Giustizia senza diritti

Carceri, la garante: «In Sardegna è un disastro: la situazione non è più sostenibile»

Dopo la rivolta nel carcere di Massama (Oristano), parla la garante regionale della Sardegna per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. «Siamo ormai al collasso in tutta l'Isola, spiega Irene Testa. «Abbiamo 2.583 detenuti ma i posti disponibili sono 2.374 e gli agenti della polizia penitenziaria sono troppo pochi. Problemi anche per la salute di molti ristretti con patologie gravi»

di Luigi Alfonso

I disordini registrati nei giorni scorsi nella Casa di reclusione “Salvatore Soro” di Massama (Oristano, nella foto d’apertura) hanno brutalmente riportato alla ribalta della cronaca la precaria situazione penitenziaria isolana. I sindacati Sinappe e Osapp non hanno utilizzato giri di parole e l’hanno definita un’autentica rivolta. Numerosi detenuti hanno commesso atti vandalici in diverse aree della struttura, distruggendo alcune cassette degli idranti e gli arredi di un intero reparto, spaccando una tubatura dell’acqua che ha allagato un corridoio, mandando in frantumi le plafoniere. Inoltre, è stato bloccato in tempo un principio d’incendio appiccato da un detenuto nella sua cella.

«Da tempo denunciamo la grave carenza di personale che sta mettendo seriamente a rischio la sicurezza dell’istituto», è il commento di Raffaele Murtas, segretario regionale del Sinappe. «Gli agenti in servizio sono stremati, oltre il limite delle loro forze, e costretti a sostenere turni di servizio che vanno oltre ogni immaginabile ragionevolezza operativa, con carichi di lavoro non più compatibili con gli standard minimi di sicurezza. Nonostante ciò, il personale di polizia penitenziaria ha dimostrato ancora una volta professionalità, sangue freddo e senso del dovere, riuscendo a riportare la situazione sotto controllo in condizioni operative estremamente difficili. Abbiamo chiesto con urgenza un intervento immediato dell’Amministrazione per ripristinare le condizioni minime di sicurezza e un rafforzamento dell’organico».

La garante

«Questo grave episodio è la diretta conseguenza di anni di progressiva trascuratezza dell’amministrazione penitenziaria nei confronti delle strutture, delle modalità di gestione dei detenuti e della carenza di personale», sottolinea Irene Testa, garante regionale della Sardegna per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. «La situazione che si registra a Massama è soltanto la punta dell’iceberg. Perché lì si è arrivati a una forma di protesta così eclatante rispetto alle altre Case circondariali dell’Isola? Nei prossimi giorni visiterò nuovamente l’istituto e approfondirò la questione. Probabilmente hanno voluto richiamare l’attenzione generale rispetto a un problema che si sta aggravando di giorno in giorno, da anni. Ormai siamo al collasso».

Irene Testa, garante della Sardegna per le persone sottoposte a misure restrittive

I numeri

«In Sardegna sono disponibili 2.374 posti ma i detenuti sono 2.583, di cui circa 600 dell’alta sicurezza e oltre 700 extracomunitari», spiega Testa. «I sardi sono 1.100, cioè meno della metà, e questo comporta una serie di problemi (di trasporto ed economici, per esempio) per i familiari che desiderano recarsi in visita ai loro cari. L’affollamento riguarda soprattutto la media e bassa sicurezza, in quanto le celle dell’alta sicurezza ospitano da uno a tre posti letto».

Nella Casa circondariale di Cagliari-Uta si contano 738 detenuti (di cui 32 donne) ma la struttura è stata progettata per 561 posti complessivi. A Sassari-Bancali, oltre ai 92 detenuti in regime di 41bis (un regime carcerario speciale, riservato solitamente a componenti di organizzazioni mafiose e terroristiche), ci sono 578 ristretti (23 donne) per 458 posti. A Tempio Pausania-Nuchis i detenuti sono 193 e i posti 163; a Massama-Oristano 296 per 264 posti, a Is Arenas-Arbus 138 per 126 posti, al “San Daniele” di Lanusei 39 per 33, a Isili 129 per 107, a Badu ‘e Carros-Nuoro 36 per 378 posti (in quanto buona parte della struttura è in fase di ristrutturazione: per questo motivo ci sono stati tantissimi trasferimenti), a Mamone 209 detenuti a fronte di 264 posti regolamentari ma 55 non disponibili, ad Alghero 165 per 156 posti.

