L'Isola senza cura

Bressanello: «Salute mentale, il carcere ormai è un anello del sistema sanitario. Ma così non funziona»

Parla il fondatore di Domus de Luna, una Fondazione che opera in Sardegna da vent'anni. Indica una delle carenze più gravi del sistema sanitario nazionale: i distuirbi psichiatrici, spesso legati alle dipendenze, e i servizi destinati a donne e bambini che hanno vissuto incuria, maltrattamenti e abusi

di Luigi Alfonso

«C’è una criticità insidiosa all’interno dell’emergenza sanitaria, in Sardegna come nel resto d’Italia. Riguarda tanti cittadini, ma non solo le fasce più fragili della popolazione. Mi riferisco al complesso mondo della psichiatria, ai problemi delle dipendenze da sostanze, alcol o gioco d’azzardo, ma anche ai servizi essenziali destinati a donne e bambini che hanno vissuto incuria, maltrattamenti e abusi». La preoccupazione di Ugo Bressanello (nella foto d’apertura), fondatore di Fondazione Domus de Luna di Cagliari, riassume il pensiero di tantissimi addetti ai lavori: medici, psichiatri, psicoterapeuti, operatori delle comunità di recupero, educatori. E lui, che negli ultimi vent’anni ha aperto comunità destinati alle più svariate categorie degli “ultimi”, sa bene di che cosa parla.

«Rafforzo il concetto già espresso: non esiste un’emergenza Sardegna, stiamo parlando di un problema comune a tutto il Paese. Parlo del sistema di accoglienza e cura di coloro che hanno fragilità dal punto di vista psichico. Ormai è arrivato al collasso. Magari a Milano si avverte un po’ di meno e a Napoli un po’ di più, ma la sostanza è questa», sottolinea Bressanello. «È il sistema a essere sbagliato. E ha bisogno di essere riformato in maniera profonda, alla radice».

«Avverto una fuga dalle responsabilità»

Il problema, dunque, è nazionale. «Ma in Sardegna, come in buona parte del Mezzogiorno, è particolarmente accentuato», sottolinea Bressanello. «La legge Basaglia è nata pensando a una strategia diversa da quella che è stata attuata in seguito. Quando sono stati chiusi i manicomi, non si pensava certamente a questo tipo di gestione. Avverto una fuga dalle responsabilità. Sento sempre più spesso frasi del tipo: “Se lui o lei non vuole curarsi, cioè se non c’è la consapevolezza e la decisione di queste persone di fare un passo avanti verso la cura, io non posso farci niente”. Lo sentiamo ripetere da anni, sempre più di frequente. A che cosa porta questo atteggiamento? Se non abbiamo una rete di servizi sul territorio o comunque porte aperte alle quali queste persone possano bussare, rivolgersi e trovare accoglienza e risposte, tutte queste problematiche si traducono quasi sempre in un solo modo: il carcere diventa quasi un anello del sistema sanitario, che però non funziona. Il ricettacolo di tutte queste persone che non hanno un riferimento preciso e sicuro. Ho letto la recente intervista di VITA alla Garante dei detenuti della Sardegna: ebbene, confermo ogni singola parola pronunciata da Irene Testa. In molte celle degli istituti di pena dell’Isola convivono detenuti sani e detenuti con disturbi psichiatrici. È una bomba pronta a esplodere. Lo diciamo in tanti da tempo, ma non mi sembra che si stia cercando una soluzione al problema».

Dove vanno a finire queste persone, se non vengono intercettate per tempo e aiutate adeguatamente? Bressanello non ha dubbi: «Novantanove volte su cento, vanno a finire in carcere. Se non c’è un sistema che consente loro di essere fermate e poi ascoltate e supportate, finiscono col commettere qualche stupidata che pagano a caro prezzo. Loro, da sole, non riescono a fermarsi: se hai problemi di dipendenze, non hai la lucidità per capire come agire per il meglio. I pochi che non delinquono, e dunque non finiscono in carcere, si fanno male o fanno del male ad altre persone. Il problema non è attribuibile al numero e alla qualità dei servizi offerti dalle comunità di recupero: è sbagliato proprio il modello alla base, e sono sbagliate le modalità attraverso le quali queste persone vengono inviate in comunità».

Il numero uno di Domus de Luna tocca poi un altro argomento critico. «Quando parlo con i dirigenti del settore sanitario, spesso tirano in ballo i budget risicati. Ma come possono parlare di soldi e di numeri, di fronte alla vita di una o più persone? Parliamo di vita buona e di vita terribile, se non addirittura di morte nei casi più disperati. Poco importa se siano problemi psichiatrici, di dipendenza o entrambe le cose: ormai, buona parte di queste persone è in doppia diagnosi, e c’è una complessità enorme nella gestione di questi casi. Soprattutto in carcere, dove a volte non c’è il personale competente e comunque non ci sono i numeri necessari per far fronte all’emergenza. Perché di questo si tratta: quando va bene, parliamo di un problema che riguarda il 30% dei detenuti. In molti casi, si arriva a punte del 50%. Cioè uno su tre o addirittura uno su due».

«Per donne e bambini a rischio occorrono canali d’intervento più tempestivi»

«È un tema trasversale che non trova risposta», sottolinea Bressanello. «Ed è un aspetto che va a sommarsi alle criticità generali che caratterizzano il sistema sanitario nazionale e ormai riguardano tutti. Ci lamentiamo tanto di certi disservizi, che ormai sono sin troppo evidenti, figuratevi quali problemi ci sono all’interno del sistema penitenziario, considerando la qualità di moltissime strutture e il poco personale a disposizione. C’è poi un altro aspetto delicatissimo e riguarda donne e bambini, che avrebbero bisogne di vie più brevi per determinate cure. Faccio un esempio: un bambino che sta in comunità perché è vittima di incuria, maltrattamento o abuso, non può aspettare mesi per fare una terapia psicologica. Non può fare psicoterapia una volta ogni tanto. Perciò ha bisogno di un canale privilegiato. Anzi, parliamo di canale più tempestivo, perché la parola “privilegio” può far pensare male. Qualcosa è stata fatta per le donne vittime di violenze, penso per esempio ai codici rosa. Ora dobbiamo pensare ai minori, a cominciare da quelli allontanati dalle famiglie d’origine. E questi interventi non possono finire con l’urgenza, vanno programmati nel lungo periodo. Le persone che vivono questi drammi, ammesso e non concesso che riescano a recuperare dai traumi, hanno bisogno di tempo per produrre benefici e stabilità. In particolar modo se sei un bambino o un adolescente. Si tratta, peraltro, di investimenti che consentono di far risparmiare parecchie risorse al sistema sanitario nel medio e lungo periodo. A volte si tratta semplicemente di miopia politica, perché i risultati in genere si vedono molto tempo dopo e di essi beneficerebbero altri. Occorrono politici illuminati, però oggi non se ne vedono tanti in circolazione. Servirebbe il coraggio di fare investimenti generazionali, che a mio avviso ridurrebbero in maniera importante il numero di giovani che finiscono nel mondo delle dipendenze e della violenza: sarebbero più sereni ed equilibrati, in quanto avrebbero curato i loro problemi e sanato i propri traumi nella maggior parte dei casi».

Credit: la foto d’apertura è di Domus de Luna

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