Riconoscimenti

Da 30 anni con le donne vittime di violenza. A “Le Onde” il Premio Rosa Parks

È per il suo impegno nella promozione dei diritti delle donne e per il sostegno alle vittime di maltrattamenti che l'associazione "Le Onde" ha ricevuto dalla "Human Rights Youth Organization" il "Premio Rosa Parks", giunto quest'anno alla sua undicesima edizione. Un riconoscimento a una realtà che, da oltre 30 anni, accoglie le donne che subiscono abusi accompagnandole nel difficile percorso di riappropriazione della loro vita

di Gilda Sciortino

Quotidiano, costante, concreto, l’impegno che l’associazione “Le Onde” porta avanti sul territorio di Palermo e provincia, dando sostegno, accoglienza e accompagnando all’uscita da una realtà di sopraffazione e sofferenza, non solo fisica, le donne vittime di violenza.

Potremmo, quindi, definire meritato, diciamo pure conquistato sul campo, il fatto che la dodicesima edizione del Premio Rosa Parks sia andato a una realtà che da oltre 30 anni lavora con e per le donne. Un riconoscimento che la Human Rights Youth Organization assegna dal 2013 a figure e realtà distintesi nell’impegno per la difesa dei diritti umani e civili, nella lotta non violenta per la tutela della dignità umana e nella promozione della giustizia sociale. A dare il nome al premio, infatti, l’ attivista afroamericana simbolo mondiale della lotta contro le discriminazioni e della difesa dei diritti civili.

Un impegno, quello de “Le Onde”, che si estende a livello comunale, sovracomunale, regionale, nazionale e transnazionale, anche in partnership, componente del Forum del partenariato della Regione e del Forum permanente contro le molestie e la violenza di genere in Sicilia. In media 450 le donne che si rivolgono ogni anno all’associazione.

«Mi piace ricordare che la nostra attività ha avuto inizio 30 anni fa», afferma la presidente, Elvira Rotigliano, «quando a Palermo non esisteva nulla. Non si parlava neanche di violenza domestica perché era un argomento tabù. Poi, soprattutto in Sicilia, non era considerato impensabile denunciare un malessere interno alla famiglia. Abbiamo, quindi, cominciato creando dal nulla luoghi di ascolto e di protezione per le donne che ci rappresentavano una condizione di sofferenza che inizialmente veniva raccontata come forma di depressione, di conflittualità esasperata, solo dopo tempo nominata come violenza domestica. Nel 1998 siamo diventate una onlus e, due anni fa, ente del Terzo settore. Oggi siamo un centro antiviolenza, ovviamente con personale tutto femminile, accogliamo le donne e le bambine e ci occupiamo di azioni di prevenzione, di contrasto alla violenza di genere».

Guidati dalla metodologia dell’accoglienza

«Lavoriamo secondo una metodologia dell’accoglienza», prosegue Rotigliano, «che vuol dire ascolto qualificato, non giudicante, relazione tra donne, secondo quella matrice femminista il cui pensiero era rispetto al fatto che la violenza subita dalla donna all’interno del contesto domestico, in realtà, è una violenza radicata, sistemica, che riguarda appunto le relazioni tra uomini e donne. Nell’ascolto di questo racconto, quindi, non accogliamo soltanto la donna che vive quel problema, ma il suo problema esistenziale rispetto a un ruolo che la società le dà, e che lei mette in discussione nel momento stesso in cui lo rappresenta».

Dall’ascolto all’accoglienza per riprendere in mano la propria vita

«Le nostre due case a indirizzo segreto possono accogliere in tutto venti donne e sono sempre al completo. Dobbiamo considerare che diverse donne arrivano con i loro bambini, quindi è facile che si riempiano tuttti i posti. Ovviamente l’accoglienza è il punto di partenza», dice ancora la presidente dell’associazione, «perchè lavoriamo sui progetti di autonomia, per esempio quella economica. Si fa con loro un bilancio di competenze per capire cosa sapevano fare prima, che titolo di studio hanno, si insegna loro per esempio a scrivere il curriculum. Abbiamo una convenzione con l’ordine delle commercialisti, che fa parte della rete antiviolenza, grazie alla quale organizziamo periodicamente degli incontri per spiegare loro anche che cosa è e come si usa un bancomat. Ho delle mie assistite che non sanno cos’è un conto corrente, ma si ritrovano imputate di processi per bancarotta non sapendo minimamente di avere intestate delle imprese. Si sono fidate, avendo firmato documenti a occhi chiusi, pensando ache mai il loro compagno o marito potesse fare loro del male. Lì ti rendi conto che, quando una donna vive una situazione di violenza, vive anche una condizione di ignoranza rispetto a quello che può e non può fare. E parliamo sempre di un fenomeno trasversale dal punto di vista della classe sociale di appartenenza».

