Lotta allo spopolamento

Il paese che attrae gli stranieri e dà lavoro ai giovani

A un'ora d'auto da Cagliari, in Sardegna, c'è un comune di nemmeno 1.200 abitanti in cui risiedono una trentina di stranieri provenienti da varie parti del mondo. Dal 2020 c'è una incoraggiante inversione di tendenza demografica. E i giovani, dopo gli studi, ritornano per lavorare. La storia di Janice Robinson, che si è trasferita a Gergei dagli States: «Qui scopro ogni giorno qualcosa di nuovo e di bello, tra arte, archeologia e storia»

di Luigi Alfonso

C’è un piccolo paese della provincia del Sud Sardegna che combatte lo spopolamento quasi senza muovere un dito. Si chiama Gergei, dista circa 65 km da Cagliari e ha una popolazione di poco meno di 1.200 abitanti. La sua peculiarità? Da anni attrae stranieri che decidono di insediarvisi in maniera permanente. Arrivano da tutte le parti del mondo e vanno a sommarsi a un buon numero di sardi (cagliaritani, in particolare) che hanno acquistato case o ruderi per farli diventare un punto di approdo nei weekend o nei periodi di vacanza.

Il sindaco Zedda

A essere sinceri, non è vero che le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi 20-30 anni siano rimaste con le mani in mano. Hanno sfruttato tutti i finanziamenti (europei, statali e regionali) messi a disposizione per il recupero del centro storico: quello di Gergei è sicuramente tra i più belli e meglio conservati di tutta l’isola. Basta questo ad attrarre persone da altri continenti?

«Ho chiesto agli uffici comunali di aggiornare i dati sulla popolazione residente», spiega Rossano Zedda, sindaco di Gergei. «A oggi, risultano iscritti alla nostra anagrafe 24 stranieri, così suddivisi: 12 della Romania, cinque del Kirghizistan, due dell’Argentina, uno di Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia e Svizzera (a loro si aggiunge un belga che vive buona parte dell’anno in questa località ma non ha mai spostato la sua residenza, ndr). E un’altra coppia sta arrivando dalla Germania. Per lo più, parliamo di persone dai 40 anni in su».

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare. 
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE

Perché Gergei risulta attrattivo? «Mi sono dato una spiegazione: secondo me dipende dalla qualità della vita, del cibo, dell’aria e del paesaggio. Qui si vive sereni, soprattutto se si ha un lavoro o se si è pensionati. La nostra è una comunità tranquilla. Cito un episodio significativo, il più recente di tutti: lo scorso febbraio, in occasione della festa di San Biagio, tra i tanti turisti arrivati da tutta la Sardegna c’era una coppia di Cagliari. Hanno seguito la processione e assistito alla preparazione di su sessineddu (una composizione di frutta e fiori tenuti insieme dalle foglie lunghe e piatte di cepiro, una pianta palustre chiamata “sessini”, ndr). Ebbene, si sono innamorati del paese e della gente del posto, al punto d’aver adocchiato una casa che poi hanno acquistato. Il centro storico, a detta di tanti visitatori, è molto curato. Ma anche le campagne circostanti hanno un fascino particolare, con numerosi olivi centenari e verdi colline che ripagano la vista. Purtroppo, nascono meno bambini rispetto al passato, ma negli ultimi 5-6 anni il trend è leggermente cambiato in senso positivo: paghiamo ancora lo scarto negativo tra nascite e morti. Tuttavia, lo smart working e l’imprenditoria giovanile stanno frenando il calo demografico: un tempo i nostri ragazzi andavano a studiare a Cagliari e lì restavano, oppure andavano nella penisola o addirittura all’estero. Oggi ritornano e trovano lavoro in agricoltura, in edilizia e nei servizi».

Rossano Zedda, sindaco di Gergei

Qualche esempio: Giulia è rientrata dall’Australia per aprire un b&b, suo fratello Samuel era un militare di carriera e ha rinunciato a un lavoro sicuro per fare l’allevatore (ora produce formaggi di alta qualità), Davide ha lasciato il Veneto per fare l’agricoltore, Graziano studiava nel Lazio e ora ha un’impresa edile in paese.

La “mosca bianca”

Tra gli stranieri che si sono insediati da tempo a Gergei, una sola persona non ha legami affettivi collegati al paese. Si tratta di Janice Robinson, 81enne americana di Greenwich (Connecticut), arrivata in pianta stabile a cavallo tra il 2008 e il 2009. Oggi parla un buon italiano ma ammette di non capire e di non saper pronunciare una parola di sardo campidanese, a parte gli intercalari eja e ajò che impara chiunque in pochi minuti. «Mi trovo in difficoltà quando incontro un gruppo di uomini, perché tra di loro parlano soltanto in sardo. Le donne no, e non so spiegarmi perché», sottolinea.

