza», ragiona la presidente di DiRe. Il punto, prosegue, è che non basta porre l’accento sulla quantità dei centri presenti: bisogna lavorare sulla qualità. «Oggi in Italia scontiamo purtroppo la presenza di tante realtà che agiscono esclusivamente come un servizio che svolge azione di riparazione del danno. Servirebbero invece Cav che fossero anche un luogo dove si fa un lavoro di promozione di politiche adeguate e che agisce sulle istituzioni perché siano sempre meno rivittimizzanti nei confronti delle donne», spiega Carelli.

I centri antiviolenza riducono i femminicidi?

Ma quale impatto hanno i centri antiviolenza? Lo studio mostra che, in media, l’apertura di un nuovo centro non diminuisce significativamente a livello locale la probabilità di un femminicidio né tantomeno ha effetti rilevanti sui maltrattamenti o lo stalking. Ha invece un impatto sulla riduzione del numero dei casi segnalati di violenza sessuale. Conclusioni sorprendenti, che infatti non convincono la rete antiviolenza. «Credo che questa lettura non tenga conto di un dato legale e cioè che nella maggior parte dei femminicidi le vittime non si erano rivolte ai centri antiviolenza ma alle istituzioni, forze dell’ordine e magistratura, che purtroppo avevano mancato nell’invio a un centro antiviolenza», commenta Carelli. Secondo la numero uno di DiRe è molto importante che ci sia invece un accompagnamento da parte dei centri antiviolenza che hanno la capacità di cogliere l’innalzamento del rischio. Per questo auspica il coinvolgimento in futuro dei Cav nella costruzione e nella lettura delle ricerche. Pena, sottolinea, il rischio di mettere in discussione il valore dell’attività dei Cav.

 Foto di Daniele Stanisci/Toiati/Sintesi 

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