Inclusione
L’officina sociale che cambia la visione del mondo
Artigianato, innovazione e sociale si incontrano nel progetto promosso dall'associazione "Lisca Bianca", grazie ai fondi dell'otto per mille della chiesa valdese. Un percorso formativo, al quale hanno avuto accesso dieci giovani provenienti dal circuito penale minorile di Palermo e dall'Istituto dei ciechi “I. Florio -F. e A. Salamone”, trasformando il lavoro artigianale in uno strumento di integrazione e riscatto
Legno, metallo, design 3D. Tradizione e innovazione che si incontrano miscelando materiali, tecnica e sperimentazione, ma anche e soprattutto mondi le cui strade difficilmente corrono sullo stesso binario. Dieci i giovani, cinque non vedenti o ipovedenti e cinque inseriti nel circuito penale, guidati da artigiani, designer e da un tutor, che hanno preso parte al progetto “Artigianato Innovativo”, promosso dall’associazione Lisca Bianca e sostenuto con i fondi otto per mille della Chiesa valdese.
Un percorso realizzato in collaborazione con il Dipartimento di giustizia minorile del Ministero della giustizia, nello specifico l’ufficio di servizio sociale per i minorenni di Palermo, e l’Istituto dei ciechi opere riunite “I. Florio -F. e A. Salamone”. Un vero e proprio viaggio che ha messo in moto i sensi, non solo metaforicamente, avendo come base Scalo 5B, luogo rigenerato dal progetto “Lisca Bianca”, concesso in comodato d’uso dal Comune di Palermo all’interno degli spazi della ex Fiera campionaria del Mediterrano, dove i partecipanti al laboratorio hanno avuto la possibilità di progettare e realizzare arredi in legno e metallo che saranno destinati al Bar al Buio, un nuovo spazio che nascerà a Palermo e che proporrà un’esperienza sensoriale unica.
Un luogo in cui la vista lascia spazio all’ascolto, al tatto, all’olfatto e al gusto
Il Bar al Buio sarà, infatti, un ambiente pensato per ribaltare prospettive e abitudini all’interno dell’Istituto dei Ciechi, invitando i visitatori a vivere un’esperienza diversa dal consueto e a mettersi nei panni di chi quotidianamente vive senza l’uso della vista. In questo contesto, gli arredi realizzati dai giovani diventano parte integrante del racconto: non semplici oggetti, ma elementi capaci di essere percepiti, più che osservati. Il progetto “Artigianato Innovativo” restituisce così alla città un duplice valore: da un lato un percorso formativo che offre competenze e opportunità a giovani in situazioni di fragilità, dall’altro un luogo simbolo di inclusione e consapevolezza, dove artigianato, innovazione e sociale si incontrano.
«È la prima volta che lavoriamo con persone ipovedenti e non vedenti», affermano Matteo Marini e Zeno Franchini, operatori di Lisca Bianca, «quindi dovevamo capire, per prima noi, cosa si poteva e cosa non si poteva fare. La progettazione e costruzione del Bar al Buio è stata una grande motivazione perchè, se ne esistono un po’ in tutta Europa, è anche vero che solitamente vengono realizzati da artigiani senza alcun tipo di disabilità. Le sfide superate sono state tante, intanto quella dei tanti materiali da maneggiare: il polistirolo, la creta, l’argilla, per arrivare al legno. La cosa bella è stata che non si sono spaventati davanti a macchine, che solitamente neanche chi non è frenato da alcun tipo di disabilità riesce a utilizzare: quelle circolari, le altre a controllo numerico necessarie per spianare i tavoli. Abbiamo, però, fatto tutto interpellando prima di tutto loro e i risultati ci fanno capire che, quando si parla di disabilità, non si può dare tutto per scontato. Il Bar al Buio che nascerà all’Istituto dei ciechi sarà la felice conclusione di un percorso frutto di sinergie e di limiti superati».
La sorpresa prima di tutto da parte dei provetti artigiani
Non sempre determinati incontri sortiscono effetti così felici, capaci di fare ricredere su quelli che sono semplici pregiudizi, sguardi che volgono altrove rispetto alla direzione più giusta a cui tendere. Soprattuto quando si proviene da percorsi di vita che devono fare i conti con la giustizia,
«Non pensavo minimamente che avrei incontrato persone così belle», esordisce Benny. «Grazie a loro ho scoperto un mondo nuovo. La mia vita ha avuto un piccolo inciampo, ho sbagliato e l’ho capito. Ho capito soprattuto che non voglio più percorrere determinate strade. Voglio vedere crescere mio figlio, insegnandogli da che parte stare».
Strade luminose, quelle che questi ragazzi potranno percorrere, magari riuscendo a realizzare parte dei loro sogni. Anche se non sempre così facili.
