Salute
Rinascere con il teatro, dopo il cancro: trent’anni di “Progetto Amazzone”
Il nome è quello della guerriera che si amputò un seno per combattere meglio. Lina Prosa, regista teatrale e drammaturga e Anna Barbera, antropologa, con il "Progetto Amazzone"a Palermo da trent'anni portano avanti un percorso in cui il teatro restituisce al corpo “tagliato” valore di comunicazione.
«il cancro? Cominciamo a chiamarlo con il suo nome. Non tumore, il male tinto, il brutto male, ma cancro. Diretto e sincero. Ancora oggi si tende ad avere paura di questa parola. Fortunatamente, invece, rispetto a quando abbiamo cominciato noi, trent’anni fa, la cultura attorno a questa malattia è cambiata. Prima la donna la viveva circondata da pregiudizi, da sguardi equivoci, da paure, non solo quelle personali legate alla propria vita, agli amori, alle amicizie, ma anche connesse al mondo del lavoro, alla società tutta».
Parla così Lina Prosa, regista teatrale e drammaturga italiana. Lei l’incontro con il cancro lo ha trasformato in un percorso di crescita collettiva grazie alla nascita del “Progetto Amazzone”, quest’anno ai suoi primi tre decenni di vita, che ha utilizzato proprio il teatro come modalità di approccio alla malattia e all’esperienza del cancro al seno.
Il mito, la scienza e il teatro che rileggono la malattia
A ispirare un percorso che utilizza il corpo come utopia è l’Amazzone, la guerriera che si amputò un seno per combattere meglio, metafora della lotta contemporanea contro il cancro. Ecco, dunque, che il “Progetto Amazzone“, in maniera assolutamente innovativa, propone lo stesso percorso alla società e alle donne colpite da cancro: il mito, per riprendere il contatto con l’origine; la scienza, per fare interagire ricerca, cura e partecipazione; il teatro, per ridare al corpo “tagliato” valore di comunicazione.

Un progetto che fondamentalmente nasce dall’esperienza di malattia di Lina Prosa e di Anna Barbera, presidente dell’associazione “Arlenika onlus”, che nel 1999 darà vita al Centro Amazzone, primo modello internazionale di integrazione tra medicina e cultura, che annulla operativamente la differenza tra sani ed ammalati, facendo procedere le aspettative di guarigione insieme alla crescita della persona. Dopo avere avuto sede sino al 2007 al Villino Basile, splendido esempio di architettura liberty, oggi riceve e porta avanti le attività teatrali in un edificio comunale, in via dello Spirito Santo al Capo, nel cuore del centro storico palermitano. È in questo suggestivo spazio che prendono vita anche la attività teatrali, come anche le Giornate Internazionali Biennali, che ogni due anni portano all’attenzione l’attualità delle problematiche scientifiche e culturali legate alla malattia attraverso convegni, spettacoli, dibattiti e assemblee.
Un progetto politico
«Era il 1996 e stavamo organizzando un grande convegno di una settimana, pensando poi di proseguire con le nostre vite», dice Lina Prosa. «Siamo, invece, rimaste talmente sorprese dall’attenzione, dal successo riscontrato, soprattutto a livello internazionale, che abbiamo capito che dovevamo proseguire, cercando uno spazio fisico nel quale sperimentare e praticare quelle che erano le linee guida del progetto. Abbiamo iniziato a offrire una parte di servizi come le visite senologiche, la consulenza alimentare, quella psicologica, ponendo molta attenzione anche all’ambiente. Era, inoltre, necessario dare un posto centrale anche alla pratica teatrale, perché il teatro ha un ruolo importante nel sostegno della donna, non solo in ambito oncologico, ma nella storia, nella società, nella vita quotidiana. Il nostro è anche un progetto, se si vuole, politico, perché tutto ciò che è salute appartiene all’idea che tu hai della vita e della realtà».
Alla base di tutto la prevenzione
«Noi interveniamo prima che il cancro irrompa nella vita della donna», prosegue Prosa «perché la prevenzione è la strategia più importante in assoluto, anche più della medicina stessa. Facciamo anche sostegno alle donne che sono state operate, superando tutta la fase ospedaliera della quale non ci occupiamo. Noi siamo fuori dall’ospedale, al cui interno ci sono già tante associazioni che accompagnano i pazienti. Restiamo accanto alla donna nel momento in cui deve affrontare tutte le più piccole questioni dell’esistenza. Ecco perchè dico che, quando parliamo di cancro, stiamo parlando dell’umanità, non di altro».