Un aiuto che arriva prima di tutto da chi non si gira dall’altra parte

«Fortunatamente chiama o si rivolge a noi anche chi ci chiede consiglio su come aiutare una persona che sta subendo violenza, cercando di capire come intervenire. Le nostre operatrici rispondono dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19 allo 091. 32 79 73. Rispetto a chi pensa che ci si giri dall’altra parte, noi registriamo che c’è chi decide di fare qualcosa per un’altra donna, per esempio un’amica, un’insegnante. Poi, quando si passa allo step successivo, quello della necessità di intervenire, mettiamo in campo ogni strumento a nostra disposizione, elaborando con la donna un vero e proprio progetto di vita. Io, poi, sono l’avvocata penalista del centro antiviolenza, quindi mi occupo di tutto quello che attiene alle consulenze legali, la presentazione delle querele, il sostegno nel processo penale».

Una delle manifestazioni in piazza cotro la violenza sulle donne (foto diiazza contro i feminicidi (foto di Marina Galici)

Difficoltà che si superano quando chi accoglie conosce con che tipo di sofferenza ci si sta confrontando

«Da circa vent’anni, le donne vanno in ospedale e vengono ricevute da sole. I presidi funzionano e le forze dell’ordine che intervengono vengono chiamate da medici adeguatamente formati che si rendono conto di chi di trovano davanti. Un percorso», racconta la presidente de “Le Onde”, «che taglia piccoli e grandi traguardi grazie al lavoro capillare che ci ha viste coivolgere numerosi soggetti: l’università, il provveditorato agli studi, il tribunale ordinario per i minorenni, la procura minorile, la procura ordinaria, la corte d’appello, ovviamente il Comune, l’assessorato alla Famiglia. Tutti soggetti che oggi fanno parte della rete antiviolenza, con la quale ortiamo avanti un’attività metodologica di buone prassi che ci porta a confrontarci anche su casi particolari».

Casi come quello di Asia, la ragazza vittima dello stupro da parte di nove ragazzi al Foro Italico di Palermo

In quel caso c’è stato bisogno di coinvolgere tanti soggetti istituzionali che erano stati in qualche modo partecipi di questa drammatica vicenda.

L’avvocata Rotigliano si è, infatti, costituita come parte civile, sia come presidente de “Le Onde” sia come legale dell’associazione nazionale Dire che ha anche l’onlus palermitana tra le fondatrici: «Insieme a me c’erano altre associazioni che si sono analogamente costituite come parti civili, quindi abbiamo seguito il processo e ottenuto il risarcimento del danno. C’è anche da dire che lo scopo delle associazioni nei processi penali, soprattutto quelli di stupro, è anche di monitorare la situazione affinché non ci sia una vittimizzazione secondaria della persona offesa. Siamo lì in difesa delle donne da ogni punto di vista. Questo processo è stato particolarmente difficile rispetto ad altri perchè la condizione di questa ragazza era di particolare fragilità e inizialmente non è stata ben seguita e consigliata».

Un caso che pone anche il tema di una rete familiare e amicale che rimanga vivcina alla vittima

«Posso dire che 30 anni fa le donne si trovavano quasi sempre sole perché le famiglie non le accoglievano, ma soprattutto non gradivano che venissero rappresentate da estranei. Le questioni familiari andavano risolte tutte quante attorno al tavolo tra genitori, suoceri, consuoceri, poco importava della donna che aveva subito. Fortunatamente», conclude Elvira Rotigliano, «oggi è tutto molto diverso perchè le madri sostengono le figlie. In questi ultimi anni ho avuto delle mie assistite che mi hanno chiamato dicendo: “Avvocato, meno male che ho trovato il suo numero perché ho un problema. Mia figlia ha trovato uno peggiore di suo padre (parlando del loro ex marito)”. Mi ritrovo, quindi, come assistite, giovani donne che ho visto crescere sin da quando avevano 8 o 10 anni e che oggi ne hanno 23 o 24, ma che non sono riuscite ad affrancarsi da quanto subito dalle madri. La dimostrazione che certi traumi, accaduti in famiglia, se non vengono elaborati da tutti i componenti, diventano modelli di vita. Il nostro lavoro punta anche a scardinare tali meccanismi per riportare la luce nella vita di chi incontriamo».

Le foto sono state fornite dall’ufficio stampa di “Human Rights Youth Organization”

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