«Io vorrei entrare nell’esercito», si inserisce Lorenzo. «Non so se ci riuscirò, ma qui ho imparato cosa vuol dire condividere un sogno. Devo ringraziare chi ci ha dato questa opportunità».
Una continua sfida lo sguardo di Francesco, nella trasparenza dei cui occhi puoi leggere la voglia di avere una vita piena di colori: «Abbiamo imparato tanto, ma quello che ci è piaciuto più di tutto è stato il clima familiare che ci ha fatto credere di potere avere un altro futuro».
Di poche parole i ragazzi che arrivano dal circuito penale, ma non perchè non abbiano cosa dire. I loro mondi sono pieni di sfumature, carichi della voglia di cambiare contribuendo con la propria sensibilità a fare la differenza anche nella vita di altri. Ma, per loro, non é sempre è facile condividere il tumulto della loro anima.

Una scommessa da potere vincere
«Sbaglierei a dire che è stato tutto rose e fiori», spiega la psicologa e psicoterapeuta orientatrice del progetto, Annarita Galbo, «perchè alla base c’è tanta fragilità da capire e accogliere. La scelta dei ragazzi è stata fatta in stretta collaborazione con la direzione dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni, che ci ha segnalato i ragazzi che erano messi alla prova e per i quali un progetto di questo tipo era importante. L’elemento determinante per la scelta finale è, però, stata l’umiltà di ognuno di loro, quella dote che ti permette di lavorare in maniera costruttiva. Certo, c’è chi apprende di più, chi di meno, ma a noi interessava che capissero come si sta in un gruppo del genere. Essendo, l’altra parte dei corsisti, proveniente dall’Istituto dei ciechi, questo progetto ha assunto una doppia valenza perchè i ragazzi sono stati chiamati a stare al loro fianco, a supportali in ogni momento. Il successo? Sentire Benny dire che hanno avuto la possibilità di avere aperte le porte di un nuovo mondo».
I sensi che insegnano nuove strade da percorrere
Un’energia spesa in tanti settori della vita di tutti i giorni, quella di Manuel Rinaudo, 27 anni, ipovedente, conosciuto da tutti come il “sindacalista”. Per lui, i diritti sono fondamentali, infatti è componente della direzione di lavoro per le Pari opportunità e vice coordinatore del comitato giovani dell’Unione ciechi. Un punto di riferimento per molti.
«Io sono nato prematuro», racconta Rinaudo, «ma ho avuto dei problemi nell’incubatrice. Per me gli occhiali che ho dovuto portare sin da piccolino mi facevano sentire un pochino diverso. Poi, però, piano piano ho iniziato ad accettare la mia situazione, così mi sono anche iscritto all’Università. Ho superato tante sfide, questa è stata l’ennesina con la mia manualità. Ho imparato a lavorare il legno, l’argilla, ogni cosa un’emozione nuova. Ma la cosa più appagante di tutte è stata la grande solidarietà che abbiamo respirato nel corso di tutto il progetto. Che dire, poi, della pazienza da parte degli insegnanti? Spero che altri avranno la possibilità di fare la nostra stessa esperienza».
Fabrizio Damonte ha 32 anni e la sua visione del mondo è cambiata drasticamente quando aveva 25 anni per colpa di un incidente stradale. Non è stato facile ricominciare daccapo. Nonostante tutto, non si è mai tirato indietro davanti a nulla; prova ne è il fatto che, per seguire il laboratorio, viaggiava tre volte alla settimana da Mazzara del Vallo, in provincia di Trapani, a Palermo, partendo alle 7 del mattino per essere a Scalo 5B in tempo per unirsi alla classe: «Sono diventato del tutto cieco a settembre del 2019. Un incidente in moto che ha trasformato del tutto la mia vita. La prima cosa che è crollata è stata l’autostima. Miracolosamente, però, questo corso è arrivato come una scarica di adrenalina, mi ha permesso di capire che ancora qualcosa potevo farla. Grazie ai miei compagni che mi sono stati sempre vicini, ma soprattutto ai docenti che ci hanno sempre trattato come persone normali e non come diversamente abili».
Anche Antonio Stampeta, 22 anni, a causa di un incidente stradale oggi guarda il mondo con altri occhi.
«Il Bar al Buio ci ha dato una grande occasione per sviluppare la fantasia. Abbiamo creato addirittura in 3D le scatole per lo zucchero, le abbiamo rifinite, carteggiate, decorate. Anche perchè», ci tiene a dire Stampeta, «chi frequenterà il bar dovrà farlo in un ambiente pieno di bella energia. Per ogni oggetto che troverete abbiamo sviluppato i nostri sensi. Peccato che oggi non ci sia Yong Di Wang. La sua energia è unica e dimostra che da una disabilità come la nostra può nascere un percorso di luce. Importante, riconoscersi e non perdersi di vista».
La foto di apertura è stata scattata dall’autrice dell’articolo
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