Giovani & diritti
“Restare in Sicilia”, un patto con 1.500 firme
Sono oltre 45 le organizzazioni siciliane che hanno deciso di rivendicare il diritto dei più giovani di non di essere più costretti a lasciare la loro terra. Storie, come quelle di Claudio, Alessandro ed Enza, che si intrecciano avendo come comune denominatore la voglia di riscatto rispetto a un futuro che non si vuole più di marginalità
Una storia che nasce nella provincia di Agrigento, più esattamente a Campobello di Licata, nella cui piazza ci si ritrova per stare insieme ma, quando si è giovani nell’entroterra di una regione come la Sicilia, la domanda più frequente è: “Cosa faremo?”.
Si cresce così, sino a quando la decisione da prendere è se restare o andare via. Una scelta che è spesso l’unica alternativa per avere opportunità di lavoro, una vita dignitosa e accesso a servizi e strutture essenziali. Questo succede in un territorio socialmente ed economicamente povero. Un territorio nel quale la rassegnazione ha deciso di lasciare il passo alla rivendicazione di un orgoglio che ha radici molto profonde e che, solo attraverso la forza di una comunità, si trasforma in movimento, Movimento per il Diritto a restare.
Il nostro lavoro nei territori non basta, se non riesce a cambiare anche le istituzioni. Le esperienze nate dal basso devono diventare sistemiche, entrare nelle politiche pubbliche e cambiare le cose in profondità
Claudio Traina, presidente de Centro Studi Giuseppe Gatì
Una rete che attraversa la Sicilia
In tutto 45 le organizzazioni provenienti da ogni parte della Sicilia che hanno deciso di sottoscrivere un patto che fosse rappresentativo del mosaico ampio e diversificato del tessuto civico siciliano. Realtà alle quali afferiscono oltre 1.500 soci e volontari impegnati quotidianamente in progetti di rigenerazione sociale, culturale ed economica. Associazioni, cooperative, fondazioni e collettivi che operano su temi che spaziano dalla formazione e inclusione sociale alla valorizzazione dei territori e dei beni comuni, dalla promozione del lavoro giusto e dell’impresa sociale alla lotta contro lo spopolamento. Realtà attive in tutte e nove le province, con una distribuzione che riflette la vitalità diffusa dei territori: Agrigento 24,7%, Palermo 19,8%, Catania 13,6%, Caltanissetta 9,9%, Siracusa 8,6%, Trapani 7,4%, Ragusa 6,2%, Messina 4,9%, Enna 4,9%.

Impossibile rassegnarsi, soprattutto se si è avuto un esempio andato in controtendenza
«Tutto ha inizio tre anni rendendo spunto da una storia rimasta in sospeso nel nostro paese, quella di Giuseppe Gatti, un nostro compaesano che, nel momento preciso in cui molti di noi decidevano di andare via e di guardare fuori dalla finestra per orientare il proprio futuro, decideva di rimanere a Campobello come atto politico, come scelta politica apertamente dichiarata. Peppe affermava a ragione», spiega Carmelo Traina, presidente del Centro Studi Giuseppe Gatì, promotore delle inziative che hanno dato un scossa al territorio, «che andare via dal posto in cui desideriamo rimanere è una forzatura a cui qualcuno ci costringe non aprendo sedi universitarie, non creando opportunità di alcun genere per rimanere. Tutto questo toglie libertà. Nel suo caso specifico, il padre era pastore, così lui volle rimanere ad aiutarlo. Decise, però, di aprire il blog “Questa è la mia terra e io la difendo” per denunciare la cultura che favorisce la fuga e dare voce ai “siciliani e siciliane onesti e oneste” che volevano rimanere e contribuire attivamente alla crescita del loro territorio. Tutto questo avveniva nel 2008, l’anno in cui la storia di Peppe si conclude perchè, a soli 22 anni, muore fulminato da un filo scoperto, mentre stava lavorando».
L’esempio di Giuseppe Gattì diventa testimonianza
«Io sono nato e cresciuto a Campobello di Licata facendo tanto attivismo nello scoutismo», prosegue Traina, «ma a 18 anni decisi di andare a studiare ingegneria politecnica a Torino. Sono rimasto lì per dieci anni occupandomi anche di progetti molto interessanti, tra cui il più significativo è stato quello che ha consentito di dare vita a un’organizzazione nazionale, tutt’ora esistente, Visionary, movimento di giovani che vuole provare a “equilibrare il potere generazionale”. Ho lavorato insieme a coloro che l’hanno costruita, avviata e radicata come struttura nazionale, ma a un certo punto ho deciso di rientrare perché era molto bello costruire fuori. Sentivo che, se tutto questo non incrociava la mia terra, non avrei mai fatto nulla che mi facesse sentire soddisfatto. Sono, quindi, ripartito dall’esempio di Peppe dando vita alla Fondazione Marea, il cui principio di base era quello di sollecitare il senso di responsabilità di tutti quei siciliani, sei milioni quelli che vivono fuori, che hanno accumulato ricchezze, competenze ed esperienze, chiedendo loro di prendersi cura di questo territorio donando mille euro ciascuno. Hanno risposto in 423, grazie alle cui donazioni abbiamo costituito la fondazione e adesso stiamo finanziando alcune progettualità sul territorio».

