Legalità
Il pizzo? 35 anni dopo Libero Grassi lo si paga anche per la casa
Il 10 gennaio 1991, Libero Grassi pubblicava sul Giornale di Sicilia la celebre "Lettera al caro estortore", che gli costò la vita. Fu l'inizio del movimento antiracket in Sicilia. «Oggi il pizzo non viene chiesto solo agli imprenditori, ma anche i comuni cittadini, per le proprie case o ai ragazzi che portano i carrelli della spesa», denuncia Fausto Amato, avvocato dell'associazione "Sos Sicilia". La consapevolezza, però, si è indebolita. Da qui la richiesta di istituire una Giornata nazionale antiracket
Trentacinque anni e sentirli. Tanto è il tempo passato da quel 10 gennaio 1991 quando sulle pagine del Giornale di Sicilia, uno dei quotidiani più letti dell’Isola, l’imprenditore Libero Grassi pubblicava la sua “Lettera al caro estortore”, con la quale deludeva le attese di Cosa Nostra di averlo sul proprio libro paga.
Quell’atto di coraggio sarebbe costato caro a Libero Grassi, che il 29 agosto dello stesso anno verrà freddato alle sette e mezzo del mattino sotto casa con quattro colpi di pistola, mentre si recava a piedi al lavoro per raggiungere la Sigma, fiorente impresa tessile portata da sempre avanti dalla sua famiglia.
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della Polizia. Abbiamo detto no al “geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui
Libero Grassi, dalla “Lettera al caro estortore”
Di acqua ne è passata sotto i ponti, dicevamo, perché da quel 10 gennaio di 35 anni fa le coscienze si sono svegliate. Ci si è resi conto che a Palermo le imprese e i commercianti erano sotto scacco e che necessitava una discesa in campo più determinata e incisiva. Il 25 maggio 1992, quindi, nasceva “Sos Impresa Palermo”, grazie alla cui forza propulsiva, il movimento antiracket crebbe in tutta la Sicilia.
Tanto, però, è cambiato in questi anni non solo sul fronte delle reazioni ma anche del fenomeno del racket, che nel tempo si è evoluto, o potremmo dire involuto: le richieste estorsive si sono abbassate dal punto di vista dell’importo richiesto, ma il controllo comunque esiste e non sarà mai così poco determinante nella vita di quell’attività economica.
Un’emergenza sociale che non può più escludere nulla e nessuno
«Non ci sono dubbi che da quel 10 gennaio del 1991 è cambiato tutto», afferma l’avvocato Fausto Amato, nel direttivo di “Sos Sicilia“, la nuova denominazione e veste di “Sos Impresa Palermo”: un cambio di nome che vuol dire anche un nuovo riflettore puntato sul contesto sociale, «perché oggi tutte le indagini, così come i fatti di cronaca, ci dicono che le estorsioni continuano a esserci come strumento di controllo del territorio, ma c’è molto di più perché ad essere prese di mira non sono solo più solo le attività economiche ma, per esempio, anche le abitazioni private. Si poteva mai pensare che a pagare il pizzo potessero essere anche i ragazzi che portano i carrelli della spesa? È un fenomeno la cui portata cresce sempre di più e dobbiamo capire quali azioni mettere in campo per proteggere i cittadini, i cui diritti fondamentali sono oggi a rischio. Trentacique anni sono passati dal gesto coraggioso di Libero Grassi e, per onorare la sua memoria, abbiamo bisogno di un’analisi rinnovata».
Una “Giornata nazionale antiracket” che tenga viva la memoria di Libero Grassi
Proprio per non vanificare il coraggioso esempio di Libero Grassi, “Sos Sicilia”, nel 2025, nel corso di un evento pubblico alla Camera di Commercio di Palermo, ha chiesto che in questa data venga istituita la “Giornata nazionale antiracket”. Proposta già accolta da Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia e approvata dall’Assemblea regionale siciliana. Ora, a chiedere che il Parlamento italiano approvi il disegno di legge presentato dall’Ars, insieme a “Sos Sicilia”, sono il Centro Studi Pio La Torre e l’associazione “Solidaria” sottolineando che, «a oltre trent’anni dalla scelta coraggiosa di rifiutare pubblicamente di pagare il pizzo, che costò la vita a Libero Grassi, che rappresenta la pietra miliare della nascita del Movimento anti racket in Italia, occorre mantenere una costante ed intransigente vigilanza etica perché il riconoscimento sociale conquistato negli anni dal Movimento non venga messo in discussione o disperso».

Una Carta etica che chiami alla responsabilità
Proprio a tutela del patrimonio, fatto di tante lotte, sacrifici e pericoli personali, di Libero Grassi e del movimento antiracket è stata stilata una Carta etica che chiami alla responsabilità le organizzazioni non solo siciliane, facendole riconoscere nei valori fondanti del Movimento contro il racket e l’usura. E, così come ispirarono la vita dell’imprenditore palermitano, i principi di democrazia, imparzialità, solidarietà, gratuità, trasparenza e integrità sono alla base della Carta etica, che vuole ricordare che oggi più di ieri bisogna fare fronte comune e non camminare da soli, come si ritrovò a fare Libero Grassi anche dopo la sua uscita pubblica, perché commercianti, imprenditori e cittadini comuni sono sempre più vittime di estorsioni e usura, ma la percezione del fenomeno oggi è quasi nulla all’opinione pubblica.
Il cambio di passo del Movimento antiracket
«Il nostro agire sarà sempre diretto alla lotta contro tutte le mafie e contro ogni forma di illegalità», afferma Matteo Pezzino, presidente di “Sos Sicilia” e anche imprenditore edile che ha avuto modo di scontrarsi con le richieste estorsive di Cosa Nostra, «quale strumento indispensabile per l’affermazione delle libertà costituzionali e la giustizia sociale. Dobbiamo guardare anche a tutti quegli altri fenomeni che in Sicilia, oltre al pizzo e all’estorsione, incidono negativamente sull’esercizio della libertà d’impresa e su tutti gli altri beni, diritti e libertà tutelate dalla Costituzione italiana: dai diritti inviolabili dell’uomo ai diritti sociali sino ai beni collettivi».
Il rispetto come valore che contagi i giovani
«Credo che in nome della legalità si siano commessi alti crimini», tiene a precisare l’imprenditore Gigi Mangia, vicepresidente vicario di “Sos Sicilia”, «quindi credo che oggi sia necessario cominciare a parlare di rispetto, valore che abbiamo dimenticato e che purtroppo certi mafiosi hanno incluso tra i loro capisaldi. Il loro, però, non é rispetto, ma obbedienza cieca, sottomissione. Dovremmo parlare di rispetto: della vita, dell’altro da te, di sé, dell’avversario, di coloro che hanno forze e qualità diverse, delle idee diverse, del bene comune, dell’ambiente, per gli animali. Solo volendo bene e contagiando con questa “malattia” del rispetto i giovani, cresciuti nell’odio e nel mito del più spietato e del più forte, potremo davvero averla vinta sul crimine e sul malessere urbano».
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