Giustizia

Lecce, le voci delle donne detenute escono dal carcere e diventano un libro

Dalla storia del laboratorio di lettura alla pubblicazione “Libere di scrivere”: versi, pensieri e lettere di un gruppo di donne della sezione alta sicurezza della casa circondariale di Lecce

di Sara Mannocci

La tenerezza può avere un potere rivoluzionario: liberare parole timide e ritrose e trasformarle in poesia. Il frutto di un percorso ricco soprattutto di umanità si coglie infatti tra le righe di “Libere di scrivere”: questa piccola ma necessaria pubblicazione raccoglie versi, lettere e parole scritti negli ultimi tre-quattro anni da un gruppo di poco più di dieci donne detenute nella casa circondariale “Borgo San Nicola” di Lecce, sezione alta sicurezza. “Sappiamo ciò che siamo ma non sappiamo ciò che potremmo essere”, si legge sulla copertina del libro – pubblicato nel febbraio scorso – il cui contenuto è il risultato della preziosa partecipazione delle donne al laboratorio “Libere di leggere”. Un lavoro di ascolto e dedizione che parte da lontano. «Circa dieci anni fa, io e alcune amiche volontarie abbiamo cominciato ad andare regolarmente in carcere per svolgere un’attività di animazione della lettura», racconta Paola Martino, ideatrice e memoria storica del progetto. «Come gruppo informale di volontariato, abbiamo ripreso un progetto già avviato nei primi anni del duemila per creare una biblioteca anche nella sezione femminile del carcere. Fino a quel momento, infatti, era presente solo nella sezione maschile».

La sfida di leggere

Il primo spazio a disposizione, grazie alla collaborazione della casa circondariale, era una piccola stanza dove sistemare i libri forniti attraverso case editrici locali. Nel tempo la piccola biblioteca è cresciuta, i volumi a disposizione sono aumentati, la lettura ha cominciato a fare ingresso nella sezione femminile. Le donne detenute, inoltre, hanno imparato a catalogare i libri, in modo da riuscire a sistemarli e favorire lo scambio. «Il nostro lavoro di animazione in questi anni ha significato prima di tutto ascoltare»,  continua Martino. «Non sempre tutte le donne riescono a leggere, non allo stesso modo, il livello culturale può essere molto disomogeneo. Abbiamo cercato sempre di instaurare un rapporto informale, mantenendo un atteggiamento che “sospende il giudizio”, senza essere a conoscenza dei reati commessi». Sono circa ottanta le donne recluse nella casa circondariale, tra le sezioni alta e media sicurezza. La lettura non è un diritto acquisito. «La reazione iniziale da parte delle donne è la diffidenza»,  sottolinea Maria Mancarella, garante dei diritti delle persone private della libertà personale per la città di Lecce e volontaria, «leggere appare qualcosa di non vitale importanza, che non risolve i problemi, soprattutto in una condizione di penuria di ciò che è più essenziale. Questo progetto, invece, offre uno spazio di sospensione del tempo e delle difficoltà, ma occorre riuscire ad entrare nel cuore e nella mente delle donne». Lo spazio fisico del laboratorio “Libere di leggere”, infatti, mettendo a disposizione tavoli e sedie, cerca di rendere possibile quello che in cella appare pressoché impossibile: «Pensare di avere un angolo per sé da dedicare alla lettura è davvero molto difficile», precisa Mancarella. «All’interno della cella c’è il chiasso, televisione e radio sono accese, si sentono le grida, pensare di concentrarsi non è semplice». 

Un lavoro lungo, ma bellissimo: le volontarie accanto alle donne

Gli incontri del laboratorio non sono mai stati strutturati da parte delle volontarie, con l’intento di volta in volta di regolarsi in base alle circostanze e alle esigenze delle donne. «Abbiamo da sempre solo un minimo canovaccio di riferimento, il resto si vede sul momento», aggiunge Martino. «È possibile leggere libri insieme, parlare di ciò che è stato letto o ancora leggere insieme una poesia e ricollegarsi ad altre riflessioni che può suscitare». Ornella Cucci fa parte del 2022 del gruppo volontarie di “Libere di leggere”. Ha cominciato il suo lavoro portando avanti un percorso già avviato. «Sono appassionata di poesia. Così, ho pensato di proporre alle donne versi di autori famosi su temi vari, fino ad arrivare alla poesia visiva e al calligramma», racconta. «Mi sono messa al loro stesso livello, ponendo la fiducia e la tenerezza alla base dei nostri incontri. Avevo davanti persone non più abituate al gesto, al linguaggio leggero, al parlare loro prima di tutto con un senso di rispetto. Di fronte a questo si sono aperte e affidate». Dall’approccio alla lettura così, lentamente, affiora la possibilità di scrivere per liberare emozioni e sentimenti suscitati attraverso il laboratorio. «Ho consigliato alle donne di prendere appunti sulle poesie lette, per sottolineare i versi e le parole che più le avevano colpite», prosegue Cucci. «Non è stato affatto semplice, non per tutte, in alcuni casi ho suggerito di copiare le frasi e comporre così un testo, per arrivare pian piano a inserire le loro di parole. Un lavoro lungo ma bellissimo». Questo percorso si ritrova tutto tra le pagine di “Libere di scrivere”, tra consapevolezza della propria condizione, nostalgia dei propri affetti, disperazione, desiderio di andare avanti. “Sperare e credere di avere sempre una seconda possibilità: cadere, rialzarsi, lottare”, “Ci sono giorni che pensi come sei capitato in questo buio”, si legge nel libro, o ancora “Chiudo gli occhi e i pensieri si allontanano come nuvole sospinte dal vento”, “Il meglio deve ancora venire e se non viene ti prometto che ce lo andremo a prendere insieme”. 

Nuovi libri e nuovi strumenti

Alcuni degli scritti hanno ottenuto premi e riconoscimenti nell’ambito di concorsi di livello locale e nazionale. Una soddisfazione importante, insieme alla certezza di aver portato le loro voci fuori dalle mura del carcere. «Queste donne avevano dimenticato cosa vuol dire sognare, desiderare», confida Cucci, «e che probabilmente si può ricominciare dalla sofferenza». Gli incontri del laboratorio di lettura continuano, dallo scorso anno si è costituito un gruppo di donne volontarie anche nella sezione media sicurezza. «Nel complesso siamo circa tredici volontarie», precisa ancora Martino, «continuiamo ad andare una volta a settimana in ciascuna sezione. Rimaniamo insieme alle donne circa due ore, nel primo pomeriggio. In questo momento si sta formando un nuovo gruppo di partecipanti, alcune delle donne che sono state con noi negli anni scorsi e che hanno contribuito al libro, infatti, sono state trasferite. Intanto, abbiamo cercato di aggiornare la biblioteca con titoli più recenti, e con il ricavato della vendita del libro abbiamo acquistato computer, stampanti, casse. Nuovi strumenti per un lavoro che continua».

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