Sartorie sociali

«Davanti alla macchina da cucire è iniziato un sogno»: la sfida delle “sartigiane”

Tra Lecce e Noha, l'arte tessile diventa strumento di libertà. Grazie a "Made in Carcere", le "sartigiane" salentine trasformano materiali di recupero in opportunità di lavoro e riscatto sociale, dimostrando che dalla cura dello scarto può nascere una nuova indipendenza economica

di Sara Mannocci

Lei si chiama Rosanna Antonazzo ed è una “sartigiana”: «è un termine a cui teniamo molto», dice, «proprio perché sottolinea il nostro modo di fare le cose, con manualità, una ad una, senza essere un’impresa. Con il cuore». È lei a coordinare il gruppo di otto donne che – alcune regolarmente, altre in modo saltuario – animano la sartoria sociale di Via Novara presso il quartiere Stadio di Lecce, comunemente identificato come zona 167.

A Noha invece, piccola ma preziosa frazione di Galatina in provincia di Lecce, trova spazio in un immobile confiscato alla mafia la sartoria sostenibile “Fil Rouge”, un progetto curato da associazione Levèra e finanziato grazie al sostegno di Fondazione Con il Sud e di Enel Cuore onlus. Nella sartoria, costituita attualmente come associazione di promozione sociale, tre donne mettono a disposizione le proprie competenze, con la prospettiva di dare vita ad una cooperativa. 

A supportare queste due realtà – rispetto agli spazi per la formazione, trasferimento di conoscenze, macchinari e materia prima per lavorare – la nota sartoria a marchio “Made in carcere”, attiva nella casa circondariale di Lecce da quasi vent’anni, nata dalla cooperativa sociale non a scopo di lucro “Officina Creativa”. «L’idea di offrire sostegno a sartorie di periferia, a Lecce come in altre città d’Italia, è nata in modo spontaneo dal bisogno di aiutare persone a rischio di emarginazione anche al di fuori dal carcere», spiega Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, da sempre animata da spirito imprenditoriale nel segno delle nuove opportunità e della rinascita. «La realtà della sartoria insieme alla capacità artigianale nei luoghi difficili nasce per offrire un minimo di indipendenza economica a persone in situazioni complesse», prosegue Delle Donne. «In questo senso il supporto della sartoria della casa circondariale sta nel trasferire a questi progetti la capacità creativa sviluppata negli anni per trasformare la debolezza in forza».

Pantalea Beccarisi – per tutti Lea – è una delle quindici donne che hanno seguito il percorso di formazione teorica e pratica da cui ha preso vita la sartoria “Fil Rouge” come associazione di promozione sociale. Un percorso concepito a Noha dall’associazione Levèra, inserita nel circuito Arci, per offrire a donne in situazioni di marginalità, violenza o disagio economico l’opportunità di ripartire grazie al recupero di una tradizione e di abilità oggi dimenticate come quella tessile e sartoriale. Insieme a Lea Beccarisi, altre due donne animano la sartoria, mentre le altre del gruppo della formazione si sono avviate a percorsi personali, sotto la supervisione dei partner del progetto. «Ero chiusa nel mio mondo e piuttosto scettica in un primo tempo», racconta Beccarisi, «poi mi sono seduta davanti alla macchina da cucire ed è cominciato un sogno. È una grande rivincita per me, perché lavoro volentieri, mi confronto con le persone accanto a me, abbiamo idee, faccio parte di una realtà bellissima». 

Una parte della formazione inoltre si è svolta all’interno della casa circondariale di Lecce, a contatto con le donne detenute che lavorano per la sartoria “Made in carcere” e che hanno messo a disposizione esperienze, strumenti, materie prime. Ora “Fil Rouge”, offrendo nuova vita ai tessuti e materiali di scarto donati da aziende e privati cittadini, sta cominciando a inserirsi nella comunità locale con l’obiettivo futuro di avviare una cooperativa. 

«Il senso della sartoria è proprio l’opportunità per le donne che lavorano di dare nuova vita non solo a loro stesse», precisa Roberta Forte, presidente dell’associazione di promozione sociale, «ma anche a tessuti che sarebbero finiti al macero, perché scartati. Così dalla creatività di ciascuno nascono accessori e manufatti di vario genere, borse e beauty case ma anche cestini, grembiuli e tovagliette». I prodotti si possono visionare esposti a Noha presso l’associazione Levèra, scegliere online attraverso il sito della sartoria e passare a prenderli presso attività del territorio che fungono da punti di ritiro. «La sfida è andare avanti verso un cammino di crescita e indipendenza», conclude Forte. «In questo senso è di grande aiuto ogni gesto da parte delle aziende del territorio, che ci hanno già commissionato realizzazioni di gadget e accessori».

A livello nazionale sono circa cinquanta le aziende – tra piccole, medie e grandi – da cui la sartoria “Made in carcere” attinge il proprio materiale di scarto, in primo luogo divanifici e pelletterie che offrono rimanenze di magazzino pronte a essere condivise tra le sartorie sociali e trovare nuova vita. «Mi ha colpito proprio il recupero di stoffe, filati, lana e questa voglia di fare», ricorda Antonazzo, tornata da alcuni anni a vivere a Lecce in una zona vicina al quartiere Stadio, dove sorge la sartoria sociale. «Ho studiato da stilista di moda e sarta e ho sempre avuto passione, così mi sono avvicinata a questa realtà». La sartoria di via Novara – gestita dall’associazione di promozione sociale “167 revolution” – è attiva da circa sei anni presso il complesso della parrocchia di San Giovanni Battista, ed è nata nell’ambito dell’ampio progetto vincitore del bando regionale Cantieri innovativi di antimafia sociale. Obiettivo, creare numerosi percorsi di rigenerazione urbana e sociale grazie alla partecipazione diretta degli abitanti del quartiere. Le donne che lavorano alla sartoria sociale sono al tempo stesso sarte e artigiane perché non tutte hanno competenze specifiche di sartoria. «Queste donne cucivano in maniera amatoriale a casa e volevano trovare un modo per incontrarsi», dice Antonia Di Francesco, presidente protempore dell’associazione “167 Revolution. «Le abbiamo coinvolte nel progetto regionale, hanno seguito un percorso di formazione nello spazio messo a disposizione da “Officina Creativa” e ora lavorano per il quartiere ricevendo un rimborso spese come piccola soddisfazione economica. L’obiettivo, più che creare posti di lavoro, era creare movimento, strappare il quartiere dall’isolamento atavico in cui si trovava, dare vita a piccole realtà per farsi conoscere e apprezzare. Ora la zona 167 è diventato il quartiere innovativo della città». 

Alla sartoria di via Novara la clientela arriva dal quartiere ma anche da altre zone della città, per chiedere riparazioni, rimessa a nuovo di abiti vecchi, creazioni originali. «Io mi occupo sempre della parte creativa, quando c’è da creare qualcosa di nuovo», aggiunge Antonazzo, «diamo vita a pantaloni, vestaglie, mantelle, borsette e pochette, gli strumenti non mancano perché possiamo contare su macchine da cucire industriali, un grande tavolo da taglio. Siamo una sartoria sociale, i prezzi quindi sono accessibili, alcune persone chiedono di riparare anche cose molto usurate. Il nostro spazio così diventa punto di riferimento per incontrarsi e parlare, mettiamo a disposizione anche corsi di taglio, cucito, uncinetto per chi vuole avvicinarsi. La nostra posizione rimane un po’ nascosta, però ci siamo».

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