Janice Robinson nel soggiorno della sua casa di Gergei

La signora Robinson dimostra molto meno delle sue 81 primavere. Ama la fotografia (in vent’anni ha scattato decine di migliaia di foto in tutta l’Italia, molte delle quali in Sardegna) e la pittura. Sino agli inizi degli anni Duemila, lavorava in campo pubblicitario per un gruppo editoriale di New York che raggruppa otto testate giornalistiche, la più grande delle quali è il Times Review. «Nel 2004, il mio capo mi fece un regalo in tempo e denaro, io lo investii facendo un lungo viaggio in Italia, alla ricerca delle mie origini: mio nonno paterno era piemontese (è il bimbo ritratto nel quadro della foto qui sotto, ndr)».

Il quadro che ritrae nonno e bisnonna di Mrs Robinson (1911)

«In quell’anno sabbatico, girai il Paese in lungo e in largo. Poi, un amico di Firenze mi propose di prendere il traghetto da Livorno a Olbia. Girammo diverse parti della Sardegna e fu amore a prima vista. Come dite voi, un colpo di fulmine: i colori, i profumi, i sapori, il clima, la natura. Ma soprattutto la gente. I sardi sono aperti all’accoglienza, mentre negli Usa siamo tutti troppo presi dal lavoro, frenetici, e spesso si vive parecchio distanti dalla famiglia d’origine. Di fronte a casa mia passano i pastori con le loro pecore, non ricordo tutti i loro nomi ma mi salutano ogni volta: “Ciao, Janice!”. Mi conoscono tutti e tutti mi vogliono un gran bene».

Casa Robinson a Gergei.

Divorziata da tanto tempo, una volta andata in pensione ha fatto una scelta di vita radicale: lasciare la famiglia (oltre alla mamma che era ancora in vita, anche i due figli che oggi hanno 60 e 54 anni) e trasferirsi a Gergei. Non prima di aver perfezionato l’acquisto di un rudere che ha fatto ricostruire di sana pianta, affidandosi a un muratore del posto. «Salvatore Lai ha le mani d’oro, ha trasformato questa casa in un gioiellino», dice soddisfatta. «L’immobile aveva 250-300 anni, nella parte retrostante non filtrava un filo di luce. Ma sapevo che sarebbe diventata la casa della mia vecchiaia. E dire che stavo per acquistarne una a Fluminimaggiore, nel Sulcis Iglesiente. Ma un mio caro amico mi suggerì di visitare Gergei, prima di prendere una decisione, e così ho fatto. Era proprio destino, evidentemente».

Un cambiamento radicale

Ha venduto la casa di Orient Point (due ore circa da New York), salutato i suoi cari e imbarcato in un container tutta la sua roba. «Si sarebbe trasferita volentieri anche mia mamma, alla quale era piaciuto il posto quando era venuta a visitarlo, ma alla sua età era tutto più complicato a causa della lingua. Alla fine, lasciò perdere», spiega la signora Robinson. «Ora sono alcuni anni che non vado negli Usa, diventa sempre più faticoso stare in aereo per ore. Ogni tanto vengono a trovarmi i miei figli e nipoti. Casa mia è sempre aperta, ma mi piace vivere da sola, in tranquillità, dipingendo e selezionando le mie foto. La cucina italiana? Lo confesso, non so cucinare: non amo spendere molto tempo tra i fornelli».

Il presepe vivente a Gergei. (La fotografia risale al 2011)

Si dice innamorata dell’italiano e del sardo («Sono entrambi molto più musicali dell’American English», fa notare) e continua a studiare («Ma alla mia età si fa più fatica ad apprendere»). Mentre chiacchieriamo, suonano alla porta: è Maria Grazia Ligis, vulcanica presidente dell’associazione Maist’è che organizza numerosi eventi culturali a Gergei, e non solo. Hanno fatto in fretta a diventare amiche. «Qui c’è un senso spiccato per la famiglia», spiega Janice.

Maria Grazia Ligis e Janice Robinson.

«Non mi sono mai pentita di questa scelta, anche se i primi anni andavo a Scoppello, in Sicilia, dove trascorrevo tre mesi in primavera o in autunno. Nostalgia degli Usa? Soltanto dei miei familiari e degli amici, ma lì la situazione è cambiata parecchio dopo la pandemia. Vent’anni fa, a Orient Point (1.200 abitanti anche lì, strana coincidenza, ndr) stavo bene, ma qui è davvero un’altra dimensione: non finisco di scoprire qualcosa di nuovo e di bello, tra arte, archeologia, storia. I miei nuovi amici sardi non mi fanno pensare al passato. La mia famiglia, qui, è composta dalla mia vicina, Patrizia Melis, e dai suoi cari: loro mi hanno praticamente adottata sin dal mio arrivo, permettendomi di introdurmi in questa comunità».

Le fotografie sono dell’autore del servizio

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