«La situazione è diventata incandescente, anche in un piccolo carcere com’è quello di Alghero, che in passato è sempre stato un gioiello di equilibrio tra numeri e qualità della vita, ma anche e soprattutto per il recupero», sottolinea Irene Testa. «L’ambiente, nella struttura catalana, è sempre stato tranquillo. Eppure, di recente, gli agenti di polizia penitenziaria sono scesi in piazza per porre l’accento sulle disastrose condizioni di lavoro cui sono sottoposti da tempo. Tra l’altro, contrariamente a quanto accadeva in passato, hanno inserito alcuni detenuti con disagi psichiatrici che ora convivono con le persone che questi disagi non li hanno, perché lì ci sono i cameroni e non le celle per due persone. Gli stessi agenti non hanno fatto un percorso di formazione adeguato per poter gestire questi casi problematici, e ciò comporta enormi difficoltà di convivenza. Anni fa c’erano 80 detenuti, oggi sono più del doppio ma gli agenti sono ancora 70. È impensabile proseguire così».

L’esposto alla Procura della Repubblica

Non ci sono soltanto i numeri in disequilibrio a creare enormi difficoltà. «Di recente ho presentato un esposto alla Procura della Repubblica, segnalando le pessime condizioni in cui sono stati eseguiti i trasferimenti di numerosi detenuti dal carcere di Badu ‘e Carros (Nuoro) agli altri istituti di pena dell’Isola», precisa la garante. «E questo, nonostante ci siano precise disposizione di legge in materia. Le linee guida riguardano sia i detenuti che arrivano in Sardegna dalla penisola ma anche quelli che vengono trasferiti nelle carceri dello stesso territorio regionale. Ebbene, raramente sono state rispettate: non sono stati avvertiti i parenti, non è stata data la possibilità ai detenuti di prepararsi e di comprendere l’impatto con il nuovo istituto, e via discorrendo. Ho avuto modo di intervistare tutti i ristretti arrivati dal carcere “Regina Coeli” di Roma: la maggior parte di loro aveva iniziato una serie di percorsi trattamentali, moltissimi stavano studiando mentre altri aspettavano da un momento all’altro l’avvio di attività di cui avrebbero beneficiato. Arrivati qui, tutto si è bloccato. Inoltre, il trasferimento dalla penisola alla Sardegna comporta comprensibili limiti per i loro familiari. Tutto questo ha creato un fortissimo malcontento all’interno delle strutture di detenzione perché, di fatto, si impedisce a queste persone di esercitare i loro diritti. Le proteste sono diffuse, solo che a Massama sono state più eclatanti: storicamente, a lunghi periodi di silenzio seguono incidenti che esplodono all’improvviso».

Testa poi precisa: «Ho trascorso le ultime settimane a girare da un carcere all’altro perché si è allargata la protesta dei detenuti sardi trasferiti da Badu ‘e Carros agli altri istituti. Attraverso i loro avvocati o i familiari più stretti mi hanno comunicato in tanti che non stanno beneficiando dei colloqui, delle telefonate e di trattamenti sanitari importanti. Questo è attribuibile in particolar modo alla lentezza della burocrazia: il poco personale amministrativo non riesce a star dietro a tutti questi adempimenti. Ma per chi sta rinchiuso in carcere, i problemi vengono percepiti in maniera ancor più amplificata. Ricordo, per esempio, alcuni casi di persone che a Nuoro godevano di cure mediche appropriate alle loro condizioni mentre a Bancali non hanno farmaci e neppure un medico che li segua passo dopo passo. E sappiamo bene che per, prenotare una visita all’esterno, occorrono mesi e mesi. La situazione sta degenerando: se anche nelle carceri più piccole si registrano reazioni di una certa portata, significa che sono stati superati certi limiti. Fingere di non sentire e non vedere, non porterà a niente di buono: siamo in presenza di una polveriera che è pronta a esplodere. In Sardegna come in buona parte d’Italia».

Credits: nella foto di Irene Testa il carcere di Oristano

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