Prevenire anche attraverso l’ascolto
«Non so come, ma me lo sentivo. Nessuno, però, mi dava ascolto, dal mio dottore ai medici in ospedale», racconta così la sua esperienza Anna Barbera, «Avevo 47 anni quando, toccandomi, sentiii che qualcosa non andava. Grazie a Lina, che ci era passata prima di me, avvenne tutto come in un lampo. In due ore ero andata dal medico, avevo fatto la mammografia, l’ecografia e già, dopo tre giorni, ero stata operata. Dopodiché ci siamo guardate e abbiamo deciso che nessun’ altra donna doveva più subire quello che avevo subito io. Ecco il “Progetto Amazzone”, la cui nascita è stata sostenuta con grande trasporto dall’allora sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, anche lui un folle, un visionario peggio di noi, che credette in questo progetto rivoluzionario per il quale alla base della prevenzione della malattia c’è la cultura, non la sanità. Questo avveniva in un momento in cui la medicina era sacra. Il tempo ci ha dato ragione».

Riscrivere il racconto di sé
Una rinascita non solo intima, profonda, ma anche fisica, quella che avviene con il teatro. Lo sa bene Lina Prosa, per la quale «la persona riprende a raccontarsi e, quindi in un momento di difficoltà, di crisi, si trova ad avere bisogno di un linguaggio che non è più quello della quotidianità, ma è un linguaggio altro, quello dell’arte che ti dà l’opportunità di riscrivere il racconto della tua vita. Significa anche riscrivere il rapporto con il proprio corpo perché, quando è segnato da cicatrici, non è vero che non ha più valore, anzi ne acquisisce uno poetico. Un processo che va curato con pazienza, stando in uno spazio insieme agli altri, alle altre».
Un approccio che non può fermarsi ai numeri
«Se mi si chiede quante donne sono passate dal centro da trent’anni a questa parte potrei dire centinaia o forse migliaia», aggiunge Lina Prosa «ma quello che non abbiamo mai fatto è stato quantificare perchè non facciamo a gara con nessuno, non vogliamo essere più o meno brave di altri. Perché, diversamente, avremmo dovuto contare quante persone vengono ai nostri spettacoli? Chi lo sa quante persone siamo riuscite a toccare nella loro sensibilità? Il nostro è un approccio assolutamente diverso. Quello che, invece, abbiamo sempre messo al primo posto è l’annullamento della paura rispetto alla malattia. Lavorando sulla fragilità, su tutto ciò che è invisibile, intoccabile nel rapporto con la sofferenza, con il dolore, che è poi anche legato al rapporto con il sogno».
Il teatro come narrazione del sé
«Oggi io combatto più per la libertà della persona, più che il cancro. La questione più importante per me è quella. Normalmente i medici dicono che, dopo cinque anni, si può dire affermare che il cancro è sconfitto, ma è ovvio che può tornare. Il cancro non ha tempo, o meglio ha il suo tempo, che noi non conosciamo: è un mistero. Non puoi, quindi, dire per quanto dovrai combattere. Chiaramente la malattia cambia il rapporto con l’altro, dal quale ti aspetteresti solidarietà, ma non sempre arriva. Dobbiamo renderci conto, in questa realtà in cui viviamo, che solo il pensiero della morte ci riporta alla vita. Credo che questa sia la verità per ognuno di noi. Perché la vita non è andare al supermercato o cambiare il cellulare ogni minuto. La vita è emozione, è sogno, e ognuno le dà una sua definizione. Una donna, un giorno, ci disse: “Di cancro non si muore, si diventa attrice”. L’abbiamo fatto anche nostro, questo modo di dire».
Avere sconfitto il cancro non rende automaticamente eroine
«Sono trascorsi 13 anni dall’ultimo cancro, ne ho avuti ben tre, e sono ancora viva. Certo, dopo il primo, il secondo, poi il terzo, o ti annulli o reagisci. C’è chi si domanda: “Ma perchè proprio a me? Cosa ho fatto di male?”. Io, invece, mi sono detta: “E ora, che si fa?”. Avevo 47 anni quando è cominciata questa mia avventura», conclude Anna Barbera.
«Oggi ne ho 82, pensa quanti anni di vita ho guadagnato. Io cerco di capire anche per poterlo raccontare, per dare lasciare un messaggio. Il fatto, poi, di avere a che fare ogni giorno con il cancro, di avere visto morire molta gente amica, anche molto giovane, sia donne che uomini, mi porta a dire che non devo lamentarmi. E quando grido la necessità di fare prevenzione, lo faccio perché un tumore preso piccolo, quindi in tempo, ti dà l’opportunità di salvarti e vivere. Io ho avuto questa fortuna, e fortunatamente non sono la sola a poterlo raccontare dopo così tanti anni di buona vita».
Le foto sono state fornite dal Centro Amazzone
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