Alla scoperta dell’America con la Sicilia nel cuore
La Bocconi di Milano per la laurea in Economia e Politiche pubbliche, un dottorato in Economia conseguito a Los Angeles all’Università della California del Sud, uno scambio a Buenos Aires, uno stage al World Trade Organization di Ginevra. Un percorso altamente professionale, quello scelto e seguito da Alessandro Giambrone, che non ha potuto non rispondere al richiamo delle sue radici.
«Sono un economista comportamentale», racconta Giambrone, «nato e cresciuto a Cammarata, sempre in provincia di Agrigento, da dove sono andato via a 15 anni, quindi con un processo di emigrazione che ha avuto inizio in età molto giovane. Tante le esperienze fatte, che in un certo senso mi hanno sempre ricordato o fatto rimpiangere la mia Sicilia. Dopo la specialistica, per esempio, sono andato a seguire un progetto di ricerca a Kampala, in Uganda, poi sono tornato a Palermo per un paio di mesi facendo la richiesta per il dottorato e ripartendo per una traineeship alla Commissione europea. Los Angeles ha occupato gli ultimi miei 6 anni di vita. C’è, però, da dire che, per quanto abbia amato quella che è una delle mie città preferite al mondo, avendo anche intenzione di trovare lavoro lì, avevo in serbo qualcosa di importante per la comunità di Cammarata e non solo».
Un ritorno che offre una ventata di aria nuova
«Si chiama “Cori.TheProject” l’Aps che decisi di fondare il 10 gennaio 2024», aggiunge Giambrone, «essenzialmente per organizzare il primo Pride della provincia di Agrigento. Ancora non esisteva, quindi era necessario colmare questo vuoto. Ci siamo interrogati su quale potesse essere l’ideologia che animasse questo movimento, visto che non eravamo soltanto persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, ma eravamo un gruppo molto più eterogeneo. Non l’abbiamo chiamato il Pride di Cammarata o di San Giovanni Gemini, Comune adiacente il nostro con il quale lavoriamo, diventando cassa di risonanza, voce di tutte le comunità più rurali, dove queste tematiche purtroppo fanno un po’ di fatica ad arrivare. Avere vissuto fuori dall’Italia mi ha dato non solo una visione più ampia, lungimirante, ma forse anche il coraggio di rivendicare diritti. L’affezione per questo progetto, mentre ero fuori, mi ha portato a volere fare rientro in Sicilia, a casa mia, in maniera più attiva, non più da emigrato che ritorna per le vacanze, per contribuire a fare la differenza».
Confrontarsi e lottare con le comuni narrazioni
«Chiaramente al di là delle associazioni, che per esempio fanno parte del movimento che ha siglato il patto, ci sono le storie individuali», dice Enza Maria Macaluso, dottoranda in Migrazione, Differenze e Giustizia sociale dell’Università di Palermo. «Per esempio, la mia. Io ho maturato con non poche difficoltà la scelta di restare in Sicilia. L’ho fatto, guarda caso in un momento storico, cioè quello post pandemico. Forse proprio a partire da questa difficoltà, ho riflettuto sul senso delle mobilità. In quel periodo, io dico sempre che ho rinunciato a fare la “mercenaria” della scuola pubblica al nord Italia. Tra l’altro, essendo laureata in Filosofia, diciamo che non mi si aprivano tante possibilità».

Vivere al margine e non rendersene conto
«Il grande sprint che mi ha portato anche un po’ a riflettere sul fatto di essere un abitante delle aree interne, nata e cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Palermo che si chiamava Valledolmo», aggiunge Macaluso, «è stato un progetto di sviluppo locale che ho seguito in Friuli Venezia Giulia, che si chiamava “Percorsi spericolati”, organizzato ogni anno dalla Fondazione Pietro Pittini, che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il fatto di vivere in un margine, il margine interno di questa isola al centro del Mediterraneo. Ho anche iniziato a scardinare quel senso di “isolitudine”, non posso non citare Gesualdo Bufalino, che caratterizzava la mia esistenza, anche se io insomma non lo sapevo ancora. Ho fatto diverse esperienze formative, per esempio nell’ambito dell’abitare, però sempre con l’idea di restare in Sicilia. Mi hanno arricchito le attività di partecipazione civica, soprattutto quelle in collaborazione con l’Istituto Arrupe, con cui ho seguito “Generazioni”, un percorso di attivismo sul territorio, in quel caso nel capoluogo siciliano. Con l’Università di Palermo, invece, sto lavorando a una ricerca sulle traiettorie di mobilità nelle aree interne, dove si congiungono tutte le mie esperienze e riflessioni di questi anni, il riguardare i territori da cui provengo con lo sguardo della mobilità, degli attraversamenti, dei ritorni, di tutta la gamma di possibilità che poi credo anche il nostro “Patto per restare” voglia in qualche modo includere. Secondo me è la chiave giusta per essere attivi, partecipi, consapevoli in un momento storico che ci chiede di non girarci dall’altra parte».
Le fono sono state fornite dagli stessi intervistati
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